Racconti Piccanti
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Sottomesso al fidanzato della sorella

Sottomesso al fidanzato della sorella

12 Marzo 2026·4 min di lettura

Luciano aveva sempre saputo di essere diverso, ma lo capiva soprattutto quando guardava sua sorella Sara ridere al telefono con Diego. Non era invidia per lei. Era invidia per il modo in cui Diego la guardava, per come le metteva una mano aperta sulla schiena bassa quando la superava in cucina, per il tono di voce che abbassava quando le diceva qualcosa all’orecchio. Luciano avrebbe voluto essere lui il destinatario di quel tono. Di quella mano.

Aveva 23 anni e non aveva mai scopato con nessuno. Nemmeno una sega reciproca al parco, nemmeno un pompino ubriaco in discoteca, niente. Solo video, tantissimi video, e le sue dita che ogni sera finivano sempre nello stesso posto, con la stessa fantasia: un uomo grande, sicuro, un po’ rozzo, che lo prende senza chiedere permesso, che lo chiama “piccola” mentre gli sbatte dentro fino a fargli perdere il respiro.

Diego era esattamente quel tipo di uomo. 29 anni, spalle larghe da chi fa palestra senza esagerare, mani grandi, voce profonda con un accento del sud che ogni tanto tornava fuori quando si arrabbiava o rideva forte. E soprattutto: etero. Molto etero. O almeno così diceva a tutti, e così sembrava crederci anche lui.

Quel sabato pomeriggio Sara era uscita con le amiche e aveva chiesto a Luciano di restare in casa perché sarebbe arrivato Diego a prendere alcune cose dal garage: il compressore per le gomme, la valigia da campeggio, un paio di scatoloni con attrezzi che avevano usato l’estate prima. «Fagli compagnia, offrigli un caffè, non farlo sentire un estraneo» gli aveva detto Sara con quel sorriso da sorella maggiore che sa tutto e non sa niente.

Luciano aveva annuito, sentendo già il cuore battere troppo forte.

Quando Diego entrò in casa, portava con sé l’odore di sapone da bucato e di sudore pulito, quello che resta dopo una mattinata a sistemare cose. Indossava una maglietta grigia aderente e un paio di pantaloncini da ginnastica che lasciavano vedere i quadricipiti tesi. Salutò Luciano con un «Ciao piccola» distratto, come faceva sempre, senza nemmeno rendersene conto. Luciano sentì le guance prendere fuoco.

«Ti serve una mano?» chiese Luciano, la voce un po’ troppo acuta.

Diego lo guardò un secondo di troppo. «Sì, in effetti. Devi aiutarmi a spostare ’sta merda pesante dal garage. Non voglio graffiare il pavimento di casa tua.»

Andarono insieme nel garage. Il compressore era davvero ingombrante, e la valigia da campeggio era incastrata dietro una pila di scatoloni. Diego diede le indicazioni, Luciano provò a collaborare. Ma era nervoso. Troppo nervoso.

Mentre provavano a tirare giù la valigia, Luciano mollò la presa un attimo prima, per paura di farla cadere addosso a Diego. La valigia scivolò, colpì lo spigolo di uno scatolone e si aprì di schianto. Metà del contenuto si rovesciò sul pavimento di cemento: tende, picchetti, una lampada da campeggio, un sacco a pelo… e, in bella vista, un dildo nero piuttosto grosso, di quelli realistici, con le vene in rilievo e la base a ventosa.

Il silenzio durò tre secondi eterni.

Diego diventò paonazzo. Non di imbarazzo, di rabbia.

«Cazzo Luciano, ma che cazzo fai?! Te l’avevo detto di tenerla ferma!»

Luciano indietreggiò di un passo. «Scusa… scusa, non volevo… mi è scivolata…»

Diego si chinò a raccogliere le cose con gesti secchi, nervosi. «Non è che mi serve ’sta roba davanti a te, capito? Non è roba tua.»

Quelle parole colpirono Luciano come uno schiaffo. Non era tanto il tono, quanto il sottinteso: “non è roba tua”, come se lui non potesse nemmeno guardare certe cose, come se fosse un bambino che non deve sapere che gli adulti scopano.

Luciano sentì gli occhi pizzicare. Cercò di trattenerlo, ma non ci riuscì. Una lacrima scivolò giù, poi un’altra.

Diego alzò lo sguardo e lo vide.

Il cambiamento fu immediato. La rabbia si sgonfiò come un palloncino bucato. Rimase solo una cosa negli occhi di Diego: qualcosa di scuro, di affamato, di confuso.

«…Ehi. Ehi, fermo.» Diego lasciò cadere il sacco a pelo e si avvicinò. «Non piangere, cazzo… non era per te.»

Luciano tirò su col naso, mortificato. «Mi dispiace… sono un disastro…»

Diego allungò una mano, esitò, poi gli mise le dita sotto il mento e gli sollevò il viso. Il pollice gli sfiorò la guancia bagnata, quasi senza volerlo.

«Sei troppo fragile, tu» mormorò, più a se stesso che a Luciano. «Troppo… morbido.»

Luciano tremava. Sentiva il calore della mano di Diego sulla faccia, il pollice che continuava a sfregare piano, come se stesse accarezzando qualcosa di prezioso e pericoloso insieme. Sentiva anche qualcos’altro: il suo sesso che si induriva nei pantaloncini leggeri, senza che potesse farci niente. Era così umiliante. Così eccitante.

Diego lo guardò negli occhi per un tempo che sembrò lunghissimo. La pupilla dilatata, il respiro un po’ più corto. Luciano vide il pomo d’Adamo andare su e giù.

«Smetti di piangere» gli disse piano, ma la voce era roca. «Mi fai… mi fai diventare matto quando fai così.»

Luciano deglutì. Non capiva bene cosa stesse succedendo, ma sentiva che l’aria era cambiata. Era densa. Pesante. Come prima di un temporale.

Diego tolse la mano di scatto, come se si fosse scottato.

«Dai… rimettiamo a posto ’sta roba e chiudiamola qui» borbottò, girandosi di spalle.

Ma Luciano aveva visto. Aveva visto il rigonfiamento evidente nei pantaloncini di Diego. Aveva visto come stringeva i pugni. Aveva sentito il modo in cui la sua voce si era incrinata sull’ultima frase.

E dentro di sé, in quel momento, seppe una cosa con assoluta certezza:

Diego lo voleva.

Non sapeva ancora come, né quanto, né se lo avrebbe mai ammesso.

Ma lo voleva.

E Luciano, per la prima volta in vita sua, sentì che forse – forse – anche lui poteva essere voluto allo stesso modo.

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