Racconti Piccanti
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Parlare con il cazzo in bocca (parte 3)

Parlare con il cazzo in bocca (parte 3)

25 Marzo 2026·10 min di lettura

Non so come siamo arrivati a questo punto. Non so come ho fatto a lasciare che tutto diventasse… normale. O almeno, una specie di normale, perché di normale in quello che succede tra me e Matteo non c’è proprio niente. Sono passate un paio di settimane da quella sera in bagno, quando mi sono chiuso dentro con il cuore che batteva all’impazzata e la vergogna che mi soffocava. Pensavo che sarebbe finita lì, che sarebbe stato un episodio isolato, un errore da seppellire sotto strati di silenzio e imbarazzo. Ma non è andata così. Non so se è stata la sua insistenza, il suo modo di fare come se fosse tutto uno scherzo, o la mia incapacità di dire di no, ma ormai è diventato una specie di routine. Una routine malata, che mi fa sentire sporco ogni volta che ci penso, ma che non riesco a fermare.

È sempre la stessa storia. La sera, dopo cena, ci ritroviamo sul divano del salotto. L’odore di birra versata e di tessuto vecchio mi colpisce ogni volta, un memento costante di come tutto è iniziato. Matteo è sempre lì, stravaccato con una birra in mano, la maglietta aderente che mette in mostra i muscoli delle braccia, i pantaloncini che scivolano appena sulle cosce. Io, invece, sono sempre seduto un po’ più lontano, con le mani che tremano e il cuore che batte già troppo forte, come se sapessi cosa sta per succedere. E lo so, in fondo. Lo so ogni volta. Non c’è più bisogno che lui lo chieda esplicitamente, non c’è più quel tira e molla di parole e silenzi. Basta un suo sguardo, un sorrisetto, un gesto della mano che indica lo spazio davanti a lui, e io mi muovo, come un automa, come se non avessi scelta.

Ma la verità è che una scelta ce l’ho. Potrei dire di no. Potrei alzarmi e andare via, chiudermi in camera e non uscirne più. Ma non lo faccio. Non ci riesco. Ogni volta che ci penso, ogni volta che mi dico “basta, questa è l’ultima”, c’è qualcosa dentro di me che mi blocca, un calore che mi brucia nello stomaco, un’eccitazione che mi fa vergognare di me stesso. E Matteo lo sa. Lo vede nei miei occhi che evitano i suoi, nelle guance che arrossiscono senza che io possa farci niente, nel modo in cui la mia voce trema anche solo a rispondere a una sua battuta. Lo sa, e ci gioca. Ci gioca come se fosse un gioco, il suo gioco, e io fossi solo una pedina.

Quella sera non era diversa dalle altre, o almeno così credevo. Ero seduto sul divano, con le ginocchia raccolte e le mani che stringevano il bordo della mia maglietta, come al solito. Matteo aveva appena finito di bere una birra, e la lattina vuota era posata sul tavolino, accanto ad altre due. Il televisore era acceso, ma il volume era basso, quasi inesistente, un sottofondo di voci e rumori che nessuno dei due stava ascoltando davvero. L’aria era pesante, carica di quell’odore familiare di sudore, birra e tessuto vecchio, e io sentivo già il cuore battermi forte, come se stessi aspettando qualcosa che sapevo sarebbe arrivato.

“Ehi, Luca,” ha detto a un certo punto, con quel tono rilassato ma allo stesso tempo tagliente che ormai conoscevo fin troppo bene. Si è girato verso di me, appoggiando un braccio sullo schienale del divano, e mi ha guardato con un sorrisetto che mi ha fatto irrigidire all’istante. “Vieni qua. Sai cosa fare.”

Ho sentito le guance bruciarmi, come sempre, e ho abbassato lo sguardo, fissando il pavimento come se potesse darmi una via di fuga. Ma non c’era nessuna via di fuga. Non con lui che mi guardava così, non con quella voce che sembrava un ordine mascherato da richiesta. Ho annuito, un movimento appena percettibile, e mi sono alzato, con le gambe che tremavano leggermente. Mi sono inginocchiato davanti a lui, sul pavimento freddo, e ho sentito il cuore martellarmi nel petto mentre lui si abbassava i pantaloncini con un gesto lento, quasi teatrale. L’odore della sua pelle mi ha colpito subito, forte, muschiato, un misto di sudore e calore che mi ha fatto girare la testa. Non volevo guardarlo in faccia. Non ci riuscivo mai, all’inizio. Fissavo le sue ginocchia, il tessuto dei pantaloncini abbassati, qualsiasi cosa purché non fossero i suoi occhi.

