Racconti Piccanti
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Rilassa i muscoli

Rilassa i muscoli

24 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono le nove di sera, e il cloro mi brucia ancora nelle narici. L’allenamento è finito da un quarto d’ora, ma il coach mi ha trattenuto. “Luca, resta un attimo, dobbiamo parlare,” ha detto con quel tono secco che non ammette repliche. Gli altri ragazzi sono già usciti dallo spogliatoio, lasciandosi dietro solo il rumore lontano delle loro risate e l’odore di sudore misto a sapone. Sono stanco, i muscoli delle gambe mi tremano dopo le serie massacranti in vasca, ma non oso protestare. Il coach, Marco, è uno che ti incute rispetto, e anche un po’ di paura, con quei suoi trentanove anni portati come un’arma, il fisico scolpito da anni di nuoto agonistico e quello sguardo che sembra leggerti dentro.

“Vieni qui,” mi ordina, indicando con un cenno del mento la zona delle docce. È già senza maglietta, i tatuaggi sul braccio destro che si muovono con ogni gesto. Ha un’aria seria, quasi minacciosa, e io, che di anni ne ho solo ventidue e una timidezza che mi mangia vivo, mi limito ad annuire. Mi tolgo la cuffia, i capelli bagnati mi si appiccicano alla fronte. Non capisco cosa voglia, ma so che non è solo una chiacchierata tecnica. C’è qualcosa nel suo tono, nel modo in cui mi fissa, che mi fa battere il cuore più forte, e non per la fatica.

“Entra sotto la doccia,” dice, e la sua voce è un ringhio basso. Non c’è spazio per esitare. Mi spoglio velocemente, lasciando cadere il costume a terra, e sento il freddo delle piastrelle sotto i piedi nudi. L’acqua è ancora accesa, calda, e il vapore mi avvolge mentre mi metto sotto il getto. Sento i passi di Marco dietro di me, pesanti, decisi. Non mi giro, non ancora. Il cuore mi martella nel petto, e non so se è paura o qualcosa di diverso, qualcosa che non voglio nemmeno nominare dentro di me.

“Se vuoi migliorare i tempi, devi imparare a rilassare i muscoli… tutti,” dice, e la sua voce è così vicina che mi fa sobbalzare. Sento il calore del suo corpo dietro di me, poi le sue mani, grandi e ruvide, si posano sui miei fianchi. Stringono con forza, e io resto paralizzato. L’acqua scroscia su di noi, coprendo ogni altro suono, ma non i suoi respiri, pesanti, quasi ansanti. “Non ti irrigidire, Luca. Lasciati andare,” aggiunge, e c’è un tono crudele, quasi beffardo, nelle sue parole.

“Coach, io…” provo a dire, ma la mia voce è un sussurro, spezzata dall’acqua e dall’imbarazzo. Non so cosa voglio dire, non so nemmeno cosa sto provando. La sua presa si fa più stretta, e sento il suo petto premere contro la mia schiena, la sua pelle calda e scivolosa sotto il getto. È più grande di me, più forte, e lo dimostra in ogni gesto. “Non parlare. Ascolta e basta,” mi interrompe, e con una mano mi spinge in avanti, facendomi appoggiare le mani al muro di piastrelle bagnate. Sono esposto, vulnerabile, e il getto d’acqua mi colpisce il viso, quasi soffocandomi.

Sento il suo corpo muoversi contro il mio, e capisco cosa sta per succedere. Non c’è spazio per pensare, solo per sentire. La sua mano scivola lungo la mia schiena, poi più in basso, e ogni suo tocco è un ordine, un comando silenzioso. “Rilassa i muscoli, Luca. Se ti irrigidisci, non imparerai mai a spingere come si deve in vasca,” dice, e il tono è quello di un consiglio tecnico, come se stesse parlando di una bracciata o di una virata. Ma c’è una durezza, una ferocia, che mi fa tremare. Sento la pressione del suo corpo, il suo membro duro contro di me, e so che non c’è scampo.

“Coach, non sono sicuro…” inizio, ma lui mi interrompe con una risata bassa, quasi un grugnito. “Non sei sicuro di cosa? Di voler migliorare? Di voler vincere? Questo è il prezzo, ragazzo. Ogni spinta che ti do è una lezione. Impara,” dice, e con un movimento deciso mi penetra da dietro. Un dolore acuto mi attraversa, misto a una sensazione che non riesco a definire. Stringo i denti, le mani contro il muro, mentre l’acqua continua a scorrere, calda, quasi ustionante, coprendo i miei gemiti involontari.

“Ecco, così,” mormora lui, la voce roca, mentre spinge con un ritmo lento ma implacabile. Ogni movimento è calcolato, come se stesse davvero insegnandomi qualcosa. Sento ogni dettaglio, la pressione, la pienezza, il calore del suo corpo contro il mio. L’odore del cloro si mescola al suo, un misto di sudore e sapone, e il suono dei nostri corpi che si scontrano sotto l’acqua è osceno, ritmico, quasi ipnotico. “Non stringere, Luca. Lascia che ti insegni come si fa,” dice, e la sua voce è un misto di comando e scherno. Io non rispondo, non ci riesco. Mi limito a respirare, a sentire, mentre il dolore si trasforma in qualcosa di diverso, qualcosa che mi fa vergognare ma che non riesco a fermare.

