Racconti Piccanti
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È da anni che voglio questo cazzo

È da anni che voglio questo cazzo

13 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono le undici passate e la casa è ancora un casino. La festa di compleanno di mia moglie, Giulia, è stata un successone, ma ora ci sono bicchieri di plastica sparsi ovunque, piatti con avanzi di torta e bottiglie di spritz vuote che rotolano sotto il divano. Gli amici se ne sono andati quasi tutti, tranne Beatrice. Bea, la migliore amica di Giulia da tipo quindici anni. Ventinove anni, un corpo morbido ma che ti fa girare la testa, con curve che sembrano disegnate apposta per farti perdere il controllo. Le sue tette sono abbondanti, sempre messe in mostra da magliette aderenti come quella che ha stasera, e quel tatuaggio sulla costola sinistra, un intricato disegno di fiori che spunta appena sopra i jeans, mi ha sempre incuriosito. Ha un carattere dolce, da brava ragazza, ma sotto sotto si capisce che c’è un lato di lei che aspetta solo di esplodere. E io, Marco, trentacinque anni, marito tranquillo di una donna fantastica, lo so bene perché sono otto anni che ho fantasie su di lei. Otto anni che me la immagino in modi che non dovrei.

Stasera però non è solo immaginazione. C’è qualcosa nell’aria. Giulia ha esagerato con gli spritz, ha iniziato a farfugliare sciocchezze e a ridere per niente, e alla fine si è trascinata a letto un’ora fa, lasciandomi da solo a gestire il disastro della festa. Bea si è offerta di restare a “dare una mano a sparecchiare”. E ora siamo qui, in cucina, a raccogliere piatti e bicchieri, con un silenzio che pesa come un macigno. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociano, e giuro che vedo nei suoi occhi qualcosa che non è solo amicizia. È una scintilla, un invito, o forse sto solo proiettando i miei desideri del cavolo. Però, quando si china per prendere una bottiglia da terra e la maglietta le si alza appena mostrando quel tatuaggio, sento una stretta allo stomaco. E non è solo lo stomaco.

“Marco, dove metto queste?” mi chiede, tenendo in mano un paio di ciotole sporche. La sua voce è normale, ma c’è un tono più basso del solito, quasi intimo. O me lo sto immaginando?

“Ehm, lì nel lavandino, per ora,” rispondo, cercando di sembrare disinvolto. Mi passo una mano sulla nuca, sono sudato, non so se per il caldo o per la tensione. Lei si avvicina al lavandino e, passando, il suo braccio sfiora il mio. Non è niente, un contatto di un secondo, ma mi fa formicolare la pelle. La guardo di sbieco: i suoi capelli castani sono un po’ spettinati, le guance arrossate dall’alcol, e quel sorriso che mi rivolge mentre si volta è un misto di ingenuità e malizia. Cristo, sto impazzendo.

“Sei teso, eh?” dice, appoggiandosi al bancone con una mano sul fianco. “Giulia ti ha lasciato un bel casino da sistemare.”

“Già, come sempre,” borbotto, tentando una risata. Ma non mi esce naturale. Sono troppo concentrato su di lei, su come il tessuto della maglietta tira sul suo petto, su come i jeans le stringono i fianchi. Mi odio per questi pensieri, ma non riesco a smettere. È mia cognata, o quasi, eppure… cazzo, la voglio.

“Beh, almeno non sei solo,” aggiunge, avvicinandosi di un passo. Ora è a meno di un metro da me. Sento il suo profumo, un misto di vaniglia e qualcosa di più dolce, forse il vino che ha bevuto. Mi guarda dritto negli occhi, e io non so cosa fare. Vorrei dire qualcosa di furbo, ma ho la testa vuota. Poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, allunga una mano e mi sfiora il braccio. “Rilassati un attimo, no? Non crolla mica il mondo se lasciamo i piatti per cinque minuti.”

Il contatto mi brucia. Non è un tocco casuale, lo sento. Il cuore mi batte come un tamburo, e so che dovrei fare un passo indietro, dire qualcosa tipo “hai ragione, sediamoci un attimo”, e invece resto fermo come un idiota. “Sì, hai ragione,” riesco a dire, con la voce un po’ roca. Lei sorride, un sorriso che dice “so cosa stai pensando”. E poi, senza preavviso, si avvicina ancora di più. Le sue dita salgono dal braccio alla spalla, leggere ma decise. Mi guarda negli occhi, e io non riesco a distogliere lo sguardo.

“Bea, che stai facendo?” chiedo, ma non è una vera protesta. È più una richiesta di conferma, perché dentro di me lo voglio. Lo voglio da morire.

“Quello che vuoi anche tu,” risponde sottovoce, e prima che possa replicare, si avvicina e mi bacia. Un bacio lento, caldo, con le sue labbra morbide che sanno di vino e zucchero. Mi blocco per un secondo, il cervello che urla “fermo, cazzo, è sbagliato”, ma il corpo non ascolta. Ricambio il bacio, e in un attimo ci stiamo aggrappando l’uno all’altra come se non ci fosse un domani. Le mie mani finiscono sui suoi fianchi, stringo quella carne morbida che ho sognato per anni, e lei geme piano nella mia bocca. È un suono che mi fa perdere la testa.

