Punire la cheerleader
Martina aveva diciannove anni, un corpo da urlo e un atteggiamento da principessina viziata che faceva venir voglia di darle uno schiaffo. Cheerleader della squadra universitaria, passava il tempo a pavoneggiarsi con la sua gonna corta e il top aderente, i capelli biondi sempre perfetti, le labbra lucide di gloss alla fragola. Era carina, sì, ma aveva un talento naturale per far incazzare chiunque. E quella volta aveva davvero esagerato. Durante l’ultimo allenamento, aveva riso in faccia a uno dei rugbisti, un armadio di nome Luca, prendendolo in giro per un passaggio sbagliato davanti a tutta la squadra. “Ma che cazzo, Luca, sei più scarso di un bambino dell’asilo,” aveva detto, con quella vocina stridula e un sorrisetto da stronza. Gli altri sette della squadra, tutti montagne di muscoli tra i venti e i ventiquattro anni, avevano stretto i denti. Non era la prima volta che Martina li provocava, ma stavolta il limite era stato superato.
Dopo l’allenamento, mentre il campo si svuotava, Luca e gli altri si erano guardati con un’intesa silenziosa. Martina stava ancora sistemandosi i capelli vicino alle tribune, ignara del casino che aveva scatenato. “Andiamo, ragazzina,” le aveva ringhiato Luca, avvicinandosi con un sorrisone falso. “Dobbiamo parlare.” Lei aveva alzato un sopracciglio, un po’ confusa ma senza perdere la sua aria da reginetta. “Di cosa? Guarda che non ho tempo per le tue cazzate.” Non aveva capito niente, neanche quando gli altri si erano avvicinati, circondandola. In un attimo, l’avevano presa per le braccia e trascinata verso gli spogliatoi, lontano da occhi indiscreti. “Ma che cazzo fate? Lasciatemi!” aveva urlato, scalciando, ma contro quei bestioni non aveva speranza.
Dentro lo spogliatoio, l’odore di sudore e umidità era soffocante. Le piastrelle erano ancora bagnate dalle docce, e le panche di legno scricchiolavano sotto il peso dei ragazzi. Martina si era ritrovata spinta contro un armadietto, il cuore che le batteva all’impazzata. Paura, sì, ma anche un pizzico di eccitazione che non riusciva a spiegarsi. “Hai la lingua lunga, troietta,” aveva detto Marco, un altro della squadra, alto due metri e con le spalle larghe come un camion. “Adesso vediamo se sai usarla per qualcosa di utile.” Gli altri avevano riso, un coro di voci profonde che rimbombava nello stanzone. Martina aveva provato a ribattere, ma la sua voce tremava: “Siete dei coglioni, non avete le palle di fare un cazzo.” Errore. Luca le aveva afferrato il mento, costringendola a guardarlo negli occhi. “Oh, le palle ce le abbiamo eccome. E ora te le facciamo vedere.”
La tensione era elettrica. Le mani di Luca le stringevano il viso, mentre altri due, Matteo e Davide, le avevano bloccato le braccia. Lei si divincolava, ma era come un topolino in mezzo a dei leoni. “Smettetela, stronzi,” aveva sibilato, ma il tono era meno sicuro. Uno di loro, un tipo con la barba incolta di nome Simone, le aveva tirato via il top con un gesto secco, facendo saltare un bottone. I suoi seni, pieni e sodi, erano stretti in un reggiseno di pizzo nero. “Cazzo, guardate che tette,” aveva commentato qualcuno, e Martina aveva sentito il sangue salirle alla testa, un misto di umiliazione e un calore strano che le cresceva dentro. Non voleva ammetterlo, ma essere al centro di tutta quella attenzione, con quegli occhi famelici su di lei, la stava eccitando. La gonna era stata la prossima a sparire, lasciandola in mutandine, le cosce lunghe e lisce che tremavano appena.
“Mettila in ginocchio,” aveva ordinato Luca, e in un attimo Martina era a terra, il pavimento freddo contro la pelle. Aveva i capelli scompigliati, il gloss sbavato, ma i suoi occhi verdi brillavano ancora di sfida. “Fate i duri, eh? Scommetto che non sapete neanche da dove cominciare,” aveva detto, cercando di mantenere il controllo. Marco aveva riso, slacciandosi i pantaloncini da rugby. “Oh, fidati, sappiamo esattamente cosa fare.” Il primo contatto fisico era stato brutale: Luca le aveva infilato una mano tra i capelli, tirandoli appena per farle alzare lo sguardo. “Apri quella bocca, troia,” le aveva detto, senza mezzi termini. Martina aveva esitato, il cuore che le martellava, ma qualcosa dentro di lei – un misto di paura e voglia di vedere fino a che punto sarebbero arrivati – l’aveva spinta a obbedire. Aveva socchiuso le labbra, e in un attimo Luca le aveva infilato il cazzo in bocca, duro e caldo, spingendo senza ritegno.
