Racconti Piccanti
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Dietro quegli alberi del cazzo

Dietro quegli alberi del cazzo

16 Marzo 2026·7 min di lettura

Valentina aveva 34 anni, un lavoro da impiegata in un’agenzia immobiliare e un fidanzato, Marco, con cui stava da quasi cinque anni. La loro vita era tranquilla, un po’ troppo forse: cene con gli amici, weekend in montagna, sesso prevedibile il sabato sera. Non che le mancasse qualcosa, ma ultimamente si sentiva come un motore ingrippato, fermo su una strada deserta. Poi, un giovedì qualunque, mentre scrollava Instagram in pausa pranzo, aveva visto un post di Roberto, il suo primo ragazzo del liceo. Quello con cui aveva perso la verginità a 17 anni in un parcheggio fuori città, goffa e imbarazzata, ma con un’eccitazione che ancora oggi le scaldava la pancia se ci pensava.

Roberto era sempre stato un tipo diretto, senza filtri, un gran porco nel modo di parlare e di fare. Nelle foto sembrava cambiato poco: capelli corti, barba incolta, un sorriso da stronzo che diceva “so cosa vuoi”. Valentina aveva esitato, poi gli aveva scritto un messaggio. “Ehi, quanto tempo. Come stai?” Risposta immediata: “Vale, cazzo, sei ancora una bomba. Ci vediamo?”. Non aveva nemmeno provato a fare il galante. E lei, invece di ignorarlo, aveva sentito un brivido. Marco era in trasferta per lavoro, sarebbe tornato solo domenica. “Perché no?”, si era detta, mentendo a sé stessa sul fatto che fosse solo una rimpatriata tra vecchi amici.

Si erano dati appuntamento in un bar vicino a un parco cittadino, uno di quei posti pieni di alberi e sentieri dove la gente porta i cani o fa jogging. Valentina era arrivata con un vestito semplice, blu scuro, che le arrivava sopra il ginocchio, ma sotto aveva messo un completino di pizzo nero, mutandine e reggiseno, che non indossava da mesi. “Solo per sentirmi bene con me stessa”, aveva pensato, ma sapeva che era una stronzata. Quando aveva visto Roberto, appoggiato al muretto del bar con una birra in mano, il cuore le era salito in gola. Era più robusto di quanto ricordasse, spalle larghe, braccia muscolose sotto una maglietta aderente, jeans stretti che mettevano in mostra tutto quello che c’era da vedere. Lui l’aveva squadrata da capo a piedi, senza vergogna. “Cazzo, Vale, sei ancora più bona di una volta. Quel vestito ti sta da paura.”

Lei aveva riso, un po’ rossa in faccia, e avevano iniziato a chiacchierare. Prima cose banali: il lavoro, la città, i vecchi tempi. Ma Roberto non era uno che girava intorno alle cose. Dopo neanche dieci minuti, mentre camminavano lungo un sentiero del parco, le aveva detto: “Sai, mi ricordo ancora come gemivi quella prima volta. Mi facevi diventare matto.” Valentina si era fermata, imbarazzata ma con le guance che scottavano. “Roby, dai, smettila. Ero una ragazzina, non ci capivo niente.” Lui aveva ghignato, avvicinandosi di un passo. “Non ci credo. Scommetto che sei ancora una piccola porca, solo che lo nascondi meglio.” Le sue parole erano come schiaffi, ma invece di offenderla la facevano fremere. Sentiva il cuore battere forte, e quando lui le aveva sfiorato il braccio con le dita, non si era tirata indietro.

“E il tuo fidanzato? Lo sa che stai qui con me?” aveva chiesto Roberto, con quel tono ironico che la provocava. “Non c’è bisogno che lo sappia. Non stiamo facendo niente di male, no?” aveva risposto lei, ma la voce le tremava. Stavano camminando verso una zona del parco più isolata, con alberi fitti e cespugli che nascondevano i sentieri. La tensione tra loro era palpabile, come un filo elettrico pronto a scoppiare. Valentina si sentiva in bilico: da una parte Marco, la stabilità, la vita che aveva costruito; dall’altra questo stronzo che le faceva venir voglia di buttare tutto all’aria per un’ora di follia. Quando Roberto si era fermato, appoggiandosi a un tronco, e le aveva fatto segno di avvicinarsi, lei aveva sentito le gambe molli. “Vieni qui, Vale. Solo un attimo. Non mordo. O forse sì, se me lo chiedi.” Lei aveva riso, nervosa, ma si era avvicinata.

Le sue mani erano ruvide quando le aveva posato sui fianchi, tirandola a sé. Valentina non aveva opposto resistenza, anche se una voce nella testa le gridava di andarsene. Il suo profumo, un misto di sudore e dopobarba da due soldi, le aveva riportato alla mente ricordi che pensava di aver sepolto. “Roby, non dovremmo…” aveva mormorato, ma lui le aveva già infilato una mano sotto il vestito, sfiorandole la coscia. “Zitta. Lo vuoi quanto lo voglio io. Non fare la santarellina.” Aveva ragione, e lei lo sapeva. Quando le sue dita erano arrivate al bordo delle mutandine, aveva trattenuto il fiato, ma non si era mossa. Lui aveva tirato il tessuto di pizzo con uno strattone, strappandolo via con un gesto secco. “Cazzo, queste costano, lo sai?” aveva protestato lei, ma il tono era più divertito che arrabbiato. “Te ne compro di nuove. O magari no, tanto non ti servono,” aveva ribattuto lui, lasciandole cadere a terra.

