Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

La suocera che non resiste più

La suocera che non resiste più

12 Marzo 2026·5 min di lettura

Eccomi qua, Carla, 54 anni suonati, con un corpo che ha visto giorni migliori. La pancia molle, le cosce piene di cellulite, ma, diciamocelo, ho ancora due tette enormi che sembrano sfidare la gravità e un culo largo che riempie qualsiasi sedia. Vivo in una casa modesta, quella di mia figlia Sara, sposata con quel troglodita di Luca, un muratore con le mani sempre sporche di cemento e una bocca che non sa dire niente di carino. Lo odio da anni, giuro. Mi tratta come una serva, mi ordina di portargli da bere, da mangiare, come se fossi la sua cameriera personale. “Carla, muoviti, portami una birra!” mi urla, e io stringo i denti mentre gliela passo. Ma, porca miseria, c’è una parte di me che si scalda quando lo vedo fissarmi le tette. Lo fa senza vergogna, con quel ghigno da porco, mentre sorseggia la sua birra sul divano. Mi guarda e io sento un formicolio tra le gambe, un’umidità che non dovrebbe esserci. Mi faccio schifo da sola, ma è così.

È una sera d’autunno, fresca, e Sara è via per lavoro, fuori città per un paio di giorni. Sono sola in cucina, in camicia da notte, una di quelle vecchie e leggere che mi copre appena il culo. Sto lavando i piatti, con l’acqua che mi schizza un po’ sulle mani, quando sento la porta d’ingresso sbattere. È Luca, puzza di birra e sudore già da lontano. Barcolla un po’, gli occhi lucidi, e mi guarda con un sorrisetto che mi fa venire la pelle d’oca. “Che cazzo fai ancora sveglia, vecchia?” biascica, avvicinandosi. Io mi irrigidisco, ma non rispondo subito. “Non sono affari tuoi,” gli dico, cercando di mantenere la voce ferma. Ma lui si avvicina ancora, troppo. Mi spinge contro il frigo, il metallo freddo sulla schiena mi fa rabbrividire. “Smettila, Luca, sei ubriaco,” gli dico, ma la mia voce trema. Lui ride, una risata bassa, cattiva. “Ti piace, eh, puttana. Lo vedo come mi guardi.” Non so perché, ma quelle parole mi fanno bagnare ancora di più, anche se lo odio, anche se vorrei spaccargli la faccia.

Sento le sue mani ruvide che mi afferrano i fianchi, mi stringono forte. Mi tira la camicia da notte, scoprendomi le cosce, e io provo a spingerlo via, ma è troppo forte. “Fermo, cazzo,” gli dico, ma lui non ascolta. Con un gesto secco mi strappa le mutande, le sento lacerarsi, e resto lì, nuda sotto la camicia da notte, con l’aria fredda che mi sfiora la pelle. Mi guarda, i suoi occhi sono pieni di lussuria e disprezzo. “Guarda come sei bagnata,” dice, e prima che possa rispondere mi infila due dita dentro, senza nessuna delicatezza. Stringo i denti, un gemito mi sfugge, un misto di dolore e piacere che mi fa girare la testa. “Ti piace, troia,” mi sussurra all’orecchio, insultandomi, mentre muove le dita dentro di me, ruvido, senza riguardo. Io mi aggrappo al frigo, le gambe che tremano, e non so se voglio che smetta o che continui.

Mi tira via dal frigo, mi spinge verso il tavolo della cucina. “Adesso vediamo quanto vali,” dice, con quella voce da stronzo che mi fa ribollire il sangue. Mi piega sul tavolo, la faccia schiacciata contro il legno freddo, le tette che si appiattiscono sotto il mio peso. Mi solleva la camicia da notte fino alla vita, lasciandomi il culo scoperto. Sento le sue mani che mi palpano, mi stringono la carne, e poi un rumore strano, una zip che si apre. Ma prima che capisca cosa sta succedendo, sento un liquido caldo colarmi sulle tette, attraverso la stoffa sottile. “Che cazzo fai?” urlo, girando la testa, e vedo che si sta pisciando addosso, un po’ sulle mie tette, con quel ghigno da bastardo. “Ti marco, vecchia,” dice, e io mi sento umiliata, ma allo stesso tempo quel gesto mi fa qualcosa, mi fa sentire sua in un modo che non capisco.

Non ho tempo di pensare, perché subito dopo lo sento spingere contro di me. “Preparati, troia,” mi dice, e senza alcun preavviso mi penetra dietro, secco, senza lubrificante, senza niente. Urlo, un misto di dolore acuto e un piacere strano, contorto, che mi fa stringere i pugni. “Cazzo, fa male!” grido, ma lui non si ferma. “Zitta, ti piace,” ringhia, spingendo più forte, con le mani che mi tengono i fianchi come una morsa. Sono piegata sul tavolo, le gambe larghe, il culo in aria, e lui mi sbatte con una forza che mi fa sbattere i fianchi contro il bordo del tavolo a ogni colpo. Il dolore è bruciante, ma c’è qualcosa in quella violenza che mi manda fuori di testa, un godimento che non riesco a controllare. “Più forte, stronzo,” gli dico tra i denti, quasi senza accorgermene, e lui ride, dandomi una sculacciata che mi fa bruciare la pelle. “Lo sapevo che sei una porca,” dice, e continua a spingere, il rumore dei nostri corpi che sbattono riempie la cucina, insieme ai suoi grugniti e ai miei gemiti strozzati. Sento l’odore di birra e sudore che viene da lui, mescolato all’odore del mio stesso corpo, e mi fa girare la testa. Sono un casino di sensazioni, il dolore che si mischia al piacere, il suo cazzo che mi spacca mentre mi tiene ferma, senza darmi scampo.

Non so quanto dura, ma a un certo punto lo sento irrigidirsi, un grugnito più profondo, e capisco che sta per venire. “Dentro, cazzo,” gli dico, con la voce roca, e lui non se lo fa dire due volte. Sento il calore dentro di me, un’esplosione che mi fa tremare le gambe, e poi rallenta, lasciandosi andare sul mio corpo, ansimando. Restiamo così per un attimo, io schiacciata sul tavolo, lui sopra di me, con il suo peso che mi opprime. Poi si tira indietro, si tira su i pantaloni e mi guarda con quel ghigno. “Sei una bella troia, Carla,” dice, prima di girarsi e andare verso il divano, lasciandomi lì, mezza nuda, con le gambe che tremano e il culo che brucia.

Il giorno dopo, sono di nuovo in cucina, a lavare i piatti come se niente fosse. Ma mentre strofino una pentola, la mia mente torna a ieri sera. Mi tocco tra le gambe, sotto la gonna, senza nemmeno pensarci, ripensando a come mi ha sbattuto su quel tavolo. Quando sento la porta aprirsi, so che è lui. Mi giro, e senza dire una parola gli apro la porta già senza mutande, con un sorrisetto che dice tutto.

Lascia un commento