La confessione di una schiava a lavoro
Mi chiamo Laura, ho trentadue anni e da quattordici mesi sono la schiava sessuale di Marco, il mio capo.
Non lo dico per enfasi o per gioco di ruolo. Lo dico perché è esattamente ciò che sono diventata, e lo so con una chiarezza che a volte mi fa quasi piangere dalla vergogna mentre lo penso. Eppure, mentre lo penso, mi bagno.
All’inizio era solo sesso. Sesso molto sporco, molto spesso, molto bravo. Lui aveva quarantun anni, era sposato, due figli, studio commercialista con tre soci, fatturato che cresceva ogni anno. Io ero la sua segretaria acquisita da un’altra sede, capelli castani lunghi, tailleur attillati, tacchi 10, curriculum impeccabile e – lo ammetto – tette che si notano anche sotto la giacca chiusa.
Dopo tre mesi di scopate clandestine (archivio, ascensore bloccato, casa sua quando la moglie era dai genitori, bagni dei clienti dopo le 19:30) è successo qualcosa di irreversibile.
Una sera, mentre ero in ginocchio tra le sue gambe sotto la scrivania con il cazzo in bocca e lui firmava email, mi ha detto testuali parole:
«Da domani starai sotto la scrivania tutte le mattine dalle 8:30 alle 10:30. Non si discute. Se devo fare una call lunga, resti lì fino a quando non finisco. Se entra qualcuno bussi due volte con le nocche sul legno e ti blocchi. Chiaro?»
Ho annuito con la bocca piena. È venuto quasi subito dopo averlo detto.
Da allora è diventato rituale. Entro alle 8:25, chiudo la porta a chiave dall’interno, tolgo le mutandine (le lascia sempre lui nel cassetto della scrivania, come trofeo), mi inginocchio sul cuscino che tiene apposta lì sotto, apro la patta dei suoi pantaloni e comincio. Non c’è buongiorno, non c’è preliminare, non c’è niente. Solo la sua mano che mi afferra i capelli per guidare il ritmo e il suo cazzo che si indurisce dentro la mia bocca ancora addormentata.
A volte lavora davvero: detta email, parla al telefono, riceve clienti. Io resto lì, succhio piano quando è al telefono, più forte quando è solo, mi fermo quando bussa due volte sul legno perché sta per entrare qualcuno. Ho imparato a respirare col naso in modo quasi perfetto, a non fare rumore con la saliva, a ingoiare senza tossire anche quando mi spinge fino in gola per dieci secondi buoni.
Ma la parte che mi spacca davvero non è questa.
La parte che mi spacca è quando ci sono i soci.
I tre soci: Paolo (52 anni, vedovo, voce roca), Stefano (38, sposato, sempre elegante) e Giulio (45, separato, il più stronzo).
Marco non mi umilia mai davanti a tutti i dipendenti o ai clienti. Mai un commento ambiguo in sala riunioni, mai una carezza fuori posto. Sul lavoro sono la sua segretaria perfetta: precisa, discreta, professionale.
Ma quando siamo solo loro quattro + io, cambia tutto.
Succede almeno due volte al mese, di solito il giovedì pomeriggio, quando fanno la riunione “strategica” nella stanza dirigenziale con le tende chiuse.
Entrano, si siedono attorno al tavolo ovale. Marco mi chiama con un semplice:
«Laura, vieni.»
Entro con il block notes in mano come se dovessi verbalizzare. Chiudo la porta. Giro la chiave.
Poi lui dice, con lo stesso tono con cui chiederebbe un caffè:
«Spogliati.»
E io lo faccio. Camicia, reggiseno, gonna, slip, tacchi. Tutto. Resto nuda in mezzo alla stanza mentre loro quattro mi guardano come si guarda una bestia da monta.
Marco non alza mai la voce. Parla normalmente.
«Oggi Laura ci serve il caffè. E mentre lo fa, può anche succhiarmelo un po’. Vero Laura?»
«Sì, dottore» rispondo sempre con la stessa formula. “Dottore”. Mi ha imposto di chiamarlo così quando siamo in questa modalità.
Mi inginocchio davanti a lui, gli apro i pantaloni, tiro fuori il cazzo già mezzo duro e comincio mentre loro parlano di bilanci, di plusvalenze, di accantonamenti TFR.
Paolo ogni tanto ride piano e dice: «Guarda come lavora bene la segretaria…»
Stefano di solito sta zitto ma si tocca sopra i pantaloni.
Giulio invece è quello che mi fa più male (e più bagnare).
«Falle mettere le mani dietro la schiena, Marco. Voglio vedere se riesce a stare in equilibrio solo con la bocca.»
Marco esegue. Mi afferra i polsi e me li blocca dietro la schiena con una sola mano. Io continuo, barcollando un po’ sui tacchi, con la saliva che mi cola sul mento.
Poi Giulio si alza, si mette dietro di me, mi prende i capelli e mi spinge più a fondo mentre Marco mi tiene i polsi.
«Brava troia, così. Tutto dentro. Non fare la schizzinosa adesso.»
Io soffoco, lacrimo, ma non mi fermo. Non posso. Non voglio.
Quando Marco sta per venire mi tira fuori dalla bocca, mi fa girare verso di loro e schizza sulle mie tette. Poi mi dice:
«Adesso pulisci.»
E io passo la lingua sul pavimento dove è caduto qualcosa, sulle mie tette, sulle dita di chi me le porge sporche.
L’ultima volta Giulio mi ha fatto mettere a quattro zampe al centro del tavolo, con il culo verso di loro, e mentre Marco parlava di un’operazione societaria mi ha infilato due dita dentro senza preavviso, commentando:
«Guarda quanto è aperta questa puttana. Scommetto che ormai ci entra anche il fermacarte.»
Non l’ha fatto. Ma il fatto che l’abbia detto mentre ero lì esposta, bagnata, tremante, mi ha fatto venire senza che nessuno mi toccasse il clitoride.
E questo è il punto che mi distrugge di più.
Godo a essere ridotta così.
Godo quando mi chiamano troia davanti a loro.
Godo quando mi fanno le foto col cellulare (solo loro tre + Marco, giurano che non escono mai da lì).
Godo quando Marco mi ordina di restare nuda sotto la scrivania mentre firmano contratti e io devo leccare piano piano senza farlo venire, solo tenerlo duro per ore.
Mi odio per questo. Mi odio tutte le sere quando torno a casa, mi guardo allo specchio e vedo la donna che ero prima: sicura, autonoma, orgogliosa.
E poi mi tocco pensando a loro quattro che ridono mentre io ingoio, a Giulio che mi chiama “la nostra puttana di ufficio”, a Marco che mi guarda con quell’espressione calma e proprietaria mentre mi dice “apri di più” o “ingoia tutto, non una goccia sul pavimento”.
E vengo. Sempre più forte di quando facevamo solo sesso “normale”.
Non so quanto durerà. Forse fino a quando non mi stancherà. Forse fino a quando non troverà una più giovane. Forse fino a quando non mi romperò del tutto.
Ma per ora sono qui.
Ogni mattina alle 8:25 apro la porta del suo ufficio, chiudo a chiave, tolgo le mutandine, mi inginocchio sotto la scrivania e aspetto che entri.
E quando entra, la prima cosa che dice è sempre la stessa:
«Buongiorno, troia.»
E io rispondo, con la voce che trema appena:
«Buongiorno, padrone.»
Poi apro la bocca.
