Racconti Piccanti
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Tua moglie non fi fa venire così duro

Tua moglie non fi fa venire così duro

23 Marzo 2026·8 min di lettura

Sono Marco, ho 38 anni e faccio il commercialista da quasi quindici. Ho uno studio tutto mio, un posto che ho costruito con fatica, un angolo di ordine in una vita che ultimamente sembra sgretolarsi. Sono sposato da nove anni con Elena, ma da mesi, forse un anno, tra noi non c’è più niente. Non mi tocca, non mi guarda, non mi parla se non per questioni pratiche. Ogni volta che ci provo, mi liquida con una scusa: è stanca, ha mal di testa, non è il momento. E io, che non sono mai stato uno che insiste, ho smesso di chiedere. Ma il desiderio non sparisce, no. Si accumula, diventa un peso che mi porto dentro, una tensione che mi fa stringere i denti ogni volta che mi sveglio al mattino con un’erezione che non posso sfogare.

È in questo stato che incontro Sofia, la nuova tirocinante. Ha 27 anni, un viso fresco, capelli castani che le cadono mossi sulle spalle, e un corpo che non puoi non notare. È sicura di sé, sa come muoversi, come parlare, come sorridere. E soprattutto, sa come vestirsi. Non è che si presenti in ufficio con abiti scandalosi, ma c’è sempre qualcosa – una gonna un po’ corta, una camicetta con un bottone di troppo slacciato – che attira l’attenzione. All’inizio penso sia un caso, che non lo faccia apposta. Ma poi vedo come mi guarda, come si sofferma un attimo di troppo quando mi passa un fascicolo, e capisco che non è un caso. Sta giocando. E io, che sono un uomo in astinenza da troppo tempo, ci sto cascando.

È una sera di fine ottobre, sono le 19:30 passate, e nello studio siamo rimasti solo io e lei. Gli altri se ne sono andati, è una di quelle giornate di straordinari per chiudere delle scadenze importanti. Fuori è buio, la pioggia batte piano contro le finestre, e l’ufficio è silenzioso, a parte il ronzio del condizionatore. Siamo nella mia stanza, io alla scrivania, lei di fronte a me con una pila di documenti da controllare. Indossa una gonna nera aderente che le arriva appena sopra il ginocchio e una camicetta bianca, con i primi due bottoni aperti che lasciano intravedere l’orlo di un reggiseno nero. Mi sto concentrando, o almeno ci provo, ma i miei occhi continuano a cadere su di lei. E lei lo sa.

“Marco, puoi darmi una mano con questa pratica?” mi chiede, alzandosi dalla sedia e avvicinandosi. Si piega un po’ in avanti per mostrarmi il foglio, e la camicetta si apre quel tanto che basta per farmi vedere la curva dei suoi seni. Deglutisco, sento il cuore battermi più forte.

“Certo,” dico, con la voce che mi esce più rauca di quanto vorrei. “Vediamo.”

Mentre le spiego un dettaglio, lei si sposta accanto a me, così vicino che sento il profumo del suo bagnoschiuma, qualcosa di dolce, quasi vanigliato. Mi guarda con un sorrisetto, poi dice: “Sai, sei davvero paziente. Non tutti i capi sono così… disponibili.”

C’è un tono nella sua voce, un doppio senso che non posso ignorare. La guardo negli occhi, verdi e maliziosi, e sento una vampata di calore salirmi dal petto. “Faccio del mio meglio,” rispondo, cercando di mantenere un tono neutro, ma so che lei ha capito che sto combattendo con me stesso.

“Si vede,” replica, e il suo sorriso si allarga. “E poi, sei proprio un bell’uomo. Non te lo dice mai nessuno?”

Sento il sangue pulsarmi nelle tempie. Non dovrei rispondere, non dovrei entrare in questo gioco. Ma sono mesi che non ricevo un complimento, mesi che mi sento invisibile. “No, non proprio,” dico, con una risata nervosa. “Grazie.”

“Beh, dovresti sentirlo più spesso,” insiste, e si appoggia con una mano alla scrivania, inclinandosi verso di me. La gonna le sale appena, scoprendo un po’ di più delle sue cosce. Il mio sguardo ci cade sopra per un istante, e lei se ne accorge. “Ti piace quello che vedi?” chiede, con un tono che è un misto di sfida e divertimento.

“Sofia, non dovremmo…” comincio, ma la voce mi si spegne in gola. Ho voglia di toccarla, di sfogare tutta la frustrazione che mi porto dentro, ma allo stesso tempo so che è sbagliato. Sono sposato, sono il suo capo, non posso.

“Non dovremmo cosa?” ribatte lei, avvicinandosi ancora. “Non succederà niente che non vuoi, Marco. Ma io vedo come mi guardi. E sai una cosa? Mi piace.”

Il mio respiro si fa più corto. Mi passo una mano sul viso, cercando di riprendere il controllo, ma lei non molla. Si siede sulla scrivania, proprio davanti a me, incrociando le gambe. La gonna le sale ancora di più, mostrando l’orlo delle mutandine nere di pizzo. Il mio cuore batte all’impazzata. “Sofia, davvero, non possiamo,” ripeto, ma le parole suonano deboli, come se non ci credessi nemmeno io.

Lei si sporge verso di me, i suoi capelli mi sfiorano il viso. “Non possiamo cosa? Parlare? Guardarci?” sussurra, poi si tira indietro e comincia a slacciare un altro bottone della camicetta, lentamente. “Oppure toccarci?”

