Racconti Piccanti
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Servire e guardare, che cazzo di serata

Servire e guardare, che cazzo di serata

07 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Paolo, ho trentanove anni e stasera mi sento un mix di eccitazione e umiliazione che non so nemmeno descrivere. Sono tre mesi che Elena, mia moglie, mi tiene in castità. Tre fottuti mesi senza toccarmi, con questa gabbietta di plastica stretta attorno al cazzo che mi fa impazzire ogni volta che penso a lei. Elena ha trentasei anni, un corpo che ti fa girare la testa e una testa che sa esattamente come comandarmi. È una femdom da manuale, e io, beh, sono il suo cuckold devoto. Mi piace, cazzo, mi piace da morire vederla con un altro, ma stasera sarà un livello oltre.

Siamo a casa nostra, un appartamento normale in un quartiere tranquillo. Il tavolo da pranzo è apparecchiato, ma non per una cena qualunque. Elena mi ha ordinato di vestirmi da cameriera: un grembiulino nero ridicolo, tacchi alti che mi fanno incespicare ogni due passi e un collare di pelle con un guinzaglio attaccato. Sotto, niente. Nudo come un verme, con il cazzo bloccato che preme contro la gabbia. Lorenzo, il bull di turno, sta per arrivare. Lo conosco da anni, un pezzo d’uomo di quarantun anni, uno che sa il fatto suo. È lui che scopa mia moglie mentre io guardo, e stasera Elena ha in mente qualcosa di speciale.

Quando suono il campanello per annunciare l’arrivo di Lorenzo – sì, devo pure fare lo stronzo del maggiordomo – sento il cuore battermi forte. Apro la porta e lui è lì, con un sorriso strafottente. “Ciao, cameriera,” mi dice, dandomi una pacca sul culo mentre entra. Mi brucia la faccia per la vergogna, ma sotto sotto mi piace. Elena è in salotto, con un vestito nero aderente che le fascia ogni curva. “Bene, Lorenzo, siediti. Paolo, portaci da bere,” ordina senza nemmeno guardarmi. Prendo il vassoio con i drink, i tacchi che ticchettano sul pavimento, e sento i loro occhi su di me. Lorenzo ride piano, e io mi sento piccolo, ma il cazzo mi tira nella gabbia. È una tortura, ma una di quelle che vuoi.

Mentre servo i drink, Elena si avvicina a Lorenzo sul divano. Gli mette una mano sulla gamba, gli sussurra qualcosa all’orecchio. Io sto lì, fermo come un idiota, con il vassoio in mano. “Paolo, che fai? Porta gli stuzzichini,” mi rimprovera lei. Torno in cucina, con il cuore che mi martella. Quando torno, li vedo più vicini. Lei gli sta accarezzando il collo, e lui le ha messo una mano sulla coscia. Mi tremano le gambe, ma non so se è rabbia o eccitazione. Voglio che succeda, voglio guardarli, ma cazzo, fa male lo stesso. Metto il piatto di olive e formaggi sul tavolino, e Elena mi guarda con un sorrisetto. “Bravo, ora stai lì e guarda come si fa.”

Si baciano davanti a me. Un bacio lento, con la lingua, di quelli che ti fanno capire che non stanno scherzando. Le mani di Lorenzo salgono lungo la schiena di Elena, le stringono il culo sotto il vestito. Lei geme piano, un suono che mi arriva dritto nelle palle, anche se non posso farci niente. Mi ordina di avvicinarmi, di inginocchiarmi vicino al divano. “Guardaci bene, Paolo,” mi dice, con quella voce che non ammette repliche. Io obbedisco, il pavimento freddo sotto le ginocchia, mentre loro continuano a toccarsi. Lui le alza il vestito, le scopre le cosce, e io vedo le mutandine di pizzo nero. Mi viene da stringere i pugni, ma non posso fare altro che guardare.

Dopo un po’, Elena si tira indietro e si alza. “Andiamo al tavolo, Lorenzo. Voglio che sia comodo.” Mi guarda e aggiunge: “Paolo, preparati. Stasera hai un compito speciale.” Non so cosa intende, ma il tono mi fa rabbrividire. Si spostano al tavolo da pranzo, quello dove mangiamo tutti i giorni. Lei si siede sul bordo, divarica le gambe e tira su il vestito. Lorenzo è davanti a lei, si slaccia la cintura con calma. Io sto in piedi, a un metro da loro, con il grembiulino che non copre un cazzo. “Paolo, vieni qui,” mi ordina Elena. “Toglili i pantaloni e preparalo per me.” Rimango fermo un attimo, il cervello che va in tilt. “Muoviti, non farmelo ripetere.” Con le mani che tremano, mi avvicino e gli slaccio i jeans. Li tiro giù, insieme ai boxer, e vedo il suo cazzo già mezzo duro. È grosso, molto più del mio, e la cosa mi brucia. “Prendilo in mano, dagli una sega,” mi ordina Elena. Cazzo, non ci credo che sto per farlo, ma lo faccio. Lo stringo, lo muovo su e giù, sentendo la pelle calda sotto le dita. Lorenzo mi guarda dall’alto, con un ghigno. “Bravo, cameriera, continua così.” Mi sento umiliato, ma il cazzo mi fa male nella gabbia, e non so perché mi piace.

Dopo un paio di minuti, Elena lo ferma. “Basta così, Paolo. Ora inginocchiati dietro di lui. Devi leccargli il culo mentre mi scopa.” Mi si gela il sangue, ma non protesto. Mi metto dietro Lorenzo, mentre lui si piega leggermente in avanti. Elena è sdraiata sul tavolo, le gambe aperte, il vestito tirato su fino alla vita. Lui si avvicina, le sfila le mutandine e gliele lancia in faccia a me. “Tienile,” mi dice ridendo. Mi metto in posizione, il viso vicino al suo culo, e inizio a leccare. Il sapore è forte, strano, ma faccio quello che mi dice Elena. Intanto, lo sento spingere dentro di lei. Lei ansima, geme forte, e io vedo da sotto i suoi movimenti. Entra ed esce, lento all’inizio, il cazzo lucido dei suoi umori. “Cazzo, Lorenzo, spingi più forte,” dice lei, e lui obbedisce. Io continuo a leccare, sentendo i muscoli di lui contrarsi mentre la scopa. L’odore di sesso mi riempie il naso, i loro gemiti mi rimbombano nelle orecchie. Elena urla: “Sì, così, fammi venire!” e io sento il suo orgasmo nei tremiti del corpo di Lorenzo.

Quando rallentano, mi fanno alzare. Sono sudato, stanco, con la faccia sporca, ma il desiderio mi sta uccidendo. Elena mi guarda, ancora ansimante. “Bravo, Paolo. Ora pulisci il tavolo.” Lorenzo ride, si tira su i pantaloni e si siede come se niente fosse. Io prendo un panno, ancora con i tacchi che mi fanno male, e pulisco il tavolo dove hanno appena scopato. Non so cosa provo, ma di sicuro non è pentimento. Mi piace essere così, al loro servizio, anche se mi fa sentire uno schifo. Elena mi accarezza la testa mentre passo lo straccio. “Sei stato utile stasera,” mi dice, e quelle parole mi fanno quasi venire, anche se non posso. Lorenzo aggiunge: “Ci vediamo presto, cameriera.” E io so che succederà di nuovo. E lo voglio.

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