Quando l’ho preso in bocca, tutto è diventato confuso, come sempre. Il sapore era intenso, salato, qualcosa che ormai riconoscevo ma che ogni volta mi sembrava nuovo, invadente. Sentivo il calore, la consistenza, e il suono del mio stesso respiro, spezzato e umido, che mi faceva sentire patetico. Sbiascicavo, cercavo di non soffocare, e le mie mani si appoggiavano al divano per non perdere l’equilibrio, sfregando contro il tessuto ruvido e vecchio. Ma non era solo questo. Non era solo il gesto, la sensazione fisica. Era quello che succedeva dopo, o meglio, quello che lui faceva succedere.

“Fermo un attimo,” ha detto dopo qualche istante, con la voce bassa ma decisa. Ho alzato lo sguardo, esitante, e ho incontrato i suoi occhi, scuri e pieni di una luce che mi metteva paura. Stava sorridendo, ma non era un sorriso gentile. Era un sorriso soddisfatto, pericoloso, il sorriso di chi sa di avere il controllo. “Voglio sentirti parlare. Lo sai, no? Mi piace. Dai, dì qualcosa. Tipo… dì ‘sono bravo a succhiare il cazzo’.”

Ho sentito il sangue gelarsi nelle vene. Non era la prima volta che me lo chiedeva, ma ogni volta era come un pugno nello stomaco. La mia voce, già tremula, sembrava non volerne sapere di uscire. Le guance mi bruciavano, e sentivo gli occhi pizzicare, come se stessi per piangere. Ma lui insisteva, con quel sorriso che non lasciava spazio a discussioni. “Dai, dillo. Fammi sentire come sbiascichi. È troppo forte, cazzo. Dillo.”

Ho provato a parlare, con lui ancora in bocca, e il risultato è stato un disastro, come sempre. “S-sono… b-bravo… a s-succhiare… il c-cazzo,” ho biascicato, con la voce soffocata, quasi incomprensibile. Ogni sillaba era un’umiliazione, un peso che mi schiacciava, e sentivo le lacrime pizzicarmi gli occhi mentre cercavo di non soffocare. Matteo è scoppiato a ridere, una risata profonda, di gola, che mi ha fatto sentire minuscolo, insignificante. “Cazzo, è troppo divertente. Sembri un idiota, lo sai? Dillo di nuovo. Più chiaro. Dai, forza.”

Ho obbedito, o almeno ci ho provato, ripetendo quella frase patetica mentre sentivo il viso bruciarmi di vergogna. “S-sono bravo… a s-succhiare il c-cazzo,” ho biascicato di nuovo, con la voce rotta, spezzata, e ogni parola sembrava scavarmi dentro, lasciarmi nudo, esposto. Ma non era abbastanza per lui. Non lo era mai. Ha stretto leggermente la presa sui miei capelli, non con forza, ma con decisione, e ha inclinato la testa per guardarmi meglio. “Non basta. Dai, dì qualcos’altro. Tipo… ‘mi piace essere il tuo pompinaro’. Forza, dillo. Voglio sentirlo.”

Ho sentito una lacrima scivolarmi lungo la guancia, calda e umiliante, ma non potevo farci niente. La vergogna mi soffocava, mi bruciava dentro come un fuoco, ma c’era anche quell’altra cosa, quel calore che non riuscivo a ignorare, che mi faceva tremare non solo di paura ma di qualcos’altro, qualcosa che odiavo ammettere. Ho aperto la bocca, con il respiro corto, e ho provato a parlare. “M-mi p-piace… essere… il t-tuo… p-pompinaro,” ho sbiascicato, con la voce che sembrava non appartenermi, un suono patetico, soffocato, che mi faceva sentire ancora più piccolo.

Matteo ha riso di nuovo, più forte stavolta, e ha scosso la testa come se non potesse crederci. “Cazzo, Luca, sei incredibile. Sembri così fottutamente disperato. Mi piace da morire. Dillo ancora. Più forte. Fammi sentire quanto ti piace.”

Ho ripetuto quella frase, una, due, tre volte, ogni volta con la voce più rotta, più umiliata, mentre le lacrime mi scorrevano lungo le guance e il suo ridere mi risuonava nelle orecchie come un’eco crudele. Ma non era solo la vergogna. Non era solo l’umiliazione. C’era qualcosa dentro di me che stava esplodendo, un’eccitazione così intensa, così sbagliata, che non potevo controllarla. Sentivo il mio corpo reagire, un calore che si accumulava, un bisogno che non aveva niente a che fare con il tocco, ma con le sue parole, con il modo in cui mi guardava, con il potere che esercitava su di me.

“Ancora una,” ha detto a un certo punto, con la voce più roca, quasi un ringhio. “Dì ‘sono solo la tua bocca da usare’. Dai, dillo. Fammi vedere quanto sei patetico.”

