Racconti Piccanti
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Svuotarsi i Coglioni

Svuotarsi i Coglioni

17 Marzo 2026·8 min di lettura

Eccomi qui, Alessio, 32 anni, in vacanza nel profondo Sud, dai parenti che non vedo da un pezzo. Sono sbarcato in questo paesino arroccato tra le colline, dove il tempo sembra essersi fermato a trent’anni fa. La casa dei miei zii è un caos di voci, piatti che sbattono, e odore di ragù che impregna ogni angolo. Tutti sanno che sono gay, l’ho detto anni fa durante una cena di Natale, tra un boccone di lasagna e un sorso di vino rosso. Qualcuno ha fatto una faccia strana, ma poi ci hanno fatto l’abitudine. Tutti tranne Giulio, il mio cugino di secondo grado, 23 anni, un bulletto di paese con i capelli a spazzola, la felpa aderente e l’aria di uno che si crede il re del mondo. Ogni tanto se ne esce con battute pesanti, tipo “Oh, Alessio, sicuro che non vuoi provarci con me?” e ride come un idiota. Gli altri lo rimproverano, gli dicono di smetterla, ma lui se ne frega. Io faccio finta di niente, sorrido e cambio discorso, ma dentro mi rode.

È una di quelle sere d’estate afose, l’aria è densa e appiccicosa. Esco per prendere una boccata d’aria, lontano dal chiasso della cena infinita. Cammino per le stradine strette del paese, con i lampioni che fanno una luce fioca e i gatti che sgattaiolano tra i vicoli. A un certo punto lo vedo: Giulio, seduto da solo su un muretto, con lo sguardo perso e una sigaretta in mano. Sembra incazzato nero. Mi avvicino, un po’ titubante, perché con lui non sai mai come può reagire.

“Ehi, tutto a posto?” gli chiedo, fermandomi a qualche metro di distanza.

Lui alza lo sguardo, mi fissa per un attimo, poi sbuffa. “No, per niente. Una stronza mi ha appena dato buca. Ero sicuro che stasera me la facevo, e invece niente. Sono incazzato, ma soprattutto ho una voglia pazzesca di svuotarmi i coglioni.”

Resto un po’ spiazzato. Non so se ridere o cosa. “Mi dispiace, dai. Magari domani va meglio,” provo a dire, ma mi rendo conto che suona patetico.

Giulio mi guarda con un sorrisetto storto. “Sai che c’è? Voglio farti vedere un posto. Dai, vieni con me.”

Lo fisso, un po’ dubbioso. “Che posto? È tardi, Giulio.”

“Non fare il rompicoglioni, seguimi e basta,” insiste, alzandosi dal muretto e buttando la sigaretta per terra. Io esito, ma alla fine decido di seguirlo. Non so perché. Forse perché sono stanco, o curioso, o semplicemente non voglio sembrare il solito stronzo che dice sempre di no. Camminiamo per dieci minuti, uscendo dal centro del paese, fino a un vicolo abbandonato con un vecchio magazzino mezzo diroccato. Lui spinge una porta di lamiera arrugginita e mi fa cenno di entrare.

Dentro c’è puzza di umido e polvere. Un paio di finestre rotte lasciano entrare qualche raggio di luna, e in un angolo c’è un materasso sporco, macchiato, buttato per terra. Giulio si avvicina a una scatola di metallo nascosta dietro dei cartoni, tira fuori un sacchettino di plastica con dell’erba e un pacchetto di cartine. “Qui tengo la mia roba,” dice con un ghigno, iniziando a rollarsi una canna. “Rilassati un po’, cugino.”

Non sono sicuro di voler stare lì, ma non dico niente. Lui si accende la canna, tira una boccata profonda e me la passa. “Fatti un tiro, su. Non essere sempre così rigido.” Io la prendo, più per non fare discussioni che per voglia. L’odore acre mi pizzica il naso, ma fumo lo stesso. Intanto Giulio si toglie la maglietta, scoprendo un torso magro ma definito, con un tatuaggio tribale sul braccio destro che sembra fatto da un ubriaco. Si sfila anche le scarpe da ginnastica, buttandole in un angolo, e si lascia cadere sul materasso con un grugnito. “Cazzo, sto meglio già così. Dai, togliti pure tu la maglia, fa un caldo del cazzo qui dentro.”

Lo guardo, un po’ a disagio. “Nah, sto bene così,” rispondo, cercando di sembrare tranquillo.

“Ma che cazzo, Alessio, non fare il prezioso. Togliti ‘sta maglia e vieni a sederti. Non ti mordo mica,” dice ridendo, con quel tono che sembra sempre un po’ un ordine. Io esito ancora, ma alla fine cedo. Mi tolgo la t-shirt, rivelando il mio corpo normale, non particolarmente allenato, con un po’ di peli sul petto. Mi siedo sul materasso, a debita distanza, e lui mi passa di nuovo la canna. Fumo, tossisco, e sento la testa che inizia a girare un po’. Parliamo del più e del meno, di ragazze, di lavoro, del paese, ma c’è una tensione strana nell’aria. Lo sento, e credo che lo senta anche lui.

A un certo punto, dopo un silenzio lungo, Giulio si gira verso di me, con un’espressione seria ma anche un po’ strafatta. “Senti, cugino… fai una cosa per me.”

