Racconti Piccanti
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Notti parigine

Notti parigine

09 Marzo 2026·8 min di lettura

Mi chiamo Luca, ho 21 anni, studio economia a Bologna e sono finito a Parigi per un mese di vacanza studio intensiva in francese commerciale. Non è una vacanza vera, più un corso obbligatorio per l’università, ma almeno è pagato. Siamo in sei ragazzi, tutti tra i 20 e i 23, provenienti da università diverse in Italia. Non ci conoscevamo prima: Matteo, il più tranquillo, con occhiali e aria da intellettuale; Davide, ricci neri e fisico da runner; Enrico, il casinista con la battuta sempre pronta; Paolo, alto e magro, timido ma con un sorriso contagioso; e Fabio, muscoloso da palestra, il tipo che si vanta delle sue conquiste. Alloggiamo in un dormitorio moderno nel 13° arrondissement, un open space con sei letti singoli allineati come in caserma, armadietti metallici, una cucina a vista con frigo e microonde, e un unico bagno con doccia walk-in trasparente. Zero privacy: se fai la doccia, tutti vedono le silhouette; se ti cambi, devi voltarti verso il muro. Le prime notti mi sentivo esposto, come un animale in gabbia, ma dopo una settimana ci ho fatto l’abitudine. Anzi, mi piaceva un po’ quell’intimità forzata, quel senso di cameratismo maschile che mi faceva battere il cuore più forte.

Sono gay, e non lo nascondo. Non giro con bandiere rainbow o cose del genere, ma parlo apertamente di ragazzi che mi piacciono, metto smalto nero ogni tanto, e il mio modo di muovermi è femminile quanto basta per far capire. Loro lo hanno capito dal primo giorno: Enrico mi ha chiesto “hai una ragazza?” e io ho risposto “no, un ragazzo, ma è finita male”. Hanno annuito, nessuno ha fatto commenti omofobi. Mi trattano con rispetto, mi includono nelle uscite, mi passano il caffè la mattina con un “buongiorno principessa” detto ridendo, ma senza cattiveria. Però ho notato sguardi strani: Davide che mi fissa quando mi cambio, Enrico che mi sfiora il braccio un secondo di troppo quando ride, Matteo che arrossisce quando parlo di sesso. Sembrano tutti etero – parlano di tipe, di Tinder, di tette – ma c’è una curiosità latente, come se fossi un enigma da risolvere. Mi fa sentire potente e vulnerabile allo stesso tempo: eccitato dall’idea che possano essere interessati, ma terrorizzato dal rifiuto o dal giudizio.

Quella sera di metà luglio è stata calda da morire, l’aria umida di Parigi che ti si appiccica addosso. Eravamo usciti per un aperitivo: prima un bar con tapas e vino rosso, poi birre in un locale con luci al neon e musica elettronica che pulsava nelle orecchie. Abbiamo bevuto troppo, shot di assenzio da un venditore ambulante che ci ha fatto ridere come idioti. Rientriamo al dormitorio verso le tre, barcollanti ma lucidi abbastanza per non cadere dalle scale. Accendiamo la luce fioca delle abat-jour, apriamo il frigo e tiriamo fuori le birre rimaste. “Giochiamo a qualcosa?” propone Enrico, e finiamo con “Never Have I Ever”, versione alcolica: chi ha fatto una cosa beve.

All’inizio è leggero: “Non ho mai baciato una sconosciuta” – bevono tutti tranne me e Paolo. Ridiamo, ci sfottiamo per le storie imbarazzanti. Ma l’alcol abbassa le inibizioni, e il giro si fa intimo. “Non ho mai fatto sesso orale” – bevono tutti, io no. Mi guardano, ridono nervosi. “Dai Luca, racconta la tua prima volta” dice Davide, occhi curiosi.

