Pazza per l’amico di mio figlio (parte 3)
Non so quanto tempo sia passato con le sue dita che giocavano con me, ma sembrava un’eternità. Ero un groviglio di nervi, il corpo teso come una corda, ogni tocco di Marco che mi faceva sobbalzare sul quel divano sgangherato. La sua mano si muoveva lenta, quasi crudele, il pollice che sfregava il clitoride con una pressione appena sufficiente a farmi impazzire, ma non abbastanza da spingermi oltre. Ansimavo, le mani aggrappate ai cuscini, le gambe che tremavano sotto di lui. “Marco, ti prego…” ho mormorato, la voce spezzata, ma lui ha solo sorriso, quel sorrisetto sfrontato che mi faceva perdere la testa.
“Ti prego cosa, Stefania?” ha chiesto, la voce bassa, un sussurro che sembrava scivolare direttamente dentro di me. Si è chinato, le labbra a un soffio dal mio orecchio, il suo respiro caldo sulla pelle. “Vuoi che smetta? O vuoi che continui?” Sapeva benissimo cosa volevo, ma adorava farmi parlare, farmi ammettere quanto lo desiderassi. Io ho scosso la testa, incapace di rispondere, il viso in fiamme. Lui ha riso piano, mordicchiandomi il lobo. “Allora stai zitta e lascia fare a me.”
Si è tirato indietro un attimo, giusto il tempo di sfilarsi la maglietta. La sua pelle era liscia, tesa sui muscoli delle spalle e del petto, una perfezione che contrastava con la mia, segnata dal tempo, dai chili di troppo, dalle smagliature appena visibili sui fianchi. Ma nei suoi occhi non c’era giudizio, solo fame. Ha slacciato i jeans, lasciandoli cadere a terra insieme ai boxer, e io non ho potuto fare a meno di guardarlo, il cuore che mi martellava nel petto. Era duro, pronto, e quella vista mi ha fatto deglutire a vuoto, un misto di ansia e voglia che mi stringeva lo stomaco.
“Non guardarmi così,” ha detto, un angolo della bocca che si alzava in un sorriso. “Non mordo. Non troppo, almeno.” Si è avvicinato di nuovo, le mani che afferravano l’orlo delle mie mutandine, tirandole giù con un movimento lento, quasi cerimonioso. Ero nuda davanti a lui ora, vulnerabile, esposta, ma non mi sentivo a disagio. Non con lui. Le sue mani si sono posate sulle mie cosce, spalancandole ancora di più, e poi si è chinato, la sua bocca che trovava la mia pelle, baciando l’interno delle gambe, risalendo piano. Quando la sua lingua mi ha toccato, lì, dove ero già fradicia, ho lasciato andare un gemito che non sono riuscita a trattenere, la testa che ricadeva all’indietro.
Ha continuato così, succhiando, leccando, con una calma che mi faceva impazzire, mentre io mi contorcevo sotto di lui, le mani che gli afferravano i capelli. Sentivo l’odore della mia eccitazione mescolarsi con il suo, un misto acre e reale che mi stordiva. “Marco, cazzo, non ce la faccio più…” ho ansimato, e lui ha alzato lo sguardo, gli occhi che brillavano di una soddisfazione quasi predatoria. “Non ancora,” ha detto, la voce roca. “Voglio sentirti implorare.”
Ma non mi ha lasciato il tempo di dire altro. Si è rialzato, posizionandosi tra le mie gambe, il suo corpo che premeva contro il mio. Mi ha afferrato i fianchi con una presa ferma, sollevandoli appena, e poi l’ho sentito, la punta del suo sesso che sfregava contro di me, dura, calda, un contatto che mi ha fatto tremare. “Guardami,” ha ordinato, e io ho aperto gli occhi, trovando i suoi che mi inchiodavano. “Dimmi che lo vuoi.” La sua voce era un sussurro, dolce, in netto contrasto con la forza con cui mi teneva. Ho annuito, le parole che mi morivano in gola, ma lui ha scosso la testa. “Dillo.”
“Lo voglio,” ho mormorato, la voce che tremava. “Ti voglio, Marco. Adesso.” E con quelle parole, qualcosa in lui è scattato. Mi ha penetrato con un colpo secco, brutale, facendomi sussultare e strappandomi un gemito che era quasi un grido. Era dentro di me, completamente, e il dolore iniziale si è mescolato subito a un piacere così intenso che mi ha tolto il fiato. Si è mosso subito, con spinte decise, profonde, il suo bacino che sbatteva contro il mio con un ritmo che non lasciava spazio a pensieri. Il suono dei nostri corpi che si scontravano riempiva la stanza, un rumore crudo, reale, mescolato al mio respiro spezzato e ai suoi grugniti bassi.
