Racconti Piccanti
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Sbattuta per bene dallo squaletto

Sbattuta per bene dallo squaletto

17 Marzo 2026·7 min di lettura

Eccomi qui, a 51 anni suonati, a mollo in una piscina comunale che puzza di cloro come se fossi tornata ragazzina. È giovedì pomeriggio, il giorno in cui mio marito Giorgio è sempre fuori per lavoro fino a tardi. Di solito vengo qui per fare due bracciate, scaricare lo stress e non pensare al fatto che la mia vita è diventata una routine noiosa. Ma oggi, accidenti, c’è qualcosa di diverso. O meglio, qualcuno. Luca. Ventisei anni, un metro e ottanta di muscoli scolpiti, capelli neri un po’ spettinati e un sorriso da stronzo che ti fa venir voglia di dargli uno schiaffo. O qualcos’altro.

Lo vedo dall’altra parte della vasca, sta nuotando come se fosse un maledetto squalo, con delle spalle che sembrano scolpite nel marmo. Ogni tanto si ferma, si appoggia al bordo e mi guarda. Sì, proprio me, Veronica, con le mie cosce un po’ flosce e qualche ruga che non riesco più a nascondere nemmeno con il trucco. Non capisco perché mi fissi così. Voglio dire, ci sono ragazze della sua età qui, con bikini striminziti e corpi perfetti. Eppure, i suoi occhi verdi continuano a tornare su di me. Mi sento a disagio, ma devo ammetterlo: c’è una parte di me, quella che non ascolto da anni, che si sta risvegliando. Mi fa sentire viva, e allo stesso tempo mi terrorizza.

Esco dall’acqua e mi avvolgo nell’asciugamano, cercando di ignorarlo. Ma lui non molla. Si avvicina mentre sto per andare verso gli spogliatoi, con quel suo passo sicuro e un sorriso che è più un ghigno. “Ciao, ti ho vista nuotare. Hai una bella energia per una donna così… matura,” dice, con un tono che non so se è un complimento o una provocazione. Lo guardo storto. “Matura? Attento a come parli, ragazzino. Potrei essere tua madre.” Lui scoppia a ridere, e accidenti se ha una risata sexy. “Non mi dispiacerebbe,” risponde, e io arrossisco come una stupida. Non so cosa dire, così borbotto un “devo andare” e mi allontano, sentendo il suo sguardo bruciarmi sulla schiena.

Negli spogliatoi, però, il cuore mi batte forte. Mi siedo su una panchina, cercando di calmarmi. Non posso pensare a lui in quel modo. Sono sposata da vent’anni, per l’amor del cielo. Giorgio non è un cattivo marito, solo… distante. Non mi tocca da mesi, e io mi sento invisibile. Ma questo non giustifica niente. O forse sì? Sto ancora lottando con questi pensieri quando la porta si apre e lui entra. Luca. In boxer aderenti che lasciano poco all’immaginazione. Il suo torace è lucido di acqua, i muscoli tesi, e quelle gambe lunghe e forti mi fanno venir voglia di… no, smettila, Veronica.

“Che ci fai qui?” gli chiedo, con un tono più duro di quanto vorrei. Lui si stringe nelle spalle. “Mi cambio. È uno spogliatoio, no?” Si avvicina, troppo. Sento il calore del suo corpo, l’odore di cloro misto a qualcosa di più maschile. “Smettila di guardarmi così,” gli dico, ma la mia voce trema. Lui sorride di nuovo, quel sorriso che mi fa impazzire. “E tu smettila di fingere che non ti piaccia.” Mi alzo di scatto, voglio andarmene, ma lui mi blocca con un braccio contro il muro. Non mi tocca, non ancora, ma il suo sguardo mi inchioda. “Dammi un motivo per non provarci,” sussurra. E io non ce l’ho, un motivo. Non uno valido, almeno.

La tensione è insostenibile. Siamo troppo vicini, il suo respiro mi sfiora il collo. Mi odio per come il mio corpo risponde, per come sento un calore che non provavo da anni. “Luca, non posso,” dico, ma è una bugia e lo sappiamo entrambi. Lui si avvicina ancora, il suo petto quasi sfiora il mio. “Non vuoi, o non puoi?” mi provoca. E poi, senza aspettare una risposta, mi sfiora il braccio con le dita. È un tocco leggero, ma mi fa rabbrividire. Vorrei spingerlo via, ma non ci riesco. È come se fossi paralizzata, intrappolata tra il desiderio e la paura.

Alla fine, sono io a fare il primo passo. Non so perché, ma gli metto una mano sul petto, come per allontanarlo. Ma non lo faccio. Sento i suoi muscoli sotto le dita, duri, caldi. Lui mi guarda, e nei suoi occhi c’è una scintilla di trionfo. “Vedi? Non è così difficile,” dice piano. Mi avvicina a sé, lentamente, dandomi tutto il tempo di tirarmi indietro. Ma non lo faccio. La sua bocca si avvicina alla mia, e quando mi bacia è come se tutto il mondo sparisse. Le sue labbra sono decise, la sua lingua cerca la mia con una fame che mi fa girare la testa. Gli mordo il labbro inferiore, un po’ per rabbia, un po’ per desiderio. Lui geme piano, e quel suono mi manda fuori di testa.