Esito. Il cuore mi batte forte. So che sto per espormi, ma l’alcol mi dà coraggio. “Ok… la mia prima volta è stata l’anno scorso, a 20 anni. Un tizio su Grindr, 35 anni, appartamento figo a Milano. Mi ha invitato per ‘netflix e chill’. Appena entrato mi ha spinto contro il muro, mi ha baciato forte, mani ovunque. Ero eccitato da morire, ma spaventato. Mi ha portato in camera, mi ha fatto spogliare e mi ha messo in ginocchio. Mi ha scopato la bocca per venti minuti, spingendo fino in gola, chiamandomi ‘troietta’. Faceva male, lacrimavo, ma continuavo perché volevo piacergli. Poi mi ha girato sul letto, mi ha leccato il culo per due secondi e mi ha penetrato secco, con poco lubrificante. Bruciava da impazzire, ho pianto, gli ho detto ‘fermati’, ma lui ha continuato ridendo ‘rilassati che ti abitui’. È durato un’ora, mi ha usato in tutte le posizioni, è venuto dentro senza preservativo – idiota io a fidarmi – e mi ha dato venti euro per il taxi. Sono tornato a casa in metro, culo dolorante, lacrime in faccia, sentendomi una merda usa e getta. Per mesi ho avuto incubi, mi masturbavo pensando a lui e poi mi odiavo.”

Silenzio pesante. Matteo mi guarda con empatia vera: “Cazzo Luca, che stronzo. Mi dispiace sul serio”. Paolo annuisce: “Non meriti quella merda”. Ma sotto l’empatia vedo la curiosità accendersi. Enrico rompe il ghiaccio: “Ti è piaciuto il dolore alla fine?”

“Un po’ sì… è complicato. Mi eccita l’idea di essere sottomesso, ma quello era abuso.”

Davide: “Hai ingoiato?”

“Sì.”

Fabio: “Ti eccita quando ti chiamano troia?”

“Dipende dal contesto… sì, se è giocoso.”

«Giocoso tipo… “bravo succhiacazzi” giocoso? O tipo “ingoiati tutto, troietta” giocoso?»

Ha riso, ma era una risata nervosa, di chi sta testando il confine. Gli altri hanno riso dietro, ma piano, come se avessero paura di spezzare qualcosa.

Ho deglutito. La bocca mi si era seccata.

«Entrambi… dipende. Se mi fate sentire… desiderato, anche se è umiliante. Se è parte del gioco. Se non mi fate sentire solo una bocca da usare e buttare.»

Matteo ha parlato per primo, voce bassa, quasi dolce.

«Luca… noi non vogliamo farti sentire una merda. Solo… curiosità. Tipo, proviamo a vedere com’è. Se ti va.»

Ho annuito lento. Il mio stomaco era un nodo, ma sotto c’era un calore che saliva, un’eccitazione malata che mi faceva tremare le mani.

«Ok. Proviamo.»

Enrico ha battuto le mani una volta, come se avesse vinto una scommessa.

«Grande! Siediti sul divano, ragazzi. Facciamo la fila come si deve.»

Si sono spostati veloci, eccitati come adolescenti al primo pompino. Il divano a tre posti è diventato il trono: Enrico al centro, Davide a sinistra, Matteo a destra. Paolo e Fabio hanno preso le due poltrone vicine, formando un semicerchio. Hanno abbassato i pantaloncini e i boxer tutti insieme, quasi sincronizzati. Cinque cazzi duri che saltavano fuori, diversi tra loro ma tutti gonfi, venosi, lucidi di pre-eiaculato alla luce fioca delle abat-jour.

Davide per primo. Lungo, dritto, cappella rosa scura. Mi sono avvicinato in ginocchio, il tappeto ruvido che mi graffiava le ginocchia. Ho preso il suo cazzo in mano – caldo, pulsante – e l’ho portato alla bocca. Ho iniziato piano: lingua piatta sotto la cappella, un giro lento, poi ho succhiato la punta, labbra strette. Lui ha inspirato forte.

«Cazzo… è… diverso. Caldo. Umido. Porca puttana.»

Gli altri si segavano lenti, guardavano ipnotizzati. Enrico ha commentato subito:

«Guarda come glielo prende, ragazzi. Sembra una professionista. Succhia, Luca, succhia bene.»

Ho accelerato, l’ho preso più profondo. La gola si è aperta piano, saliva che colava sul mento. Davide mi ha messo una mano nei capelli, non ha spinto forte, ma ha guidato il ritmo.

«Bravo… così… più in fondo… senti come ti riempie la bocca, eh pompinaro?»