Le sue dita si muovono con calma, e io sono paralizzato. Vorrei fermarla, ma non ci riesco. Quando slaccio i primi bottoni della sua camicetta, le mie mani tremano. La stoffa si apre, lasciando vedere il reggiseno di pizzo che le avvolge i seni, pieni e sodi. Lei mi guarda, con un’espressione che è pura provocazione. “Toccami, Marco,” dice, la voce bassa. “Lo vuoi quanto me.”

Le poso le mani sui fianchi, la pelle è calda sotto la gonna. Lei si avvicina, il suo respiro mi sfiora il collo. “Non possiamo,” ripeto per l’ultima volta, ma sto già scivolando. Le mie mani risalgono lungo i suoi fianchi, poi scendono sulle cosce, spingendo la gonna ancora più in alto. Lei si lascia toccare, inclina la testa indietro e sospira piano.

“Basta con questo ‘non possiamo’,” dice, prendendomi il viso tra le mani. “Baciami.”

E io lo faccio. La bacio con una fame che non provavo da anni, un bacio profondo, con le lingue che si intrecciano. Ha un sapore dolce, di menta, e il suo profumo mi riempie la testa. Le mie mani le stringono i fianchi, poi scivolano sul suo sedere, sotto la gonna. Lei geme piano contro la mia bocca, e quel suono mi fa perdere ogni controllo.

Ci baciamo a lungo, con le mani che esplorano. Le slaccio del tutto la camicetta, la apro, le scopro i seni ancora coperti dal reggiseno. Le passo le dita sull’orlo del pizzo, poi scendo lungo il suo ventre piatto fino all’elastico delle mutandine. Lei mi ferma la mano, mi guarda negli occhi. “Non così in fretta,” dice, con un sorriso. “Fammi godere prima.”

Si sdraia leggermente indietro sulla scrivania, appoggiandosi sui gomiti, e allarga un po’ le gambe. La gonna è ormai tutta sollevata, le mutandine nere sono lì, a un soffio dalle mie dita. Mi chino su di lei, le bacio il collo, scendo lungo la clavicola, poi le passo la lingua tra i seni. Lei ansima, mi afferra i capelli. “Sì, così,” sussurra. Le mie mani scivolano sotto il reggiseno, le stringo i capezzoli tra le dita, e lei si inarca verso di me.

“Dio, quanto sei duro,” dice, ridendo piano, mentre la sua mano scende a sfiorarmi i pantaloni. Mi stringe attraverso la stoffa, e io grugnisco per il piacere. “Togliti questi cazzo di pantaloni,” mi ordina, e io non me lo faccio ripetere. Mi slaccio la cintura, mi abbasso i pantaloni e i boxer quel tanto che basta. Lei mi guarda, si morde il labbro. “Cazzo, Marco, sei messo bene.”

Non rispondo, sono troppo preso. Le abbasso le mutandine da un lato, senza toglierle del tutto, e le passo una mano tra le gambe. È bagnata, calda, e quando la tocco lei geme forte. “Oh, sì, toccami lì,” dice, spingendosi contro la mia mano. Gioco con lei per un po’, le dita che si muovono lente, poi più veloci, fino a che non la sento tremare. “Sto per venire,” ansima, e io aumento il ritmo fino a farla gridare piano, il corpo che si contrae sotto di me.

Quando si riprende, mi guarda con gli occhi lucidi di desiderio. “Scopami, Marco,” dice, senza giri di parole. “Scopami forte, sulla scrivania.”

Mi alzo, la prendo per i fianchi e la tiro verso di me. Lei è ancora mezza vestita, la gonna arrotolata in vita, le mutandine nere abbassate da un lato, la camicetta aperta. Io sono in piedi, i pantaloni alle caviglie, e la guardo mentre mi sistemo tra le sue gambe. La scrivania è dura sotto di lei, i documenti sparsi cadono a terra, ma non ce ne frega niente. La penetro piano all’inizio, sentendo ogni centimetro, il calore che mi avvolge. Lei geme, si aggrappa alle mie spalle, le unghie che mi graffiano attraverso la camicia.

“Più forte,” mi dice, la voce spezzata dal piacere. “Dammi tutto.”

E io lo faccio. La scopo con forza, tenendola per i fianchi, i suoi seni che sobbalzano sotto il reggiseno. Lei mi morde il collo, il dolore si mischia al piacere, e poi mi sussurra all’orecchio: “Tua moglie non ti fa mai venire così duro, vero?”

Quelle parole mi colpiscono come una scarica elettrica. No, non lo fa. Non lo ha mai fatto. Aumento il ritmo, i nostri corpi sbattono l’uno contro l’altro, il suono della carne che si incontra riempie la stanza. Sento il suo respiro affannoso, i suoi gemiti sempre più forti. “Cazzo, sì, sto venendo di nuovo,” urla, e il suo corpo si tende sotto di me. La seguo poco dopo, un orgasmo che mi travolge, mi svuota, mi lascia senza fiato. Mi appoggio a lei per un momento, il cuore che mi martella nel petto, il suo profumo che mi riempie i polmoni.

Restiamo così per un po’, ansimando, sudati, sulla scrivania che ormai è un disastro. Poi lei ride piano, mi accarezza la nuca. “Beh, direi che abbiamo fatto un ottimo straordinario,” dice, con un sorriso malizioso.

Io sorrido, ancora stordito, ma senza rimorsi. Non mi sento in colpa, non ancora. Mi sento solo… soddisfatto. E per ora, è abbastanza.

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