Racconti Piccanti
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Trasformato nel leccapiedi del team (parte 2)

Trasformato nel leccapiedi del team (parte 2)

26 Marzo 2026·16 min di lettura

Eravamo seduti intorno al tavolo della sala riunioni. Fabio stava finendo di spiegare i nuovi flussi di cassa quando Luca alzò una mano e lo interruppe bruscamente.

«Fermi tutti. Devo farvi sentire una cosa. È importante.»

Il mio sangue si gelò. Guardai Luca con gli occhi spalancati, supplicandolo in silenzio, ma lui prese il telefono, lo appoggiò al centro del tavolo e fece partire la registrazione.

La mia voce uscì chiara, tremante:

«…Mi eccita l’idea di essere sottomesso. Di essere costretto a leccare i piedi.»

«Costretto?» La voce di Luca nella registrazione suonava divertita.

«Sì… È una mia fantasia.»

«L’hai mai fatto davvero?»

«Una volta sola.»

«Con chi?»

«Con il mio ex coinquilino… Massimo.»

«Hai leccato i piedi a Massimo? Cazzo, quello era proprio un coglione.»

Le risate di Luca riempirono la stanza. Poi la mia voce, sempre più bassa e umiliata:

«Mi piace essere costretto… non che mi lascino fare… ma che mi obblighino.»

«Ripetilo.»

«Luca…»

«Ripetilo. È un ordine.»

«Mi piace essere costretto a leccare i piedi.»

La registrazione proseguì ancora: io che confessavo di essermi masturbato guardando le foto dei loro piedi, io che descrivevo la fantasia di essere costretto da tutti e tre.

Luca fermò l’audio.

Il silenzio che seguì fu opprimente.

Salvatore era pietrificato, la bocca semiaperta, gli occhi che passavano dal telefono a me. Luca sorrideva tranquillo, come se avesse appena mostrato un video divertente.

Fabio invece… Fabio era diventato paonazzo. Le vene del collo gli si erano gonfiate. Mi fissava con uno sguardo carico di pura delusione e disgusto.

«Ma che cazzo di schifo è questo?» ringhiò con voce bassa e tremante di rabbia. «Noi ci stiamo spaccando il culo da un anno per far crescere questa startup, raccogliamo centotrentottomila euro, lavoriamo fino a notte fonda… e tu, pezzo di merda, mentre noi ti trattiamo da socio, ti segi di nascosto guardando le nostre foto dei piedi?»

Si alzò di scatto, la sedia che strisciava rumorosamente sul pavimento.

«Sei un pervertito del cazzo, Mattia. Un traditore. Ti fidavamo. Ti consideravo un amico.»

La sua voce si alzò di tono, piena di rabbia sincera.

«Ti facevo entrare in casa mia, ti presentavo mia sorella, e tu nel frattempo pensavi a leccarmi i piedi? Sei disgustoso.»

Salvatore provò a intervenire, ancora sotto shock.

«Fabio, calma…»

«Calma un cazzo!» sbottò Fabio, voltandosi di scatto verso di lui. Poi tornò a fissarmi, gli occhi stretti come fessure.

Si avvicinò lentamente, torreggiando su di me. Io ero ancora seduto, paralizzato.

«Alzati.»

Non mi mossi. Non ci riuscivo.

«Ho detto ALZATI, frocio di merda!»

Mi afferrò per il colletto della camicia e mi tirò su di peso. Poi, con una spinta violenta sulla spalla, mi costrinse a inginocchiarmi davanti a lui.

Il dolore alle ginocchia fu secco.

Fabio mi guardò dall’alto con disprezzo puro, ma nei suoi occhi c’era anche qualcos’altro: un bagliore crudele, quasi eccitato, che non gli avevo mai visto.

«Da questo momento in poi tu non sei più un socio. Non sei nemmeno più un collega. Sei solo una puttanella pervertita che useremo per scaricare lo stress. Hai capito?»

Io tremavo. Eppure il mio cazzo era già dolorosamente duro nei pantaloni.