Ho sentito il cuore fermarsi per un istante, ma non potevo oppormi. Non ci riuscivo. “S-sono… s-solo… la t-tua b-bocca… da u-usare,” ho biascicato, con la voce che si spezzava su ogni sillaba, mentre le lacrime mi bagnavano il viso e il suo cazzo era ancora in bocca, caldo, invadente, un promemoria costante del mio posto in quel momento. Matteo ha riso di nuovo, ma stavolta c’era qualcosa di diverso nella sua risata, una soddisfazione profonda, quasi animalesca. “Cazzo, sì. È questo che mi piace. Sentirti così, vederti così. Sei fottutamente perfetto quando balbetti come un idiota. Non pensavo che mi avrebbe fatto questo effetto, ma… cazzo, è una figata.”

Quelle parole mi hanno colpito più di qualsiasi altra cosa. Non era solo il fatto che stesse godendo della mia umiliazione, ma il modo in cui lo diceva, così aperto, così schietto, come se stesse scoprendo qualcosa di nuovo su di sé ogni volta che mi faceva parlare. E io, nonostante tutto, nonostante la vergogna che mi soffocava, sentivo il mio corpo spingersi oltre un limite che non sapevo nemmeno esistesse. Non mi stavo toccando, non avevo bisogno di farlo. Era tutto nella mia testa, nelle sue parole, nel modo in cui mi guardava, nel modo in cui mi faceva sentire così piccolo, così usato. E poi è successo. Un’ondata, un’esplosione che mi ha travolto senza che potessi farci niente, lasciandomi tremare, con il respiro corto e la testa che girava.

Matteo se n’è accorto. Ha notato il modo in cui il mio corpo si è irrigidito, il modo in cui ho smesso di muovermi per un istante, e ha riso di nuovo, un suono che mi ha fatto sentire ancora più nudo. “Cazzo, davvero? Solo per questo? Sei messo proprio male, Luca,” ha detto, con un tono che era un misto di scherno e soddisfazione. “Ma sai una cosa? Mi piace. Mi piace da morire. Continua a parlare. Non smettere. Dillo di nuovo.”

Ho obbedito, con la voce rotta, soffocata, mentre le lacrime continuavano a scorrere e il mio corpo tremava per quello che era appena successo. “S-sono… s-solo… la t-tua b-bocca… da u-usare,” ho biascicato, e ogni parola era un’altra coltellata, un’altra umiliazione, ma anche un’altra scintilla di quella cosa che non potevo controllare. Matteo ha stretto la presa sui miei capelli, non con forza, ma con decisione, e ha continuato a guardarmi, con quel sorriso che non spariva mai. “Ecco, così. Fino alla fine. Non smettere di parlare.”

E non ho smesso. Non potevo. Anche quando tutto è finito, anche quando lui si è sistemato i pantaloncini con un gesto nonchalante e ha preso un sorso di birra come se niente fosse, io ero ancora lì, inginocchiato, con le guance bagnate e il cuore che batteva all’impazzata. Non riuscivo a guardarlo. Non riuscivo a muovermi. Mi sentivo vuoto, usato, ma anche… appagato, in un modo che mi faceva schifo. Mi odiavo per questo, ma era la verità.

“Beh, grazie del favore, amico,” ha detto Matteo, con quel tono che era sempre un misto di scherno e rilassatezza. “Sei stato utile, come al solito. Vai a darti una sistemata, sembri uno straccio.”

Non ho risposto. Mi sono alzato, con le gambe che ancora tremavano, e ho borbottato qualcosa di incomprensibile prima di sparire lungo il corridoio. Ma mentre chiudevo la porta della mia stanza dietro di me, con le mani che ancora tremavano e il sapore che mi rimaneva in bocca, non riuscivo a smettere di pensare a quello che era successo. A quello che avevo provato. A quello che lui aveva detto. “Mi piace da morire.” Quelle parole continuavano a girarmi nella testa, un’eco che non mi dava pace.

E poi c’era quella domanda, quella che non avevo mai avuto il coraggio di affrontare davvero. Perché lo facevo? Perché, nonostante tutto, continuavo a tornare lì, a inginocchiarmi davanti a lui, a lasciarlo giocare con me come se fossi una cosa? Non avevo una risposta. O forse ce l’avevo, ma non volevo guardarla in faccia. Non ancora. Forse mai.

Ma una cosa la sapevo. Sapevo che, in qualche modo, avevamo trovato un equilibrio, per quanto malato fosse. Lui aveva il controllo, e io… io lo accettavo. Con vergogna, con lacrime, con un’eccitazione che mi faceva schifo, ma lo accettavo. E per ora, questo bastava. O almeno, era tutto quello che potevo permettermi di credere.

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