Si erano spostati dietro un gruppo di alberi, lontani da occhi indiscreti, anche se il rischio di essere visti le dava una scarica di adrenalina che non provava da anni. Roberto l’aveva spinta contro un tronco, la corteccia ruvida contro la schiena, e aveva iniziato a baciarla con una foga che le toglieva il fiato. La sua lingua era invadente, le mani ovunque, sotto il vestito, sulle natiche, tra le cosce. Valentina si sentiva esposta, vulnerabile, ma anche incredibilmente viva. Lui le aveva sollevato una gamba, avvolgendola intorno al suo fianco, e lei aveva sentito la sua erezione premere contro di lei attraverso i jeans. “Cazzo, sei già bagnata. Lo sapevo,” aveva grugnito, e lei non aveva potuto negarlo. Le sue dita la esploravano senza delicatezza, ma con una sicurezza che la faceva gemere piano, mordendosi il labbro per non farsi sentire.

I preliminari erano durati un’eternità, o almeno così le sembrava. Roberto non aveva fretta: le aveva sollevato il vestito fino alla vita, ammirandola con uno sguardo che la faceva sentire nuda anche più di quanto fosse. “Guardati, Vale. Sei uno spettacolo. Non hai idea di quanto ti voglio.” Lei aveva abbassato lo sguardo, imbarazzata, ma lui le aveva preso il mento, costringendola a guardarlo negli occhi. Poi si era inginocchiato, proprio lì, tra le foglie secche e il terriccio, e aveva iniziato a baciarle l’interno delle cosce, avvicinandosi sempre di più. Quando la sua bocca l’aveva raggiunta, Valentina aveva dovuto appoggiarsi al tronco per non cadere. I suoi movimenti erano lenti, deliberati, la lingua che la stuzzicava e la faceva tremare. “Roby, cazzo, non resisto,” aveva sussurrato, e lui aveva riso contro la sua pelle. “Non devi resistere. Goditela.”

Quando finalmente si era rialzato, slacciandosi i jeans con una mano mentre con l’altra la teneva ferma contro l’albero, Valentina era già al limite. Lui era grande, proprio come ricordava, e la guardava con un ghigno mentre si abbassava i pantaloni quel tanto che bastava. “Pronto per il gran finale?” aveva chiesto, e lei aveva annuito, incapace di parlare. Ma prima che potesse avvicinarsi, gli aveva messo una mano sul petto. “Aspetta. Voglio fare una cosa.” Si era inginocchiata a sua volta, ignorando il terreno duro sotto le ginocchia, e l’aveva preso in bocca senza esitazione. Roberto aveva emesso un gemito profondo, posandole una mano sulla testa. “Cazzo, Vale, sei bravissima. Più a fondo, dai.” Lei aveva obbedito, spingendosi al limite, sentendo i muscoli della gola contrarsi, mentre lui le stringeva i capelli, guidandola con una pressione decisa. L’odore di sudore e l’eccitazione la stavano mandando fuori di testa.

Dopo qualche minuto, lui l’aveva tirata su, il respiro pesante. “Basta, o finisco subito. Girati.” Valentina si era voltata, appoggiando le mani al tronco, il vestito ancora arrotolato intorno alla vita. Lui le si era posizionato dietro, le mani sui fianchi, e l’aveva penetrata con un movimento lento ma deciso. Lei aveva trattenuto un gemito, sentendolo riempirla completamente. “Cazzo, sei stretta. Mi fai impazzire,” aveva detto lui, iniziando a muoversi. Il ritmo era lento all’inizio, poi sempre più veloce, i loro corpi che sbattevano insieme con un suono che sembrava amplificato nell’aria silenziosa del parco. Valentina sentiva il sudore scorrerle lungo la schiena, l’odore della terra e del legno mischiato a quello del sesso. Ogni spinta le toglieva il fiato, e quando lui le aveva afferrato i capelli, tirandoli leggermente, aveva perso ogni controllo. “Più forte, Roby, dai,” aveva ansimato, e lui non si era fatto pregare.

Erano andati avanti così, nascosti dietro quegli alberi del cazzo, con il rischio di essere scoperti che rendeva tutto più intenso. Alla fine, quando entrambi avevano raggiunto il limite, si erano lasciati andare insieme, i gemiti soffocati contro la corteccia e tra i capelli. Dopo, erano rimasti fermi per un attimo, ansimanti, con il cuore che martellava. Roberto si era tirato indietro per primo, sistemandosi i jeans con un sorrisetto. “Beh, Vale, direi che non hai perso il tocco.” Lei aveva riso, abbassandosi il vestito con mani tremanti, sentendosi viva come non mai. Non c’era spazio per i rimorsi, non in quel momento. Solo il calore residuo di quello che avevano fatto, e la consapevolezza che, forse, non sarebbe stata l’ultima volta.

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