La guardia notturna
Sono le due di notte e il freddo mi sta ammazzando. Sono nella garitta con il sergente Marco, un turno di guardia che sembra non finire mai. La neve ha smesso di cadere da un’ora, ma il vento gelido si infiltra da ogni fessura di questo buco di cemento. Ho i piedi intorpiditi dentro gli scarponi, e la giacca militare, inzuppata dall’umidità, mi si è appiccicata alla pelle come un secondo strato di ghiaccio. Sto tremando, i denti mi battono così forte che non riesco a nasconderlo. Marco, invece, sembra non sentirlo nemmeno, il freddo. È seduto su una sedia sgangherata, con le braccia incrociate, la testa leggermente inclinata a osservare il buio fuori. Ha trent’anni e rotti, una stazza che incute rispetto, spalle larghe e mani che sembrano poter spezzare qualsiasi cosa. La sua voce, bassa e calma, è quasi ipnotica quando parla, ma allo stesso tempo ti fa sentire piccolo. Io, Davide, ventidue anni appena fatti, una leva da pochi mesi, mi sento già fuori posto in questo mondo di regole e ordini. Sono magro, troppo per sembrare un vero soldato, e ho sempre avuto questa timidezza che mi divora dentro. Non sono uno che parla molto, e quando lo faccio, spesso balbetto.
“Soldato, smettila di tremare come una foglia. Sembri un cane bagnato,” dice Marco, senza nemmeno girarsi a guardarmi. La sua voce è ferma, non c’è traccia di scherno, ma mi sento comunque umiliato. Stringo le braccia al petto, cercando di scaldarmi, ma non serve a niente.
“Sc-scusi, sergente. È che… fa davvero freddo,” rispondo, con la voce che mi trema pure quella. Mi odio per come suono, per come non riesco mai a sembrare sicuro di me.
Lui si volta finalmente, lentamente, e i suoi occhi scuri mi fissano. Anche al buio, con solo la luce fioca di una lampada da campo, riesco a vedere l’intensità del suo sguardo. “Le tue cose sono bagnate, soldato. Togliti quella giacca e i pantaloni, o congeli sul serio. Non voglio un uomo in meno per colpa di una polmonite del cazzo.”
Il cuore mi salta in gola. Togliermi i vestiti? Qui, davanti a lui? No, non ce la faccio. Mi vergogno già di guardarmi allo specchio da solo, figuriamoci farmi vedere da uno come Marco. Stringo le mani davanti a me, istintivamente, come per proteggere quello che ho lì sotto. So che non è niente di che, soprattutto quando fa freddo o sono sotto stress come adesso. Si rimpicciolisce, diventa una cosa ridicola, e l’idea che qualcuno lo veda mi fa venire voglia di sparire. “N-no, sergente… mi vergogno… non guardi, per favore,” balbetto, abbassando lo sguardo. Sento il viso che mi va a fuoco, anche con questo gelo.
Marco si alza dalla sedia, torreggiando su di me. È alto, massiccio, e la sua presenza mi schiaccia. “Qui comando io, soldato. Non te lo sto chiedendo, te lo sto ordinando. Mostrami cos’hai da nascondere, o ti metto a rapporto per insubordinazione. Vuoi davvero giocartela così?” Il suo tono è calmo, ma c’è un peso dietro ogni parola, una minaccia che non ha bisogno di urla per farsi sentire.
Non so cosa fare. Mi tremano le mani mentre slaccio la giacca, con movimenti lenti, goffi. La tolgo e la lascio cadere a terra, restando con una maglietta termica che è altrettanto bagnata. Lui mi guarda, impassibile, ma i suoi occhi sembrano studiare ogni mio gesto. “Anche i pantaloni. Forza,” dice, e io esito di nuovo. Mi sento nudo già adesso, anche se ho ancora i vestiti addosso. Alla fine, con il fiato corto, mi sfilo anche quelli, restando in mutande. Mi copro subito con le mani, cercando di nascondermi, ma so che è inutile. Il freddo mi morde la pelle, e tremo ancora di più.
“Guarda che cosino timido,” dice Marco, con un sorrisetto che mi fa venir voglia di sprofondare. Sta fissando proprio lì, anche se ho le mani davanti. “Si nasconde pure da te stesso, eh? Toglile, quelle mani. Fammi vedere.”
Vorrei dirgli di no, ma la sua voce ha un’autorità che non riesco a contrastare. Sposto le mani, piano, e sento gli occhi che mi si riempiono di lacrime per la vergogna. Sono sicuro che sta ridendo dentro di sé, anche se la sua faccia resta seria. È piccolo, lo so, soprattutto ora che ho freddo e sono un fascio di nervi. “Non… non rida, sergente,” mormoro, con la voce spezzata.
“Non sto ridendo, soldato. Sto solo guardando quello che c’è. E sai una cosa? Non è niente che non abbia già visto. Però tu… tu ti vergogni troppo. Devi imparare a lasciarti andare.” Si avvicina di un passo, e io indietreggio istintivamente, ma non c’è spazio in questa garitta. Sono con le spalle al muro, letteralmente.