Fabio mi afferrò il mento con forza, stringendo fino a farmi male, e mi costrinse a guardarlo negli occhi.

«Rispondi, schifoso. Promettimi obbedienza assoluta. E da oggi mi chiami “Signore”. Sempre.»

Deglutii a fatica, la voce rotta.

«Prometto… obbedienza assoluta, Signore.»

Fabio non mollò la presa. Anzi, strinse ancora di più.

«Dillo più forte, che ti sentano anche questi due. E voglio sentirti supplicare.»

«Prometto obbedienza assoluta, Signore!» ripetei, più forte.

Luca e Salvatore si scambiarono uno sguardo stupito. Salvatore sembrava quasi imbarazzato da tanta aggressività improvvisa. Luca invece sorrideva, ma con un’espressione sorpresa: evidentemente nemmeno lui si aspettava che Fabio entrasse così a fondo e con tanto sadismo nella parte.

Fabio mi diede uno schiaffetto leggero ma umiliante sulla guancia.

«Bravo. Cominciamo subito a testare quanto sei serio.»

Si voltò verso gli altri due, ancora seduti.

«Qualcuno di voi ha i piedi sudati dopo questa riunione di merda? Perché questa troietta ha appena promesso di rendersi utile.»

Poi tornò a guardarmi, con un sorriso freddo e sadico che gli curvava le labbra.

«Inizia a guadagnarti il privilegio di non essere sbattuto fuori a calci in culo, Mattia. E prega che io sia di buon umore… perché da oggi mi divertirò un sacco a farti soffrire.»

Fabio rimase in piedi davanti a me per qualche secondo, senza dire nulla. L’aria nella sala riunioni si era fatta pesante. Poi parlò con voce bassa, misurata, quasi tranquilla. Ma quel tono calmo era peggio di qualsiasi urlo.

«Togliti la camicia, Mattia.»

Obbedii in silenzio, sfilandola con mani tremanti. Rimasi a torso nudo, in ginocchio sul pavimento.

Fabio si sedette sul bordo del grande tavolo da riunione, proprio di fronte a me. Si tolse lentamente le scarpe, poi le calze, rivelando i suoi piedi grandi e ancora caldi dopo una lunga giornata di lavoro. L’odore intenso, leggermente acre, si diffuse nell’aria.

Si voltò verso Luca e Salvatore con un gesto calmo della mano.

«Voi due, toglietevi scarpe e calze. Oggi abbiamo bisogno di scaricare lo stress accumulato. La deadline, gli investitori, i bug che continuano a saltare fuori… questa settimana è stata estenuante. Mattia ci aiuterà a rilassarci.»

Salvatore esitò un istante, poi rise piano e iniziò a slacciarsi le scarpe. Luca obbedì senza commentare, ma i suoi occhi restavano fissi su Fabio, studiandolo con attenzione crescente.

Fabio allungò il piede destro verso il mio viso, la pianta a pochi centimetri dalla mia bocca.

«Inizia da me» disse con voce pacata. «Lecca. Lentamente. E mentre lo fai, risponderai a tutte le mie domande. Voglio capire esattamente come funziona la tua testa.»

Mi avvicinai e passai la lingua sul suo tallone. Il sapore era forte, salato, virile. Fabio sospirò piano, soddisfatto, ma il suo sguardo rimase freddo e analitico.

«Da quanto tempo provi questo… bisogno?» domandò, la voce morbida ma implacabile. «Da quanto tempo ci fotografi i piedi di nascosto?»

Deglutii, la lingua ancora sul suo piede.

«Da circa due anni… Signore.»

«Due anni» ripeté lui, quasi pensieroso. «Mentre noi tre lavoravamo notte e giorno per far crescere questa startup, tu ti eccitavi immaginando di leccarci i piedi. Interessante.»

Mi spinse delicatamente il piede contro la bocca, costringendomi a succhiare le dita una dopo l’altra.

«Dimmi di più. Ti eccita soprattutto l’odore quando siamo sudati dopo una lunga giornata? O è l’idea di essere costretto che ti manda fuori di testa?»