Ci spostiamo verso una delle cabine per spogliarsi, quelle con le tende di plastica che non chiudono nemmeno bene. È rischioso, lo so. Gli addetti alla chiusura stanno già facendo rumore dall’altra parte dello spogliatoio, sento le scope che grattano il pavimento. Ma non mi importa. Luca mi spinge dentro, chiude la tenda meglio che può e mi guarda con un’intensità che mi fa tremare. “Non fare rumore,” mi avverte, con un tono che è un ordine. Io annuisco, anche se so che sarà difficile.

Le sue mani sono dappertutto. Mi sfila il costume con un movimento rapido, e io resto nuda davanti a lui, vulnerabile. Mi guarda come se fossi un’opera d’arte, non una donna di mezza età con qualche smagliatura. “Sei bellissima,” dice, e per la prima volta in anni ci credo. Mi tocca i seni, li stringe con decisione, pizzicando i capezzoli fino a farmi ansimare. Io gli graffio la schiena, voglio lasciargli un segno, voglio che si ricordi di me. Lui si china, mi bacia il collo, scende piano verso il petto. La sua lingua è calda, mi stuzzica, e io mi mordo il labbro per non gemere troppo forte.

Poi si inginocchia davanti a me. Mi guarda dal basso, con un ghigno che mi fa capire cosa sta per fare. “Luca, no, non qui,” sussurro, ma lui non mi ascolta. Mi apre le gambe con le mani, e prima che possa protestare sento la sua bocca su di me. È una sensazione incredibile, la sua lingua che esplora, che mi fa perdere il controllo. Mi aggrappo ai suoi capelli, tirandoli forte, mentre cerco di soffocare i gemiti. Lui non si ferma, continua a leccarmi, a succhiare, fino a quando sento che sto per venire. Ma non me lo permette. Si rialza, con la bocca lucida, e mi bacia di nuovo, facendomi sentire il mio stesso sapore. “Non ancora,” mi dice, con una voce roca che mi eccita ancora di più.

Si toglie i boxer, e io resto a fissarlo. È… impressionante, non c’è un altro modo per dirlo. Mi guarda con un sorrisetto compiaciuto mentre lo osservo, e io gli tiro un pizzicotto sul braccio. “Non fare lo stronzo,” gli dico, ma sto ridendo. Lui mi solleva una gamba, appoggiandola su una piccola panca nella cabina, e si posiziona tra le mie cosce. “Pronto?” mi chiede, e io annuisco, anche se sono terrorizzata. Sento la sua punta sfiorarmi, poi spingere piano. È stretto, è tanto, e io mi mordo la mano per non gridare. Lui mi guarda negli occhi, attento, e poi spinge più forte. “Cazzo, sei stretta,” mormora, e quelle parole volgari mi eccitano ancora di più.

Comincia a muoversi, lento all’inizio, poi sempre più veloce. Ogni spinta mi fa sbattere contro la parete della cabina, e il rumore è un problema, lo so, ma non riesco a pensare a niente se non a lui dentro di me. Mi tiene una mano sulla bocca, premendo forte per non farmi urlare. Con l’altra mi stringe il fianco, guidando il ritmo. “Ti piace, eh?” mi sussurra all’orecchio, e io annuisco, incapace di parlare. Il suo respiro è pesante, caldo sul mio collo, e l’odore del suo sudore mischiato al cloro mi manda in tilt. Sento ogni dettaglio: il modo in cui i suoi fianchi sbattono contro i miei, il suono bagnato dei nostri corpi che si incontrano, la pressione della sua mano che mi soffoca appena.

Continuiamo così, con lui che mi sbatte per bene, proprio come avevo fantasticato senza volerlo ammettere. Mi solleva un po’, tenendomi per le cosce, e cambia angolo. È ancora più intenso, mi colpisce in un punto che mi fa vedere le stelle. Non riesco più a resistere, vengo con un gemito soffocato dalla sua mano, tremando tutta. Lui rallenta un attimo, ma non si ferma. “Brava,” mi dice, con un tono che è quasi una carezza. Poi accelera di nuovo, inseguendo il suo piacere. Sento il suo corpo tendersi, il suo respiro farsi irregolare, e alla fine si tira fuori appena in tempo, lasciandosi andare sulla mia coscia con un grugnito basso.

Restiamo fermi per un attimo, ansimanti, mentre la realtà torna a farsi strada. Sento gli addetti ancora fuori, parlano tra loro, ignari di cosa è appena successo. Luca mi guarda, mi pulisce con un angolo del suo asciugamano e sorride. “Sei stata fantastica,” dice, e io non so cosa rispondere. Non mi sento in colpa, non ancora. Mi sento solo… soddisfatta. E forse è tutto quello che conta, almeno per ora.

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