Non so come succede, ma a un certo punto sento il sangue che mi sale, nonostante il freddo, nonostante la vergogna. È come se il suo sguardo, le sue parole, mi stessero facendo qualcosa. Mi odio per questo, ma non riesco a controllarlo. Una lacrima mi scivola lungo la guancia, e lui la vede. “Non piangere, soldato. Non c’è niente di cui vergognarsi,” dice, e poi, con un movimento lento, mi sfiora. La sua mano è ruvida, callosa, ma il tocco è leggero, quasi delicato. Mi irrigidisco, ma non mi muovo. Non ci riesco. “Bravo, soldato… arrenditi al tuo superiore,” sussurra, e quelle parole mi fanno girare la testa.
Mi ritrovo in ginocchio, non so nemmeno come. Forse me lo ha ordinato, forse ci sono arrivato da solo. La sua voce mi guida, mi dice cosa fare, e io, con il cuore che mi martella nel petto, faccio quello che mi dice. All’inizio sono riluttante, ogni movimento mi costa uno sforzo enorme. Mi tremano le mani mentre gli slaccio la cintura, mentre gli abbasso i pantaloni. Lui non dice niente, ma sento il suo respiro che si fa più pesante. Quando lo prendo in bocca, è un misto di disgusto e curiosità che mi brucia dentro. Non so perché lo sto facendo, ma non riesco a fermarmi. Dopo un po’, la riluttanza svanisce, sostituita da una specie di fame che non riconosco. È come se volessi dimostrare qualcosa, non so nemmeno a chi. A lui? A me stesso? Sento il suo sapore, forte, salato, e il suono del suo respiro che si spezza ogni tanto.
“Bravo, soldato. Proprio così,” dice, con quella voce bassa che sembra un ordine anche quando non lo è. Mi mette una mano sulla testa, non per forzarmi, ma per guidarmi, e io lo lascio fare. Non so quanto tempo passo così, in ginocchio sul pavimento gelido, ma a un certo punto mi tira su. “Alzati. Girati,” ordina, e io obbedisco senza pensare. Mi appoggio al muro, il cemento è così freddo che mi brucia la pelle, ma non me ne importa. Sento le sue mani su di me, mi abbassa le mutande fino alle ginocchia, e poi il suo corpo contro il mio. È caldo, in contrasto con tutto questo ghiaccio intorno, e il suo respiro mi scalda il collo.
“Dimmi che lo vuoi, soldato,” sussurra, con la bocca vicina al mio orecchio. La sua voce è un misto di comando e qualcosa di più profondo, qualcosa che mi fa tremare, ma non di freddo stavolta. Non riesco a parlare, ho la gola chiusa, ma lui insiste. “Dillo. Voglio sentirlo.”
“Sì… sergente… lo voglio,” mormoro, con la voce che quasi non si sente. Non so se lo penso davvero, ma in questo momento non ha importanza. Sento che si muove dietro di me, lentamente, con una calma che mi fa impazzire. Mi tiene fermo con una mano sul fianco, l’altra che mi guida, e quando entra, è un dolore lento, bruciante, ma anche qualcosa di diverso. Stringo i denti, appoggio la fronte al muro, e lui non si ferma. Si muove piano, con un ritmo che mi fa perdere la testa, e io non riesco a fare altro che lasciarlo fare. Il freddo del muro contro il mio petto, il calore del suo corpo dietro di me, il suono del suo respiro e dei suoi movimenti, tutto si mescola in un casino di sensazioni. Sento l’odore del suo sudore, un misto di fatica e qualcosa di più crudo, e il mio stesso respiro che si spezza ogni volta che si spinge dentro.
“Così, soldato. Prendilo tutto,” dice, e le sue parole sono dure, dirette, ma mi fanno qualcosa. Mi fanno sentire suo, in un modo che non so spiegare. Continuo a tremare, ma non è più per il freddo. Ogni spinta è un misto di dolore e piacere, e io mi aggrappo al muro come se fosse l’unica cosa che mi tiene in piedi. Non so quanto dura, ma a un certo punto non penso più a niente, solo a quello che sta succedendo.
Quando tutto finisce, resto lì, con il fiato corto, la fronte ancora appoggiata al muro. Lui si tira indietro, mi dà una pacca leggera sulla spalla, come se fosse una cosa normale, come se avessimo solo finito un turno di guardia. “Bravo, soldato. Sei stato bene,” dice, con quella voce calma che non cambia mai. Io non riesco a guardarlo negli occhi, ma non mi sento in colpa. Non mi sento niente, tranne forse un vuoto strano, e un calore che non ha niente a che fare con il freddo di questa garitta.
“Sì, sergente… lo voglio… usami quando vuoi,” mormoro, senza nemmeno pensarci. Non so se lo dico per lui o per me stesso, ma le parole escono così, e non le ritiro.
