L’amico di famiglia che ho sempre voluto
Mi chiamo Simone, ho diciannove anni e, fino a quella sera, non avevo mai toccato nessuno, né uomo né donna. Non è che non volessi, ma non mi sentivo pronto. E poi c’era lui, Lorenzo, che mi girava nella testa da anni, come un pensiero che non riesci a scacciare. Lorenzo, ventisei anni, amico di famiglia da sempre, un tipo che sembrava scolpito nella pietra: alto, muscoloso, con le spalle larghe e un sorriso che ti metteva a tuo agio anche se dentro tremavi. Per me era una specie di fratello maggiore, ma anche qualcosa di più, qualcosa che non riuscivo a confessare nemmeno a me stesso. Lo guardavo e sentivo un misto di ammirazione e vergogna, come se volere lui fosse sbagliato due volte: per la differenza d’età e per quel ruolo che aveva nella mia vita.
Quella sera i miei erano fuori città, casa vuota. Lorenzo era passato a trovarmi, come faceva spesso, con una birra in mano e un sorriso sornione. “Dai, Simo, guardiamoci un film dell’orrore, tanto lo so che ti caghi sotto,” mi aveva detto, buttandosi sul divano con una gamba appoggiata sul bracciolo. Io avevo riso, un po’ nervoso, ma avevo annuito. Abbiamo messo su un film pieno di jumpscare, uno di quelli con mostri che spuntano dal buio e ti fanno sobbalzare. La stanza era illuminata solo dalla luce tremolante della TV, e io ero seduto vicino a lui, non proprio attaccato, ma abbastanza da sentire il calore del suo corpo e l’odore della sua pelle misto a quello della birra che sorseggiava.
Non ci ho messo molto a spaventarmi. Un mostro è saltato fuori da un armadio, e io ho fatto un balzo, afferrandogli il braccio senza pensarci. “Cazzo, Lorenzo, spegni ‘sto coso,” ho borbottato, con il cuore che mi martellava nel petto. Lui è scoppiato a ridere, una risata profonda, di gola. “Ma che fifone sei, Simo! Dai, rilassati, è solo un film.” Mi ha dato una pacca sulla spalla, ma la sua mano è rimasta lì un po’ troppo a lungo, e io ho sentito un brivido che non aveva niente a che fare con la paura. Ho girato la testa per guardarlo, e i suoi occhi erano già su di me, non scherzosi come al solito, ma intensi, come se stesse cercando di capire qualcosa.
“Che c’è?” ho chiesto, con la voce che mi usciva un po’ strozzata. Lui non ha risposto subito, ha solo inclinato la testa, poi ha detto, con un tono basso: “Niente, pensavo che sei cresciuto, sai? Non sei più il ragazzino che seguiva me e tuo fratello dappertutto.” Quelle parole mi hanno colpito, non so perché. Mi sono sentito visto, ma anche nudo, come se avesse letto qualcosa che non volevo mostrare. Ho abbassato lo sguardo, giocando con l’orlo della mia maglietta, mentre il film continuava a fare rumori inquietanti in sottofondo. La tensione dentro di me cresceva, un misto di imbarazzo e desiderio che mi stringeva lo stomaco. E poi è successo.
Lorenzo si è chinato verso di me, lento, come per darmi il tempo di tirarmi indietro, ma io ero paralizzato. Le sue labbra si sono posate sulle mie, un contatto leggero all’inizio, poi più deciso. Ho sentito il sapore della birra sulla sua lingua, il calore del suo respiro, e il mio corpo ha reagito prima della mia testa. Mi sono tirato indietro di scatto, con il cuore che sembrava volermi uscire dal petto. “Che… che cazzo fai?” ho balbettato, con le guance che bruciavano. Lui mi ha guardato, tranquillo, con un mezzo sorriso. “Ti bacio, no? Se non vuoi, dimmelo.” Ma io non riuscivo a dire niente. Ero terrorizzato, ma allo stesso tempo volevo che continuasse. “Non so cosa fare,” ho ammesso, con la voce che tremava. “Non l’ho mai fatto. Con nessuno.”
Lorenzo ha annuito, come se non fosse una sorpresa. “Tranquillo, Simo. Non dobbiamo fare niente che non vuoi. Ma se vuoi, ti guido io.” Quelle parole mi hanno fatto sentire piccolo, ma anche protetto. Mi sono morso il labbro, combattuto, ma alla fine ho annuito, un gesto quasi impercettibile. Lui ha sorriso, un sorriso dolce ma con un’ombra di malizia, e si è avvicinato di nuovo. Mi ha baciato ancora, questa volta più lento, più profondo, con una mano sulla mia nuca che mi teneva fermo. Sentivo la sua barba corta pizzicarmi il mento, il suo respiro pesante mescolarsi al mio. Mi sono lasciato andare, anche se dentro di me una voce urlava che era sbagliato, che non dovevo.
Le sue mani hanno iniziato a esplorare, scendendo lungo il mio collo, sotto la maglietta. La sua pelle era ruvida, calda, e ogni tocco mi faceva rabbrividire. “Rilassati, piccolo,” ha mormorato contro il mio orecchio, prima di iniziare a leccarmi il collo, lento, con la lingua che tracciava cerchi umidi sulla mia pelle. Ho chiuso gli occhi, con il respiro corto, mentre un calore mi si accendeva nel basso ventre. Ha continuato, scendendo fino alla clavicola, poi ha sollevato la mia maglietta e ha preso un capezzolo tra le labbra, succhiando piano. Ho emesso un gemito involontario, e mi sono coperto la bocca con una mano, imbarazzato. Lui ha riso piano. “Non ti trattenere, Simo. Voglio sentirti.”
