Racconti Piccanti
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La collega di mia moglie

La collega di mia moglie

23 Marzo 2026·8 min di lettura

Sono le undici di sera e l’after-party aziendale nell’hotel di lusso in centro è un caos di risate forzate, bicchieri di prosecco che si svuotano troppo in fretta e cravatte allentate. Sono qui perché mia moglie, Laura, insiste sempre che queste serate siano “importanti per la rete di contatti”. Io, Paolo, 39 anni, ingegnere con la passione per la birra artigianale e zero voglia di fare conversazione con gente che non mi interessa, mi limito a starmene in un angolo con un drink in mano. Laura, come al solito, è il centro dell’attenzione: ride troppo forte, racconta aneddoti su di me che mi fanno sembrare un idiota davanti a tutti. “Paolo non sa nemmeno cambiare una lampadina, figuriamoci capire il mio lavoro!” dice, e gli altri ridono. Io stringo il bicchiere un po’ più forte e mi dico che passerà, come sempre. Ma dentro ribolle una rabbia che non so più dove mettere.

Martina è dall’altra parte della sala. Ha 34 anni, è una collega di Laura, una di quelle persone che non puoi non notare. Capelli castani mossi che le cadono sulle spalle, un fisico asciutto ma con curve che il suo vestito nero aderente non fa nulla per nascondere. La conosco da anni, da quando Laura ha iniziato a lavorare in quella società. Ci siamo sempre parlati poco, qualche battuta durante queste serate, qualche sguardo che dura un secondo di troppo. Non ho mai fatto niente, ovviamente. Sono sposato, ho una vita stabile, e non sono il tipo che tradisce. Però c’è qualcosa in lei, un modo di guardarmi che mi fa sentire visto, non giudicato. Stasera, ogni volta che i nostri occhi si incrociano, sento una stretta allo stomaco. È attrazione, lo so, ma è anche di più: è il desiderio di sentirmi desiderato, di avere qualcosa per me, qualcosa che Laura non mi dà più da anni.

Verso mezzanotte, la sala inizia a svuotarsi. Laura è ancora impegnata a parlare con il suo capo, e io decido che ne ho abbastanza. Saluto con un cenno e mi dirigo verso l’ascensore per andare nella nostra stanza al settimo piano. Mentre aspetto, sento dei tacchi sul pavimento di marmo. È Martina. Indossa ancora quel vestito nero, ma ha una giacca leggera sulle spalle e una borsa a tracolla. Mi sorride, un sorriso che non è né forzato né formale.

“Te ne vai già?” mi chiede, fermandosi accanto a me.

“Sì, non ce la faccio più a sentire Laura che mi prende in giro davanti a tutti,” rispondo, e il tono mi esce più amaro di quanto vorrei.

Lei alza un sopracciglio. “Ti dà fastidio, eh? Si vede da come stringi la mascella ogni volta che parla.”

Sbuffo una risata. “Si vede così tanto?”

“Solo per chi guarda,” risponde, e c’è qualcosa nel suo tono che mi fa girare la testa verso di lei. I suoi occhi sono fissi nei miei, e per un momento non so cosa dire. L’ascensore arriva, le porte si aprono con un ding. Entriamo insieme, e l’aria dentro quella scatola di metallo sembra improvvisamente più pesante.

“Che piano?” chiedo, con la voce un po’ roca.

“Quinto,” risponde lei, senza distogliere lo sguardo. Premo il pulsante, poi quello per il settimo. Le porte si chiudono, e siamo solo noi due, il silenzio interrotto solo dal ronzio dell’ascensore. Sento il cuore battere più forte, ma non so perché. O forse lo so, ma non voglio ammetterlo.

“Paolo,” dice lei a un tratto, con un tono basso, quasi un sussurro. Mi giro, e prima che possa rispondere, fa un passo avanti e mi bacia. Le sue labbra sono calde, decise, e per un istante il mio cervello si spegne. La spingo istintivamente contro la parete dell’ascensore, le sue mani mi afferrano la camicia, ma poi mi tiro indietro, il respiro corto.

“Mia moglie è al piano di sopra,” dico, ma la mia voce è incerta, e le mie mani sono già sui suoi fianchi, stringendo il tessuto del vestito.

“Non mi interessa,” risponde lei, guardandomi dritto negli occhi. “E a te?”

Non rispondo. Non ci riesco. Invece, le alzo il vestito, le mani che scivolano sulle sue cosce lisce, e lei non mi ferma. Anzi, mi tira di nuovo a sé, baciandomi con più forza, mentre l’ascensore si ferma al quinto piano. Le porte si aprono, e lei mi prende per la mano, tirandomi fuori. “Vieni,” dice, e io la seguo senza pensare, senza voler pensare.

Il corridoio è deserto, le luci soffuse. Arriviamo davanti alla sua stanza, lei armeggia con la chiave elettronica mentre io sono dietro di lei, il cuore che mi martella nel petto. “Sei sicura?” le chiedo, ma la mia voce è un bisbiglio, quasi una supplica.

“Paolo, smettila di fare domande e entra,” risponde secca, aprendo la porta. Entriamo, e la porta si chiude con un clic dietro di noi. La stanza è ampia, con una porta-finestra che dà sulla città illuminata. Non accendiamo le luci, la penombra è sufficiente. Lei si toglie la giacca, la lascia cadere sul pavimento, e si gira verso di me. Mi guarda, e io vedo nei suoi occhi qualcosa che non è solo desiderio, ma anche una sfida.