Mi teneva i fianchi con una mano, l’altra che scivolava sul mio seno, stringendolo, pizzicando il capezzolo con una pressione che mi faceva vedere le stelle. Ogni colpo era un’esplosione, un’onda che mi travolgeva, e io mi sentivo andare in pezzi sotto di lui. Ma poi, mentre il suo corpo mi dominava con quella forza quasi selvaggia, si è chinato di nuovo, le labbra vicino al mio orecchio, e ha sussurrato: “Sei bellissima così, Stefania. Perfetta. Non sai quanto ti voglio.” Le sue parole, così dolci, così inaspettate, mi hanno colpito più delle sue spinte. Era un contrasto che mi mandava fuori di testa, quella tenerezza mescolata alla brutalità del suo movimento, e ho sentito qualcosa dentro di me cedere, un calore che cresceva, inarrestabile.
“Marco…” ho ansimato, le mani che si aggrappavano alle sue spalle, le unghie che probabilmente lasciavano segni sulla sua pelle. “Non smettere, ti prego…” Lui ha riso piano, un suono basso, caldo, e ha accelerato, i colpi che si facevano ancora più duri, più veloci, mentre il suo respiro diventava irregolare. “Non smetto, tranquilla,” ha mormorato, sempre con quella dolcezza assurda. “Vieni per me, dai. Fammi sentire quanto ti piace.” E quelle parole, unite al suo ritmo implacabile, mi hanno spinto oltre il limite. Ho sentito l’orgasmo esplodermi dentro, un’onda che mi ha travolto, facendomi tremare sotto di lui, un grido che non sono riuscita a trattenere. Lui ha continuato a muoversi, ancora qualche spinta, e poi l’ho sentito irrigidirsi, un gemito roco che gli sfuggiva mentre si lasciava andare dentro di me, il suo corpo che si fermava, pesante, sopra il mio.
Siamo rimasti così per un po’, ansimanti, sudati, il suo peso che mi schiacciava contro il divano in un modo che non era scomodo, ma quasi rassicurante. L’odore del sesso aleggiava nell’aria, mescolato a quello del suo sapone, della sua pelle. Alla fine, si è tirato indietro, scivolando fuori da me con un movimento lento, e si è sdraiato accanto, un braccio che mi circondava la vita. Mi ha guardato, quel sorrisetto che tornava sul suo viso, ma c’era qualcosa di più morbido nei suoi occhi. “Tutto bene?” ha chiesto, la voce ancora un po’ roca.
Ho annuito, cercando di riprendere fiato, il cuore che rallentava piano. “Sì,” ho detto, la voce tremante. Ma mentre lo guardavo, mentre sentivo il suo calore vicino a me, una lucidità fredda si è fatta strada nei miei pensieri. Era stato tutto quello che avevo desiderato, tutto quello che avevo fantasticato in quelle settimane di silenzio, ma sapevo che non potevamo continuare. Non potevo permettermi di perdermi in lui, non potevo rischiare tutto per altri momenti come questo, per quanto perfetti fossero stati.
“Marco,” ho iniziato, sedendomi piano, coprendomi con il plaid buttato sul divano. Lui mi ha guardato, un sopracciglio alzato, come se già sapesse cosa stavo per dire. “Questo… è stato incredibile. Ma non possiamo più vederci. Non dopo oggi.” Le parole mi pesavano, ma erano necessarie. Lui è rimasto in silenzio per un attimo, poi ha annuito, senza protestare, senza insistere. “Lo capisco,” ha detto semplicemente, la voce neutra. “Ma sappi che non dimenticherò questo. Né te.”
Mi sono rivestita in silenzio, con le mani che tremavano un po’, mentre lui mi guardava dal divano, ancora nudo, senza vergogna. Quando ho preso la borsa e mi sono avviata verso la porta, mi sono voltata un’ultima volta. Era lì, seduto, con quel sorriso che mi aveva fregato dal primo giorno. “Ciao, Stefania,” ha detto, e io ho sentito un nodo in gola. “Ciao, Marco,” ho risposto, e poi sono uscita, chiudendo la porta dietro di me, sapendo che non sarei tornata indietro. Ma anche sapendo che, in un angolo della mia mente, lui sarebbe rimasto per sempre.