La parola “pompinaro” mi ha fatto contrarre lo stomaco. Umiliazione pura, ma il mio cazzo ha pulsato più forte nei boxer. Ho gemuto intorno al suo uccello, vibrazione che l’ha fatto gemere a sua volta.

Poi è toccato a Enrico. Cazzo più spesso, vene in rilievo, odore forte di maschio sudato. L’ha preso in mano e me l’ha strusciato sulle labbra prima di farmelo entrare.

«Apri bene, troietta. Fammi vedere quanto sei goloso.»

L’ho succhiato con più fame, lingua che girava intorno al glande, succhiate forti che facevano rumore bagnato. Lui rideva tra i gemiti:

«Senti che slurpa… sembra un aspirapolvere acceso. Guarda come gli cola la bava sul petto, ragazzi. Luca il nostro succhiacazzi ufficiale.»

Ho arrossito violentemente, ma non mi sono fermato. Passavo da uno all’altro, bocca piena, gola che bruciava un po’, mento bagnato di saliva. Matteo era più gentile: mi accarezzava la guancia mentre lo succhiavo, diceva piano «sei bravissimo… continua così…», ma poi aggiungeva ridendo «sembri nato con un cazzo in bocca, eh?».

Paolo mi ha tenuto la testa con due mani, pompava piano nella mia bocca:

«Ingoia tutto, Luca. Fammi sentire la gola che si stringe.»

Fabio ultimo, cazzo grosso che mi allargava le labbra fino a farmi male agli angoli della bocca.

«Cazzo sì… succhia forte, puttanella. Guarda come ti si gonfia la gola quando lo prendi tutto. Sei il nostro glory hole vivente stasera.»

Le battute continuavano, goliardiche ma taglienti: «Pagati la birra col pompino», «Domani ti facciamo il turno di mattina», «Sembri più troia di certe escort». Ogni insulto mi faceva sentire piccolo, degradato, usato come un oggetto per la loro curiosità etero. Ma sotto c’era un piacere perverso: essere al centro, essere desiderato anche solo per la bocca, essere il loro segreto sporco. Il mio cazzo gocciolava nei boxer, sfregava contro il tessuto ogni volta che mi muovevo, quasi venivo senza toccarmi.

Alla fine si sono alzati tutti in cerchio intorno a me, ancora in ginocchio. Enrico ha dato l’ordine:

«Apri larga, Luca. Lingua fuori. Occhi aperti. Vogliamo vederti prendere tutto in faccia.»

Si sono segati veloci, grugnendo, ansimando. Il primo è stato Davide: schizzo caldo sul naso, poi sulla guancia sinistra. Enrico subito dopo: sulle labbra, sul mento. Matteo mi ha mirato agli occhi – ha bruciato, ho strizzato le palpebre ma li ho tenuti aperti. Paolo sul collo, Fabio sul petto nudo. Cinque sborrate dense, calde, che mi colavano ovunque: filamenti che pendevano dal mento, sperma che mi entrava in bocca quando ho respirato, odore forte che mi riempiva le narici.

Sono rimasto lì, immobile, faccia impiastricciata, respiro corto. Loro ansimavano, ridevano piano, si complimentavano tra loro:

«Cazzo che scena… sembra una pornostar coperta di sborra.»

«Grande Luca, sei stato epico.»

«Grazie, davvero… non pensavo fosse così… figo.»

Mi sono alzato piano, ginocchia doloranti, sono andato in bagno. Nello specchio: capelli scompigliati, viso rosso e lucido di sperma, occhi arrossati, un succhiotto leggero sul collo fatto da chissà chi. Mi sono lavato con acqua fredda, ma l’odore restava, appiccicoso sulla pelle.

Quando sono tornato erano già sdraiati sui letti, pantaloni su, come se niente fosse. Matteo mi ha fatto un cenno con la testa, un sorriso piccolo, quasi tenero.

«Buonanotte, Luca. Sei un mito.»

Gli altri hanno borbottato assonnati “notte”.

Mi sono infilato sotto le coperte, cazzo ancora duro, mente in subbuglio. Umiliazione, eccitazione, vergogna, senso di appartenenza. Parigi mi aveva aperto una porta che non sapevo di avere. E una parte di me, la più oscura, sperava che qualcuno bussasse di nuovo.

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