Racconti Piccanti
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Stringi le chiappe, puttanella

Stringi le chiappe, puttanella

23 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono le 4:30 del mattino e l’aria della stazione puzza di ferro arrugginito e di piscio. Ho 28 anni, faccio il turno di notte in un bar schifoso a due passi da qui, e ogni mattina, finito il lavoro, mi trascino fino al binario per prendere il primo regionale delle 4:50. Sono esausto, ho le mani che sanno di birra stantia e il collo che mi fa male per aver passato ore a pulire bicchieri. La stazione è quasi deserta, solo qualche pendolare assonnato e un paio di barboni che dormono sulle panchine. Non è un posto che mette a proprio agio, ma ci sono abituato. È la mia routine.

Da qualche giorno, però, c’è qualcosa che mi turba. Un ragazzo, più o meno della mia età, sui 29 anni, lo vedo spesso qui intorno. È sempre vicino ai binari morti, dove ci sono i bagni pubblici, quelli sporchi che nessuno usa a meno di non essere disperato. Ha i jeans stretti, una felpa col cappuccio tirata su, e un modo di stare fermo che mi fa drizzare i peli sulla nuca. Mi fissa. Non è un’occhiata casuale, no, mi guarda proprio, con insistenza, come se stesse studiando ogni mio movimento. All’inizio ho pensato che fosse solo paranoia, che fossi io a immaginare cose strane per via della stanchezza. Ma ogni mattina è lì, e i suoi occhi mi seguono mentre passo.

Questa mattina, mentre scendo le scale con lo zaino sulle spalle, lo vedo di nuovo. È appoggiato al muro vicino all’entrata dei bagni, le mani nelle tasche, il cappuccio che gli copre mezza faccia. Mi guarda, e stavolta non distoglie gli occhi nemmeno per un secondo. Sento un nodo allo stomaco, un misto di paura e di qualcosa che non voglio ammettere. Accelero il passo, ma il cuore mi batte forte. Non so perché, ma invece di andare dritto al binario, mi ritrovo a girare verso i bagni. Forse è la stanchezza, forse è curiosità. Forse è qualcosa di più profondo, qualcosa che mi fa sentire lo stomaco che si contorce mentre apro la porta di quel posto lurido.

Dentro, l’odore è insopportabile: ammoniaca, muffa, e chissà cos’altro. Il pavimento è appiccicoso, i lavandini sono incrostati di sporco, e lo specchio è così macchiato che non riflette quasi niente. Mi fermo un attimo, guardandomi intorno, chiedendomi perché diavolo sono entrato qui. Poi sento la porta che si chiude alle mie spalle, e il rumore del chiavistello che scatta. Mi giro di scatto, e lui è lì. Il ragazzo con la felpa. È a due passi da me, la faccia seria, gli occhi che sembrano bucarmi.

“Che cazzo vuoi?” gli dico, la voce che mi trema un po’. Non sono uno che cerca guai, ma non voglio nemmeno sembrare uno che si fa mettere i piedi in testa.

Lui non risponde subito. Fa un passo avanti, poi un altro, fino a che non mi ritrovo con le spalle contro il lavandino. Il bordo freddo mi preme contro la schiena. “Ti ho visto, sai,” dice, la voce bassa, quasi un sussurro. “Ogni mattina, passi di qua, mi guardi, poi fai finta di niente. Pensi che non me ne accorga?”

“Non so di cosa stai parlando,” ribatto, ma sento il calore che mi sale al viso. Sto mentendo, e lo so. Lo sa anche lui.

“Stronzate,” dice, e un sorriso storto gli si disegna sulla faccia. “Lo vuoi, e lo sai. Altrimenti non saresti qui dentro, no?”

Non so cosa rispondere. Ho la bocca secca, le mani che tremano appena. Potrei spingerlo via, potrei urlare, ma non lo faccio. Resto fermo, e questo è già una risposta. Lui lo capisce, perché si avvicina ancora di più, fino a che non sento il suo fiato sul collo. “Dimmi di no, se non lo vuoi,” sussurra. “Dimmi di andarmene.”

Non dico niente. Non ci riesco. E lui lo prende come un sì.

Mi afferra per i fianchi, con una forza che non mi aspettavo. Mi gira di scatto, facendomi appoggiare le mani sul bordo del lavandino. Il metallo è freddo sotto le dita, e lo specchio sporco riflette solo un’ombra del mio viso. Sento le sue mani che trafficano con la cintura dei miei pantaloni da lavoro, il rumore della fibbia che si apre. “Non fare storie,” dice, e la sua voce ha un tono che mi fa stringere lo stomaco. Non è una richiesta, è un ordine.