«Sì… entrambe le cose» risposi tra una leccata e l’altra, la voce rotta. «L’odore dopo il lavoro… e soprattutto l’idea di non avere scelta.»

Fabio annuì lentamente, come se stesse prendendo appunti mentali. Il suo sadismo non era esplosivo: era calcolato, metodico, quasi scientifico. Sembrava genuinamente curioso, e quella curiosità morbosa lo rendeva ancora più inquietante.

«Passa a Luca» ordinò dopo qualche minuto.

Mi spostai carponi verso Luca. Lui mi porse il piede con un mezzo sorriso, ma continuava a osservare Fabio con espressione pensierosa, come se stesse cercando di decifrare qualcosa di nuovo nel suo socio.

Mentre leccavo i piedi di Luca con cura, Fabio riprese a interrogarmi, la voce bassa e costante.

«Durante le riunioni, mentre parliamo di budget e strategie, ti è mai capitato di immaginare di essere sotto il tavolo a leccarci i piedi? Di servire in silenzio mentre noi decidiamo il futuro della società?»

«Sì… molte volte» ammisi, arrossendo violentemente.

Fabio sorrise appena, un sorriso sottile e controllato.

«Affascinante. Dimmi, Mattia: fino a che punto sei disposto ad arrivare per soddisfare questa tua… inclinazione? Ti piacerebbe essere usato ogni volta che lo stress diventa troppo forte? Essere il nostro sfogo privato, senza diritti, senza dignità?»

La domanda era invadente, quasi clinica nella sua crudeltà morbosa. Salvatore ascoltava in silenzio, chiaramente eccitato ma anche un po’ spiazzato dal tono freddo di Fabio. Luca invece non diceva nulla: studiava la scena con attenzione, lo sguardo che passava da Fabio a me, come se stesse analizzando una tensione sotterranea tra noi due che andava oltre la semplice umiliazione.

Fabio si alzò, girò lentamente intorno al tavolo e mi afferrò piano per i capelli, tirandomi la testa indietro mentre leccavo il piede di Salvatore.

«Rispondi con sincerità» disse, la voce quasi un sussurro. «Voglio sapere tutto. Quando hai capito per la prima volta che ti piaceva essere trattato come un oggetto? Che ti eccitava l’idea di essere inferiore a noi tre?»

«Durante l’università… la prima volta che ho visto un ragazzo togliersi le scarpe dopo una partita… ho capito che non era normale» confessai, la lingua ancora impegnata sul piede di Salvatore.

Fabio annuì di nuovo, soddisfatto.

«Bene. Da oggi questo sarà il tuo nuovo ruolo ufficiale. Ogni volta che la pressione del lavoro diventerà insopportabile, tu sarai qui. In ginocchio. A leccare. A rispondere alle mie domande. A darci il sollievo di cui abbiamo bisogno.»

Si chinò leggermente verso di me, la voce bassa e carica di un sadismo calcolato.

«E sappi che mi divertirò a esplorare ogni singolo dettaglio della tua perversione, Mattia. Con calma. Con pazienza. Fino in fondo.»

Luca rimase in silenzio, ma il suo sguardo era intenso. Sembrava domandarsi se dietro la freddezza metodica di Fabio non ci fosse qualcos’altro: una soddisfazione personale più profonda, una dinamica tra lui e Mattia che stava emergendo solo ora.

Salvatore, invece, si limitò a un sospiro di piacere mentre io continuavo a leccare, commentando piano:

«Cazzo… non pensavo che sarebbe stato così… utile.»

Fabio si sedette di nuovo, incrociando le braccia, un leggero sorriso sulle labbra.

«Continua a leccare, Mattia. E non smettere di parlare. La riunione è finita. Ora inizia il vero lavoro di squadra.»

Fabio rimase seduto sul bordo del tavolo, il piede ancora umido della mia saliva. Mi guardò dall’alto per qualche secondo con quell’espressione fredda, analitica, poi parlò con voce bassa e ferma.

«Alzati.»

Mi rimisi in piedi, le gambe tremanti.