“Che cosa?” chiedo, già immaginando che non mi piacerà la risposta.

“Fammi un pompino,” dice, senza giri di parole, guardandomi dritto negli occhi.

Resto di sasso. “Che cazzo dici, Giulio? Sei fuori di testa?” rispondo, con la voce che trema un po’ per l’imbarazzo e la rabbia.

“Dai, non fare il santarellino. So che ti piace il cazzo, no? E io ho bisogno di svuotarmi. Non è che stiamo insieme, è solo una cosa veloce. Nessuno lo saprà,” insiste, con quel tono strafottente che mi fa venire voglia di tirargli un pugno.

“No, cazzo, non ci sto. Sei mio cugino, e poi non funziona così,” ribatto, cercando di alzarmi, ma lui mi afferra per un braccio e mi tira giù.

“Rilassati, non fare il drammatico. Siediti e basta. Non ti sto chiedendo di sposarmi, solo di farmi scaricare un po’,” dice, e c’è qualcosa nel suo sguardo, un misto di sfida e disperazione, che mi blocca. Non so perché, ma resto lì. Forse è l’erba, forse è la stanchezza, o forse una parte di me, una parte che non voglio ammettere, è curiosa. Alla fine, con il cuore che mi batte a mille, mi sposto verso di lui. Mi metto tra le sue gambe, mentre lui si slaccia i jeans e tira giù i boxer, mostrando un cazzo già mezzo duro, lungo e con una vena evidente che corre lungo l’asta. Ha un odore forte, muschiato, di sudore e testosterone.

“Dai, cazzo, non farmi aspettare,” mi dice, tirando un’altra boccata dalla canna e buttando fuori il fumo con un ghigno. Io mi chino, con la gola secca, e lo prendo in bocca, lentamente, sentendo il calore e il sapore salato sulla lingua. Lui geme piano, appoggiandosi indietro con le mani dietro la testa. “Così, bravo, cugino. Succhiamelo bene.”

Vado piano, lo lavoro con la bocca, sentendo la sua durezza crescere sotto le mie labbra. Ogni tanto alzo lo sguardo e vedo i suoi occhi socchiusi, il fumo che gli esce dalla bocca mentre continua a fumare con una mano. Mi sento strano, umiliato ma anche eccitato in un modo che non voglio ammettere. Continuo per un po’, con un ritmo lento, finché lui non mi ferma posandomi una mano sulla testa.

“Basta così. Ora ti scopo,” dice, con un tono che non ammette repliche. Io provo a protestare, ma lui è già sopra di me, mi spinge giù e mi strappa via i pantaloni e i boxer con una forza che mi spaventa. “Giulio, cazzo, no, aspetta,” dico, ma lui non mi ascolta. Mi fa mettere a pecora, con le mani e le ginocchia sul materasso sporco. Sento il suo fiato caldo sul collo mentre si posiziona dietro di me. Mi sputa sul buco, un gesto freddo e meccanico, e poi lo sento spingere dentro, senza troppi complimenti. Fa male, un bruciore acuto che mi fa stringere i denti, ma lui non si ferma. “Rilassati, cazzo, non è la prima volta che lo prendi, no?” mi dice, con una risata cattiva.

Inizia a muoversi, con colpi secchi e decisi, tenendomi per i fianchi con una presa ferrea. Ogni spinta mi fa sfuggire un gemito, un misto di dolore e piacere che non riesco a controllare. Il materasso sotto di me puzza di muffa, e il rumore dei nostri corpi che sbattono insieme rimbomba nel magazzino vuoto. “Cazzo, sei stretto, cugino. Mi fai godere come una puttana,” ringhia, e quelle parole mi fanno sentire ancora più in imbarazzo. È mio cugino, più piccolo di me, e mi sta trattando come uno straccio, ma il mio corpo risponde lo stesso, tradendomi con ogni respiro affannoso.

Va avanti a lungo, cambiando ritmo ogni tanto, rallentando per poi accelerare di colpo, come se volesse farmi sentire ogni centimetro di lui. Sento il sudore che mi cola lungo la schiena, il suo respiro pesante, l’odore acre dell’erba misto a quello del sesso. “Ti piace, eh? Dillo, cazzo,” mi ordina, dandomi uno schiaffo sul culo che brucia. Io non rispondo, stringo i denti e subisco, ma dentro di me c’è un caos di emozioni che non so spiegare. Alla fine, con un grugnito profondo, lo sento venire, spingendo un’ultima volta con forza, riempiendomi mentre ansima e impreca sottovoce.

Si tira fuori, lasciandomi lì, tremante e con il fiato corto. Si sdraia accanto a me, tirandosi su i boxer, e si accende un’altra sigaretta come se niente fosse. Io resto in silenzio, con il corpo dolorante ma anche svuotato in un modo strano, quasi liberatorio. Non dico niente, non lo guardo. Mi tiro su i pantaloni lentamente, senza guardarlo negli occhi, e mi siedo a qualche metro da lui, con la testa che mi gira ancora per l’erba e per quello che è appena successo. Lui tira una boccata, sorride e dice: “Cazzo, cugino, non male. Ogni tanto ci vuole.” Io non rispondo, ma non provo nemmeno a contraddirlo. Resto lì, in silenzio, mentre la notte ci avvolge.

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