“Dimmi che hai capito,” ordina, spingendo più forte, e io annuisco, anche se non so a cosa sto annuendo. “Sì, coach, ho capito,” riesco a dire, la voce spezzata, soffocata dall’acqua che mi entra in bocca. Lui ride, un suono basso e gutturale. “Bravo, ragazzo. Ogni spinta è una ripetuta. Conta con me. Uno,” e spinge, “due,” e spinge ancora. Ogni numero è un colpo, e io mi ritrovo a contare con lui, come se fossimo in vasca, come se fosse davvero un allenamento. “Tre… quattro…” continuo, e la mia voce trema, ma non mi fermo. Non posso.

Sento le sue mani stringermi i fianchi, le dita che affondano nella carne, lasciando segni che domani vedrò allo specchio. Il getto d’acqua mi scorre lungo la schiena, tra le gambe, e ogni sensazione è amplificata: il calore, la pressione, il suono dei suoi grugniti, il sapore dell’acqua mista a cloro che mi cola sulle labbra. “Più rilassato, Luca. Devi scivolare, non opporti,” dice, e c’è una nota di soddisfazione nella sua voce, come se stesse davvero vedendo un miglioramento. E io, in qualche modo, lo assecondo. Rilasso i muscoli, o almeno ci provo, e il ritmo delle sue spinte diventa più fluido, più intenso.

“Guardati, come impari in fretta,” mi provoca, e io chiudo gli occhi, non voglio vedere il mio riflesso nelle piastrelle lucide davanti a me. Ma non posso sfuggire al resto: il suono della sua voce, il contatto della sua pelle, il modo in cui ogni spinta sembra sincronizzata col battito del mio cuore. “Dimmi che ti piace la lezione,” aggiunge, e io non so se sta scherzando o se parla sul serio. Non rispondo subito, ma lui rallenta, quasi si ferma, e la minaccia è chiara. “Dillo, Luca,” insiste, e la sua voce è un ringhio.

“Mi piace… la lezione,” balbetto, e odio il modo in cui suona la mia voce, debole, spezzata. Ma lui sembra soddisfatto, perché riprende il ritmo, più veloce, più duro. “Bene. Allora spingi anche tu, fai vedere che hai imparato,” ordina, e io, con un misto di vergogna e istinto, muovo i fianchi contro di lui, seguendo il suo ritmo. Ogni movimento è una resa, ma anche una scoperta. Sento il mio corpo rispondere, il calore che cresce dentro di me, e non so se è solo l’acqua calda o qualcos’altro.

Le sue mani scivolano dai miei fianchi al mio torace, poi più in basso, e mi afferra con decisione, iniziando a stimolarmi mentre continua a spingere. La sensazione è travolgente, un doppio assalto che mi fa perdere ogni controllo. “Ecco, ora stai nuotando come si deve,” dice, e la battuta crudele mi colpisce, ma non ho la forza di ribattere. Posso solo gemere, un suono che non riconosco come mio, mentre lui continua, instancabile. Sento il suo respiro accelerare, i suoi movimenti diventare più irregolari, e capisco che sta per raggiungere il limite.

“Non ti fermare, Luca. Vai fino alla fine della vasca,” grugnisce, e io non so se sta parlando di nuoto o di questo, ma obbedisco. Muovo i fianchi, stringo i denti, e sento il piacere montare, inevitabile, come una onda che non posso fermare. L’acqua ci avvolge, il vapore ci soffoca, e ogni sensazione è al massimo: la pressione dentro di me, il tocco delle sue mani, il suono dei nostri corpi, l’odore acre del sudore e del cloro. “Ci sei, ragazzo. Ci sei,” dice, e la sua voce è un rantolo, mentre spinge un’ultima volta, con forza, e io sento il suo rilascio, caldo, profondo, mentre anche il mio corpo cede, tremando sotto il getto d’acqua.

Restiamo così per un momento, immobili, il suono dell’acqua che copre tutto. Poi lui si ritira, lento, e io sento il vuoto, il freddo improvviso dove prima c’era il suo calore. Mi appoggio al muro, le gambe che tremano, e non oso girarmi. Sento i suoi passi allontanarsi, il rumore di un asciugamano che viene preso, poi la sua voce, di nuovo calma, come se niente fosse successo. “Domani ripeti le serie di oggi. E ricordati: rilassati, o non arriverai mai da nessuna parte.”

Non rispondo. Resto sotto l’acqua, lasciandola scorrere sul mio corpo, mentre cerco di capire cosa è appena successo. Non so se sono arrabbiato, umiliato o qualcos’altro. So solo che domani sarò di nuovo in vasca, sotto i suoi occhi, e che una parte di me, per quanto la odi, sa che tornerò sotto quella doccia se me lo ordinerà. L’acqua continua a scorrere, e io resto lì, immobile, con il sapore del cloro in bocca e il ricordo del suo tocco sulla pelle.

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