“Vieni qui,” dice, e io lo faccio. Le mie mani tornano sui suoi fianchi, scivolano sotto il vestito, e lei si preme contro di me. La bacio, e il sapore del prosecco che ha bevuto mi riempie la bocca. Le sue mani mi slacciano la camicia, lente ma decise, mentre io le tiro su il vestito fino alla vita. Sotto porta delle mutandine nere di pizzo, e il contrasto con la sua pelle chiara mi fa perdere un po’ di controllo.

“Dio, Martina,” mormoro, mentre le mie dita scorrono lungo l’elastico. Lei sorride, un sorriso che è quasi un ghigno.

“Ti piace, eh? Lo vedo da come mi guardi da anni,” dice, e le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo. Ha ragione. Lo sapevo anch’io, ma sentirlo dire ad alta voce è diverso. Non rispondo, mi limito a baciarla di nuovo, più forte, mentre le mie mani esplorano il suo corpo. Le tocco il seno sopra il tessuto del vestito, sento i capezzoli indurirsi sotto le dita, e lei emette un piccolo gemito che mi fa venire la pelle d’oca.

“Piano, non siamo di corsa,” dice, staccandosi un momento. Mi prende le mani e se le porta dietro la schiena, dove c’è la zip del vestito. “Toglilo,” ordina, e io obbedisco. Faccio scendere la cerniera lentamente, il suono è l’unico rumore nella stanza oltre al nostro respiro. Il vestito le cade ai piedi, e lei rimane lì, in mutandine e reggiseno nero, la pelle illuminata dalla luce fioca che entra dalla finestra. È bellissima, e io non riesco a staccarle gli occhi di dosso.

“Non stai male neanche tu,” dice, finendo di slacciarmi la camicia. Me la sfila, poi passa le mani sul mio petto, scendendo verso la cintura. “Vediamo cosa nascondi qui sotto,” aggiunge con un sorriso malizioso. Slaccia la cintura, abbassa la zip dei pantaloni, e io sento il sangue pompare più forte. Non sono un palestrato, ma sono in forma, e il modo in cui mi guarda mi fa sentire desiderato in un modo che non provavo da anni.

Ci spostiamo verso il letto, ma non ci sdraiamo subito. Lei si appoggia al bordo, io resto in piedi davanti a lei. Le sue mani scivolano dentro i miei boxer, e io trattengo il respiro mentre mi tocca. “Cazzo, sei già duro,” dice, e il modo in cui lo dice, così diretto, mi fa quasi tremare.

“E tu sei già bagnata, vero?” rispondo, abbassandole le mutandine. Lei annuisce, mordendosi il labbro, e io non resisto più. Mi inginocchio davanti a lei, le sue gambe si aprono leggermente, e io comincio a baciarle l’interno delle cosce, sentendo il suo odore, un mix di profumo e pelle calda. Lei ansima, le sue mani nei miei capelli, e io passo la lingua più in alto, trovandola già pronta. Il suo sapore è forte, reale, e i suoi gemiti mi spingono a continuare.

“Sì, così, non fermarti,” dice, la voce roca, e io non mi fermo. Continuo finché non la sento tremare, le sue gambe che si stringono attorno alla mia testa. Quando si rilassa, mi alzo, il respiro corto, e lei mi guarda con gli occhi socchiusi.

“Ora tocca a me,” dice, spingendomi a sedere sul letto. Si inginocchia davanti a me, mi abbassa i boxer, e io chiudo gli occhi per un momento quando sento la sua bocca su di me. È calda, decisa, e io devo fare uno sforzo per non perdere il controllo subito. “Ti piace, eh?” chiede, alzando lo sguardo verso di me, e io riesco solo ad annuire.

Dopo qualche minuto, non ce la faccio più. “Basta, vieni qui,” le dico, tirandola su. Ci baciamo di nuovo, un bacio che sa di noi, e ci spostiamo verso la porta-finestra. La vista sulla città è spettacolare, le luci che brillano sotto di noi, ma non ci sto pensando. Lei si appoggia al vetro, le mani contro la superficie fredda, e io sono dietro di lei. Le alzo una gamba, posizionandomi, e quando entro in lei, entrambi lasciamo andare un gemito.

“Cazzo, Martina,” dico, mentre inizio a muovermi, lento all’inizio, poi più veloce. Lei si gira appena, guardandomi da sopra la spalla.

“Più forte, dai, non fare il timido,” dice, e la sua voce è un ringhio. Io aumento il ritmo, le mie mani sui suoi fianchi, il vetro che trema leggermente sotto i nostri movimenti. Lei si spinge indietro contro di me, i suoi gemiti che diventano urla. “Sì, cazzo, così, fottimi bene!” grida, e io sento le sue unghie graffiarmi la schiena mentre mi stringe a sé con un braccio. Fa male, ma è un dolore che mi eccita ancora di più.

L’odore del nostro sudore riempie l’aria, il suono dei nostri corpi che si scontrano è quasi assordante. La città sotto di noi sembra lontana, irreale, mentre tutto quello che esiste è lei, il suo corpo contro il mio, il calore che mi avvolge. Non so quanto tempo passa, ma quando sento che sto per venire, rallento un attimo.

“Non fermarti ora, dai,” dice lei, quasi implorante, e io riprendo, spingendo con più forza. Lei trema, urla di nuovo, e io la seguo poco dopo, il piacere che mi travolge come un’onda. Rimaniamo lì, ansimando, i nostri corpi ancora uniti, il vetro freddo contro le sue mani e la mia fronte appoggiata alla sua spalla.

Quando ci stacchiamo, ci guardiamo per un momento. Non c’è bisogno di dire niente. Ci sediamo sul bordo del letto, il respiro che torna piano piano alla normalità. Lei prende un bicchiere d’acqua dal comodino, me ne offre un sorso, e io accetto. Fuori, la città continua a brillare, indifferente a tutto.

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