Quelle parole mi hanno fatto arrossire ancora di più, ma mi sono lasciato guidare. Mi ha spinto indietro sul divano, facendomi sdraiare, mentre le sue mani mi accarezzavano il torso magro, così diverso dal suo corpo possente. Mi sentivo fragile sotto di lui, ma non in senso negativo. Era come se mi stesse proteggendo, anche mentre mi faceva tremare. Ha continuato a baciarmi il petto, mordicchiando qua e là, mentre una delle sue mani scivolava più in basso, sopra i jeans. Ho sentito la pressione del suo palmo contro di me, e ho istintivamente spinto i fianchi verso l’alto, cercando di più. “Piano, non correre,” ha detto, con una voce roca che mi ha fatto venire i brividi. “Abbiamo tempo.”
Ma io non avevo pazienza. Sentivo il desiderio crescere, un bisogno che non avevo mai provato così forte. Gli ho afferrato la maglietta, tirandola su con mani tremanti, e lui si è lasciato spogliare, mostrando un torace scolpito, con i muscoli che si muovevano sotto la pelle mentre si appoggiava sopra di me. Ho passato una mano sui suoi pettorali, incredulo, sentendo la durezza sotto le dita. “Cazzo, sei… sei perfetto,” ho sussurrato, senza pensarci. Lui ha riso, un suono basso e caldo. “Grazie, piccolo. Ma ora vediamo di te.”
Mi ha slacciato i jeans con calma, guardandomi negli occhi per capire se fossi a posto. Io annuivo, anche se il cuore mi batteva all’impazzata. Ha tirato giù i pantaloni insieme agli slip, lasciandomi nudo sotto di lui. Mi sono sentito esposto, vulnerabile, ma il modo in cui mi guardava, con desiderio e una specie di tenerezza, mi ha fatto rilassare un po’. Ha passato una mano lungo la mia coscia, poi più su, stringendomi piano. Ho chiuso gli occhi, con un gemito che mi è sfuggito dalle labbra. “Ti piace, eh?” ha chiesto, con un tono giocoso ma carico di eccitazione. “Sì… cazzo, sì,” ho risposto, con la voce spezzata.
Siamo andati avanti così per un po’, con lui che mi toccava, mi baciava, mi faceva perdere la testa. Poi si è alzato, tirandomi con sé. “Vieni qua,” ha detto, portandomi verso il muro del salotto. Mi ha spinto contro la superficie fredda, con una mano sulla mia schiena che mi teneva fermo. Sentivo il suo corpo premuto contro il mio, il suo respiro pesante nell’orecchio. “Ti voglio, Simo,” ha detto, con una voce che non ammetteva repliche. “Ma se fa male, dimmelo, ok?” Ho annuito, anche se ero terrorizzato. Non sapevo cosa aspettarmi, ma lo volevo, più di ogni altra cosa.
Si è chinato a prendere qualcosa dalla tasca dei suoi jeans, un preservativo e una bustina di lubrificante. Ha fatto tutto con calma, dandomi il tempo di abituarmi all’idea. Ho sentito le sue mani scivolose prepararmi, con una dolcezza che contrastava con la durezza del suo corpo. “Rilassati, piccolo. Respira,” mi ha detto, mentre spingeva piano. Ho stretto i denti, sentendo un bruciore che mi ha fatto stringere i pugni contro il muro. “Cazzo, Lorenzo… fa male,” ho detto tra i denti. Lui si è fermato subito, accarezzandomi la schiena. “Stringi i denti, piccolo. Passa subito, promesso.” E aveva ragione. Dopo un po’, il dolore è diventato qualcosa di diverso, un piacere intenso, profondo, che mi faceva tremare le gambe.
Ha iniziato a muoversi, prima piano, poi con più forza, spingendomi contro il muro. Ogni spinta mi faceva gemere, un misto di piacere e vergogna che mi bruciava dentro. Sentivo il suo respiro affannoso contro il mio collo, le sue mani che mi stringevano i fianchi con forza, lasciandomi i segni sulla pelle. “Cazzo, Simo, sei stretto da morire,” ha grugnito, con la voce carica di eccitazione. Io non riuscivo a rispondere, solo a gemere, con le lacrime che mi scendevano lungo le guance, non di dolore, ma di un piacere così forte che non riuscivo a controllarmi. Mi sono aggrappato al muro, poi a lui, con le mani che cercavano qualcosa a cui tenersi. “Ti voglio da sempre,” ho sussurrato, con la voce rotta, senza nemmeno rendermene conto.
Quelle parole devono averlo colpito, perché ha rallentato per un attimo, baciandomi il collo con una tenerezza che mi ha spiazzato. “Anche io, piccolo. Anche io,” ha detto piano, prima di riprendere con più forza. Mi sono abbandonato completamente, lasciandolo fare, mentre il piacere cresceva, un’onda che mi travolgeva. Quando sono venuto, è stato come un’esplosione, un calore che mi ha attraversato tutto il corpo, lasciandomi senza fiato. Ho gridato, stringendomi a lui, mentre anche Lorenzo raggiungeva il suo limite, con un gemito profondo che mi ha fatto rabbrividire.
Siamo rimasti lì, contro il muro, per qualche minuto, con il suo petto che si alzava e abbassava contro la mia schiena. Poi si è tirato indietro, con delicatezza, aiutandomi a tenermi in piedi perché le gambe mi tremavano ancora. Mi ha guardato, con un sorriso stanco ma soddisfatto. “Tutto bene, Simo?” ha chiesto, passandomi una mano tra i capelli sudati. Ho annuito, con un mezzo sorriso, anche se dentro di me c’era ancora un groviglio di emozioni che non riuscivo a sciogliere. “Sì. Tutto bene.” E per la prima volta, in quel momento, lo credevo davvero.