«Togliti tutto. Voglio vederti completamente nudo.»

Esitai solo un istante. Lo sguardo di Fabio si fece più tagliente.

«Subito.»

Mi spogliai sotto i loro occhi. Prima i pantaloni, poi i boxer. Rimasi completamente nudo in mezzo alla sala riunioni, il cazzo mezzo duro che tradiva la mia eccitazione nonostante la vergogna. Luca e Salvatore mi osservavano in silenzio, sorpresi dall’intensità della situazione.

Fabio si alzò lentamente e si avvicinò. Era più alto di me e in quel momento sembrava ancora più imponente.

«Da oggi in poi avrai delle regole precise» disse con tono calmo ma inflessibile. «E ogni regola la ripeterai ad alta voce dopo che te l’avrò data.»

Alzò la mano e mi diede una sberla forte sulla guancia sinistra. Il suono secco rimbombò nella stanza. Bruciava.

«Regola numero uno: quando sei con noi, sei sempre nudo. Non ti è permesso indossare vestiti a meno che non te lo ordiniamo esplicitamente. Ripeti.»

La guancia mi pulsava. Deglutii.

«Quando sono con voi… sono sempre nudo… a meno che non me lo ordiniate.»

Un’altra sberla, forte quanto la prima, questa volta sulla guancia destra.

«Regola numero due: mi chiamerai “Signore” e userai “Signore” anche con Luca e Salvatore. Sempre. Ripeti.»

«Vi chiamerò tutti e tre “Signore”… sempre.»

Un altro schiaffo, più forte. La testa mi girò leggermente.

«Regola numero tre: non parlerai mai se non sei interpellato. Quando ti facciamo una domanda, risponderai con sincerità assoluta e con rispetto. Ripeti.»

«Risponderò solo quando interpellato… con sincerità assoluta e rispetto.»

La quarta sberla arrivò decisa. Sentivo il viso caldo e arrossato.

«Regola numero quattro: il tuo corpo è a nostra disposizione. Useremo i tuoi piedi, la tua bocca, le tue mani o qualunque altra parte vogliamo, quando vogliamo. Senza discutere. Ripeti.»

«Il mio corpo è a vostra disposizione… per qualunque cosa vogliate… senza discutere.»

Fabio continuò, implacabile. Ogni regola era accompagnata da uno schiaffo secco e forte.

«Regola numero cinque: non ti masturberai più senza il nostro permesso. I tuoi orgasmi, se te li concederemo, saranno sotto il nostro controllo. Ripeti.»

«…Non mi masturberò senza permesso… i miei orgasmi saranno sotto il vostro controllo.»

La sesta sberla mi fece barcollare. Le guance mi bruciavano violentemente.

«Regola numero sei: sarai sempre disponibile per alleviare il nostro stress. Dopo ogni riunione lunga, dopo ogni giornata pesante, ti presenterai pronto a servirci. Ripeti.»

«Sarò sempre disponibile… per alleviare il vostro stress… dopo ogni giornata pesante.»

Luca si mosse sulla sedia, visibilmente a disagio.

«Fabio… forse stai esagerando. Sono un sacco di regole, e quegli schiaffi…»

Salvatore annuì, intervenendo con voce incerta.

«Sì, dai… è già abbastanza umiliato così. Non serve essere così duri.»

Fabio si voltò verso di loro con calma. Non sembrava arrabbiato, solo estremamente sicuro di sé. La sua voce rimase bassa, assertiva e convincente.

«Voi non capite. Mattia non è come noi. Noi siamo qui per costruire qualcosa di grande. Lui invece… lui ha bisogno di questo. Guardatelo.»

Indicò il mio corpo nudo, il viso arrossato dagli schiaffi, il cazzo ormai completamente duro che puntava verso l’alto.

«Ha il cazzo duro da quando ha iniziato a leccarmi i piedi. Questo è quello che vuole davvero. Non è umiliazione per lui… è ossigeno. Se gli diamo mezze misure, mezze regole, mezze punizioni, lo priveremo proprio di ciò che lo eccita di più. Mattia non vuole gentilezza. Vuole sentirsi completamente in nostro potere. Vuole sentirsi posseduto.»