I preliminari, se così si potevano chiamare, erano stati un’escalation lenta ma implacabile. Martina aveva il fiato corto, la gola che bruciava mentre Luca le teneva la testa ferma, muovendosi dentro di lei con spinte profonde. “Cazzo, sì, così, succhia bene,” le ringhiava, mentre gli altri guardavano, alcuni già con le mani nei pantaloni. Lei cercava di respirare dal naso, gli occhi che le si riempivano di lacrime per lo sforzo, ma non mollava. Ogni tanto uno degli altri si avvicinava, dandole uno schiaffetto sulla guancia o stringendole un seno. “Non fare la schizzinosa, dai,” le diceva Matteo, pizzicandole un capezzolo finché non diventava turgido. Il mix di dolore e piacere la confondeva, il corpo che reagiva nonostante tutto. Davide, un tipo silenzioso ma con un ghigno da bastardo, le aveva abbassato le mutandine, esponendo il suo culo tondo e sodo. “Guardate che pezzo di fica,” aveva commentato, passandoci sopra una mano ruvida. Martina aveva sussultato, ma non poteva fare nulla, con la bocca piena e le mani bloccate.
Quando finalmente Luca si era tirato indietro, lasciandola ansimare, la vera azione era iniziata. “Girala,” aveva detto Marco, e in pochi secondi Martina era a quattro zampe, il culo per aria, le guance arrossate e il respiro spezzato. Simone si era messo dietro di lei, sputandosi sulla mano per lubrificarsi. “Ora vediamo se sei stretta come sembri,” le aveva detto, e senza tanti complimenti le aveva infilato il cazzo nel culo, lento ma deciso. Martina aveva urlato, un misto di dolore e shock, ma le sue proteste erano soffocate da un altro cazzo, quello di Matteo, che le era stato spinto in gola. “Zitta e prendi, troietta,” le aveva detto, tenendola per i capelli. La sensazione era intensa, quasi insopportabile: Simone che la inculava con spinte regolari, il suo corpo massiccio che sbatteva contro di lei, e Matteo che le riempiva la bocca, il sapore salato sulla lingua. Gli altri guardavano, alcuni segandosi, altri in attesa del loro turno. L’odore di sudore e sesso saturava l’aria, i gemiti di Martina mescolati ai grugniti dei ragazzi.
Dopo un po’, quando il ritmo era diventato quasi meccanico, avevano cambiato posizione. Martina era stata tirata su, messa a sedere su una panca, le gambe aperte. “Leccaci, dai,” aveva ordinato Davide, spingendole la testa verso il suo culo sudato. Lei aveva esitato, schifata, ma una mano ferma sul collo l’aveva convinta. La sensazione era umiliante, il sapore acre sulla lingua, ma in qualche modo il suo corpo rispondeva ancora, il calore tra le gambe che non voleva sparire. Uno dopo l’altro, i ragazzi le si erano avvicinati, alcuni facendole leccare, altri semplicemente guardandola con un ghigno. Alla fine, si erano messi in cerchio intorno a lei, tutti e otto, con i cazzi in mano. “Apri bene, puttanella,” aveva detto Luca, e Martina, esausta, aveva obbedito. Le seghe erano frenetiche, i grugniti sempre più forti, finché uno dopo l’altro avevano iniziato a venirle addosso, schizzi caldi che le colavano sul viso, in bocca, sul collo. “Bevi tutto, cazzo,” le aveva ordinato Marco, e lei, con le lacrime agli occhi ma senza più forze per ribellarsi, aveva ingoiato, il sapore amaro che le riempiva la gola.
Quando tutto era finito, Martina era un disastro: i capelli appiccicati, il viso sporco, il corpo che tremava per le due ore di abusi. I ragazzi si erano rivestiti, alcuni dandosi pacche sulle spalle, altri ridendo come se niente fosse. Lei era rimasta lì, sulla panca, cercando di riprendere fiato. Nonostante tutto, non c’era pentimento nella sua testa, né vergogna. Solo una stanchezza infinita e una strana, perversa soddisfazione per essere sopravvissuta a quella prova di forza. Luca le aveva lanciato un asciugamano, con un mezzo sorriso. “Pulisciti, reginetta. E la prossima volta pensa prima di aprire quella bocca.” Martina non aveva risposto, ma mentre si asciugava il viso, un angolo della sua bocca si era incurvato in un sorrisetto.