“Non qui,” riesco a dire, staccandomi appena. “Andiamo… di là.” Lei annuisce, con gli occhi lucidi di desiderio. Ci spostiamo in camera da letto, chiudendo la porta dietro di noi. Giulia sta russando nel letto matrimoniale, profondamente addormentata, ignara di tutto. Mi sento uno schifo per un secondo, ma poi Bea mi spinge contro il muro e mi bacia di nuovo, e ogni senso di colpa svanisce.

Ci baciamo a lungo, con una fame che non riesco a spiegare. Le sue mani sono ovunque, mi slacciano la camicia, mi accarezzano il petto. Io le sollevo la maglietta, finalmente vedo quel tatuaggio da vicino, quei fiori che si intrecciano sulla sua pelle chiara, e passo le dita sopra, facendola rabbrividire. Le sue tette sono come le immaginavo, piene, morbide, con i capezzoli che si intravedono sotto il reggiseno di pizzo nero. Glielo sgancio con mani tremanti, e quando cadono libere non resisto: le prendo in mano, le stringo, mentre lei mi guarda con un sorrisetto che dice “lo sapevo che ti piacevano”. Le bacio il collo, scendo piano, prendo un capezzolo in bocca e lo succhio piano, poi più forte. Lei geme, mi tira i capelli, e io sento il sangue ribollire.

“Spogliati,” mi sussurra, e io obbedisco senza pensarci due volte. Mi tolgo la camicia, i pantaloni, resto in boxer con il cazzo già duro che spinge contro il tessuto. Lei si sfila i jeans, lentamente, come se volesse torturarmi, mostrando un tanga nero che non lascia niente all’immaginazione. Si avvicina, mi spinge sul letto – il letto di mia moglie, cazzo – e si mette a cavalcioni su di me. Sento il calore del suo corpo attraverso il tessuto sottile, e sto già perdendo il controllo.

“È da anni che voglio questo cazzo,” mi dice guardandomi dritto negli occhi, con una voce bassa, sporca, che non le ho mai sentito usare. Quelle parole mi fanno quasi venire sul posto. Le sue mani scivolano dentro i miei boxer, lo tira fuori e lo stringe con decisione. È una sensazione assurda, vedere le sue dita morbide intorno a me, mentre mi guarda con quella fame negli occhi. Si muove piano, facendomi impazzire, poi si china e lo prende in bocca per un attimo, giusto per bagnarlo, e io stringo le lenzuola per non urlare.

“Cristo, Bea,” gemo, e lei ride piano, un suono che mi eccita ancora di più. Si toglie il tanga, mostrandomi tutto, e si rimette sopra di me. Si abbassa lentamente, prendendolo dentro di sé, e io sento ogni centimetro, caldo, stretto, perfetto. Comincia a muoversi, su e giù, con un ritmo che mi fa girare la testa. Le sue tette ballano davanti ai miei occhi, le stringo, le tocco, mentre lei mi guarda e geme piano, cercando di non fare troppo rumore. “Ti piace, eh?” sussurra, e io posso solo annuire come un idiota.

Dopo un po’ non ce la faccio più a stare sotto. La faccio girare, la metto a quattro zampe sul letto. La vista del suo culo morbido, delle sue curve, mi manda fuori di testa. Le schiaffeggio una natica, non forte, giusto per sentirla sussultare, e poi la penetro di nuovo, da dietro. Spingo forte, con una mano sulla sua nuca, schiacciandole la testa sul cuscino di Giulia. È sbagliato, lo so, ma questo lo rende ancora più eccitante. Lei geme, si inarca, mi viene incontro con i fianchi ad ogni spinta. “Più forte, cazzo,” mi dice, con la voce spezzata, e io non mi tiro indietro. La stanza è piena di suoni, i nostri respiri affannosi, lo schiocco della pelle contro la pelle, l’odore di sudore e sesso che ci avvolge.

Continuiamo così, senza freni, fino a che non sento che sto per venire. “Bea, ci sono,” le dico, con la voce roca, e lei si gira appena, mi guarda con quegli occhi pieni di lussuria. “Dentro, non mi interessa,” risponde, e quelle parole mi fanno esplodere. Vengo con un gemito strozzato, stringendola forte, e sento che anche lei si contrae intorno a me, tremando mentre raggiunge l’orgasmo. Alla fine, crolliamo sul letto, ansimanti, in silenzio. Lei si volta e mi morde una spalla, forte, lasciandomi un segno che domani dovrò nascondere. Ma non me ne frega niente.

Ci rivestiamo in fretta, senza dire una parola. Lei si sistema i capelli, io mi abbottono la camicia, e torniamo in salotto come se non fosse successo nulla. Giulia sta ancora russando, ignara di tutto, e noi ci sediamo sul divano con due birre in mano, guardando il caos della festa come se fosse l’unica cosa importante stasera.

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