Fece una breve pausa, guardandoli negli occhi uno per uno.

«Se vogliamo usarlo per scaricare lo stress di questa fase infernale della startup, dobbiamo farlo bene. Niente mezze cose. Niente compassione falsa. Lui vuole essere trattato esattamente così: come un oggetto utile, come uno strumento di sfogo. E noi gli daremo esattamente quello che desidera… fino in fondo. Perché solo così potrà davvero servire il team.»

Luca rimase in silenzio, studiando Fabio con uno sguardo pensieroso. Sembrava sorpreso dalla lucidità fredda con cui parlava. Salvatore invece abbassò gli occhi, ancora un po’ turbato ma chiaramente convinto dal discorso.

Fabio tornò a voltarsi verso di me. Mi diede l’ultima sberla, più lenta e calcolata delle precedenti, quasi carezzevole nella sua durezza.

«Regola numero sette: accetterai tutto senza lamentarti. Se qualcosa ti sembra troppo, dirai solo “Grazie, Signore”. Ripeti.»

Con le guance che bruciavano e la voce tremante, obbedii:

«Accetterò tutto senza lamentarmi… e se sarà troppo… dirò solo “Grazie, Signore”.»

Fabio annuì soddisfatto. Mi posò una mano sulla spalla nuda, quasi paterna, ma il gesto era carico di possesso.

«Bravo. Ora mettiti di nuovo in ginocchio e riprendi a leccare. Abbiamo ancora bisogno di rilassarci.»

Mi inginocchiai di nuovo, il viso in fiamme, il corpo nudo completamente esposto. Mentre riprendevo a passare la lingua sui piedi di Luca, sentivo lo sguardo di Fabio su di me: calmo, calcolato, già pronto a spingersi oltre.

Luca continuava a osservarci in silenzio, quella strana tensione tra Fabio e me che sembrava incuriosirlo sempre di più.

Fabio mi guardò per qualche secondo, soddisfatto delle regole appena imposte e delle guance ancora rosse per le sberle. Poi fece un piccolo gesto con la mano.

«In ginocchio. Riprendi da dove avevi interrotto. Lecca i piedi a tutti e tre, uno dopo l’altro. E non smettere di rispondere alle mie domande.»

Mi inginocchiai di nuovo, nudo, il viso che bruciava. Iniziai da Fabio. La mia lingua scivolò sul suo piede destro, poi sul sinistro, leccando con cura il sudore accumulato durante la giornata.

«Dimmi esattamente come hai fatto a fotografarci i piedi di nascosto» chiese Fabio con voce calma e curiosa. «Quando? In quali occasioni?»

Deglutii, la lingua ancora sul suo tallone.

«Durante le pause… quando vi toglievate le scarpe sotto la scrivania… o dopo le riunioni lunghe, mentre eravate distratti al telefono. Prendevo il cellulare velocemente, fingendo di controllare messaggi…»

Fabio annuì, divertito.

«Interessante. E tu, Luca? Che ne pensi? Il nostro programmatore che scatta foto ai nostri piedi mentre noi parliamo di investimenti.»

Luca rise piano, allungando il piede verso di me quando toccò a lui.

«Cazzo, è surreale. Continua a leccare, Mattia. Più lingua tra le dita.»

Passai a Luca. Leccai lentamente la pianta ampia e calda, succhiando piano le dita. Salvatore, seduto poco distante, commentò con un ghigno:

«Porca puttana… guardalo. Sembra nato per stare lì sotto.»

Fabio non aveva finito. La sua voce rimase bassa, ma le domande si fecero più invasive.

«Quando guardavi quelle foto da solo, cosa immaginavi esattamente? Descrivimelo nei dettagli. Voglio sapere ogni scena che ti passava per la testa mentre ti segavi.»

Esitai un secondo. Fabio mi diede un leggero schiaffetto sulla guancia ancora calda.

«Rispondi.»