I pantaloni mi scivolano lungo le gambe, seguiti dalle mutande. L’aria fredda mi colpisce la pelle, e mi sento esposto, vulnerabile. Non ho il tempo di pensare, perché lui mi spinge in avanti, facendomi piegare sul lavandino. Sento il suo corpo contro il mio, il tessuto ruvido dei suoi jeans contro le mie cosce nude. “Stai fermo,” dice, e la sua voce è un ringhio basso. Sento il rumore della sua cintura che si slaccia, poi il fruscio dei pantaloni che scendono. Il cuore mi batte così forte che mi sembra di sentirlo nelle orecchie.

Non c’è delicatezza, non c’è tempo per prepararmi. Sento la pressione contro di me, e un istante dopo il dolore acuto mentre mi penetra. Stringo i denti, un gemito mi sfugge dalla gola, ma il rumore di un treno che passa copre qualsiasi suono. Lui mi tiene per i fianchi, le dita che affondano nella carne, e spinge, forte, senza darmi il tempo di abituarmi. Il dolore si mischia a qualcos’altro, un calore che non voglio ammettere, ma che mi fa tremare le gambe.

“Stringi le chiappe, puttanella,” mi sussurra all’orecchio, e quelle parole mi colpiscono come uno schiaffo. Mi sento umiliato, ma allo stesso tempo c’è una parte di me che risponde, che si lascia andare. Stringo, come mi ha detto, e lo sento gemere, un suono gutturale che mi fa venire i brividi. Il ritmo diventa più veloce, più duro, il rumore dei nostri corpi che si scontrano rimbomba nel bagno sporco. Ogni spinta mi fa sbattere contro il lavandino, il bordo che mi preme contro lo stomaco.

Guardo lo specchio, ma non vedo niente, solo macchie e graffi. Riesco a distinguere a malapena il contorno del mio viso, le smorfie che faccio mentre lui continua a muoversi dentro di me. Ho la bocca aperta, il respiro corto, e non riesco a controllare i suoni che mi escono. Gemiti, rantoli, mescolati al rumore dei treni fuori. La sua mano mi stringe più forte, l’altra scende lungo la mia schiena, spingendomi giù, facendomi piegare ancora di più.

“Ti piace, eh?” dice, ansimando. “Lo sapevo che eri uno che ci sta. Guardati, tutto bagnato e pronto.”

Non rispondo, non ci riesco. La vergogna mi brucia il viso, ma il mio corpo reagisce da solo. Sento il calore che cresce, la tensione che si accumula, e senza nemmeno toccarmi, senza fare niente, esplodo. Vengo contro il muro sotto il lavandino, il liquido caldo che schizza sulla superficie sporca. Tremore dopo tremore, mi svuoto, mentre lui continua a spingere, senza rallentare.

“Brava troietta,” dice con una risata bassa, e pochi secondi dopo lo sento irrigidirsi. Un grugnito, un ultimo affondo, e poi il calore dentro di me, il suo seme che mi riempie e poi cola lungo le cosce mentre si ritira. Resto fermo, ansimante, le mani ancora aggrappate al lavandino. Non riesco a muovermi, non riesco a pensare. Lui si tira su i pantaloni, il rumore della cintura che si richiude è l’unica cosa che sento oltre al mio respiro.

Mi dà una pacca sul culo, forte abbastanza da farmi sobbalzare. “Ci vediamo domani, puttanella,” dice, ridendo piano, e poi esce, lasciando la porta aperta dietro di sé. Resto lì, piegato sul lavandino, il corpo ancora tremante, il liquido che mi scivola lungo le gambe. Mi tiro su i pantaloni con mani che non sembrano le mie, cercando di rimettermi in ordine, ma so che non ci riuscirò del tutto.

Esco dal bagno con le gambe che mi cedono, la testa che gira. Il treno delle 4:50 è già al binario, e salgo a bordo senza guardare nessuno, senza pensare a niente. Mi siedo, lo sguardo fisso fuori dal finestrino, ma non vedo il paesaggio. Vedo solo i suoi occhi, sento ancora la sua voce che mi dice quelle parole. E so, con una certezza che mi fa stringere lo stomaco, che domani mattina sarò di nuovo qui. Prenderò lo stesso treno, passerò davanti a quei bagni, e cercherò il suo sguardo. So che se mi vede, finirò di nuovo col culo contro quel lavandino lurido. E una parte di me, quella che non voglio ammettere, lo desidera.

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