«Immaginavo… che mi costringeste tutti e tre. Che mi metteste in ginocchio durante una riunione e mi ordinaste di leccarvi i piedi uno dopo l’altro… mentre continuavate a parlare di lavoro come se io non fossi niente…»

Salvatore rise, chiaramente eccitato.

«Cristo santo, Mattia. Sei messo proprio male.»

Fabio sorrise appena, un sorriso freddo.

«Vai avanti. Passa a Salvatore.»

Mi spostai verso Salvatore e iniziai a leccargli i piedi con dedizione, la lingua che scorreva tra le dita. Fabio continuò l’interrogatorio spietato.

«E quando immaginavi di essere costretto… ti piaceva l’idea che ti insultassimo? Che ti dicessimo quanto sei patetico? O era più l’idea di essere usato come oggetto di sfogo dopo una giornata stressante?»

«Tutte e due…» mormorai tra una leccata e l’altra. «Mi eccitava essere umiliato… sentito inutile… solo un mezzo per farvi rilassare.»

I tre continuavano a commentare divertiti, anche se con toni diversi.

Luca: «Non ci posso credere che sia lo stesso ragazzo con cui ho scritto migliaia di righe di codice.»

Salvatore: «E pensare che sembrava il più tranquillo di tutti…»

Fabio rimase l’unico a mantenere quel tono calmo e implacabile.

«Molto bene. Ora basta leccare.»

Mi tirò su per i capelli, facendomi alzare in ginocchio. Mi afferrò il mento con due dita e mi costrinse a guardare in alto, verso di lui.

«Apri la bocca.»

Obbedii, tremando. Fabio si aprì i pantaloni con calma, tirò fuori il cazzo già mezzo duro e lo puntò verso la mia bocca aperta.

«Questo è il sigillo» disse piano. «Da oggi sei davvero nostro.»

Iniziò a pisciare lentamente, un getto caldo e continuo che mi riempì la bocca. Il sapore era forte, amaro, umiliante. Fabio controllava perfettamente il flusso, senza fretta.

«Ingoia. Tutto.»

Ingoiai la prima boccata, poi la seconda. Le lacrime mi salirono agli occhi per la vergogna profonda, ma il mio cazzo era più duro che mai, pulsava violentemente senza essere toccato. Il getto continuò. Ingoiai ancora, tossendo leggermente, le lacrime che ora scendevano lungo le guance arrossate.

Mentre Fabio finiva di pisciare nella mia bocca, il mio corpo fu attraversato da un orgasmo improvviso e incontrollabile. Venni senza toccarmi, schizzando sul pavimento della sala riunioni con forti contrazioni, gemendo intorno al getto che ancora mi riempiva la bocca.

Fabio finì, si scrollò le ultime gocce sulle mie labbra e si rimise il cazzo nei pantaloni.

Luca e Salvatore erano rimasti in silenzio, increduli. Guardavano la scena con espressioni diverse: Luca con un misto di stupore e curiosità profonda, Salvatore con gli occhi spalancati, quasi scioccato.

«Cazzo…» mormorò Luca alla fine. «L’ha distrutto. Non è più il Mattia che conoscevamo.»

Salvatore annuì lentamente, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal mio corpo nudo, dal viso bagnato di lacrime e piscio, dal cazzo ancora semi-duro che aveva appena eiaculato sul pavimento.

Fabio si risistemò con calma, poi guardò i due soci.

«Andiamo. Lasciamolo qui a riflettere su quello che è appena successo.»

I tre si alzarono, raccolsero le loro cose e uscirono dalla sala riunioni senza aggiungere altro. La porta si chiuse dietro di loro con un clic leggero.

Rimasi solo, nudo, in ginocchio sul pavimento, il viso bagnato, il sapore forte ancora in bocca, il pavimento sporco del mio stesso sperma.

Eppure, nonostante le lacrime, nonostante l’umiliazione bruciante, un pensiero chiaro e potente mi riempiva la testa:

Avevo realizzato il mio sogno. E lo avevo realizzato in un modo molto più estremo, più profondo e più reale di quanto avessi mai osato immaginare.

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