Racconti Piccanti
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Trasformato in “segretaria troia” dal mio capo

Trasformato in “segretaria troia” dal mio capo

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Marco aveva trent’anni, un viso anonimo e un corpo magro che passava inosservato. Era un impiegato come tanti, silenzioso, con una camicia sempre stirata e un matrimonio che andava avanti per inerzia. Lavorava in un’azienda di medie dimensioni, un posto grigio con moquette logora e neon che ronzavano. Non era un tipo che attirava attenzioni, né positive né negative, ma dentro di sé nascondeva un groviglio di desideri che non aveva mai confessato a nessuno, nemmeno a sua moglie. L’idea di essere umiliato, di sentirsi piccolo e usato, lo eccitava in un modo che lo imbarazzava profondamente. Non ci pensava spesso, ma quando succedeva, il cuore gli batteva più forte.

Era un venerdì sera, l’ufficio si era svuotato. Marco era rimasto indietro per finire un lavoro noioso, o almeno così aveva detto. In realtà, gli piaceva la quiete di quelle ore, il silenzio rotto solo dal ticchettio della tastiera. Non si aspettava di vedere Roberto, il capo, entrare nella stanza alle otto di sera. Roberto aveva quarantacinque anni, un fisico robusto, capelli brizzolati e un atteggiamento che trasudava autorità. Era il tipo d’uomo che non chiedeva, ordinava. Marco lo aveva sempre temuto, ma anche osservato di nascosto: il modo in cui riempiva una stanza, le mani grandi, la voce profonda. Nessuno sapeva che Roberto fosse gay, ma lui non lo nascondeva del tutto con chi lo conosceva bene. Era discreto, ma non timido.

“Marco, sei ancora qui,” disse Roberto, appoggiandosi alla porta con un sorrisetto che non prometteva niente di buono. “Perfetto. Ho bisogno di parlarti. Chiudi quella porta e vieni nel mio ufficio.”

Marco sentì un nodo allo stomaco. Non era una richiesta, era un ordine. Si alzò, chiuse la porta e lo seguì, con le mani che gli sudavano. L’ufficio di Roberto era più grande, con una scrivania di legno massiccio e una finestra che dava sul parcheggio deserto. Roberto si sedette sulla sua poltrona, incrociando le braccia. “Siediti,” disse, indicando la sedia davanti a lui. Marco obbedì, sentendosi piccolo sotto quello sguardo.

“Ho scoperto una cosa interessante oggi,” iniziò Roberto, tirando fuori un fascicolo dalla scrivania. “Qualcuno ha scaricato dati riservati dal server. E indovina un po’? Il log porta al tuo computer. Non so se sei stato tu o se sei solo un idiota che non chiude la sessione, ma questo è un problema. Un problema grosso.”

Marco sbiancò. “Io… non ho fatto niente, giuro. Non so di cosa parli.”

Roberto alzò una mano per zittirlo. “Risparmiami le scuse. Non mi interessa la verità, mi interessa risolvere. E tu mi aiuterai a farlo. A modo mio.” Il tono era calmo, ma aveva una sfumatura tagliente che fece rabbrividire Marco. “Se non vuoi che questa storia arrivi ai piani alti, o peggio, a tua moglie, farai esattamente quello che dico. Capito?”

Marco annuì, il cuore che gli martellava nel petto. Sapeva di non aver fatto nulla, ma la paura di essere incolpato era reale. E, in un angolo oscuro della sua mente, c’era anche qualcos’altro: una scintilla di eccitazione per essere sotto il controllo di quell’uomo. Roberto lo guardò negli occhi, come se potesse leggergli dentro. “Bene. Allora iniziamo. Togliti i vestiti. Tutti.”

Marco esitò, le guance che gli bruciavano. “Cosa? Ma… perché?”

“Perché lo dico io,” rispose Roberto, senza battere ciglio. “E perché, se non lo fai, lunedì mattina sei fuori. E non solo da qui.” Si alzò, torreggiando su di lui. “Muoviti.”

Con le mani tremanti, Marco si slacciò la camicia, poi i pantaloni, fino a restare in boxer. Sentiva gli occhi di Roberto su di sé, giudicanti, ma anche qualcosa di più intenso. “Anche quelli,” ordinò il capo. Marco obbedì, rosso in volto, coprendosi istintivamente con le mani. Roberto rise piano. “Non nasconderti. Non c’è niente che non abbia già visto. Ora vieni qui.”

Marco si avvicinò, e Roberto tirò fuori una scatola da un cassetto. Dentro c’erano strisce di ceretta. “Prima di tutto, ti rendiamo presentabile,” disse con un ghigno. Marco non ebbe il tempo di protestare: Roberto gli ordinò di stendersi su un divano nell’angolo e iniziò a spalmare la cera sulle sue gambe. Il dolore degli strappi era acuto, ma Marco stringeva i denti, combattuto tra l’umiliazione e un’eccitazione che non riusciva a ignorare. Quando Roberto finì, le sue gambe erano lisce, e il capo gli porse un mucchietto di vestiti: una gonna corta da segretaria, calze a rete e un paio di tacchi neri. “Mettiteli. Vediamo come stai.”

Marco, con il volto in fiamme, indossò tutto. La gonna gli arrivava appena sopra le cosce, le calze gli stringevano le gambe, e i tacchi lo facevano barcollare. Roberto lo guardò, soddisfatto. “Non male. Ora vieni qui, sotto la scrivania. Ho del lavoro per te.”

Marco capì subito cosa intendeva. Si inginocchiò, il pavimento duro sotto le ginocchia, e si posizionò tra le gambe di Roberto, che si era seduto sulla poltrona. Il capo si slacciò i pantaloni, rivelando un’erezione evidente sotto i boxer scuri. “Sai cosa fare,” disse, con voce bassa e autoritaria. Marco, con le mani che tremavano, gli abbassò i boxer. Il membro di Roberto era grosso, turgido, con un odore muschiato che gli riempì le narici. Esitò un attimo, ma poi lo prese in bocca, sentendo il calore e il peso contro la lingua. Roberto emise un gemito basso, posandogli una mano sulla testa. “Bravo, così. Lavora bene, sei la mia segretaria ora.”

Le parole lo colpirono come una scarica elettrica. Marco si muoveva lentamente, succhiando e leccando, mentre Roberto lo guidava con la mano, spingendolo a prenderlo più a fondo. Il suono dei suoi stessi respiri affannosi e dei gemiti del capo riempiva la stanza. “Non fermarti,” ordinò Roberto, con la voce roca. “Fammi vedere quanto sei bravo.” Marco continuava, il viso in fiamme, sentendo il proprio corpo reagire nonostante tutto. Era umiliante, ma anche incredibilmente eccitante.

Dopo lunghi minuti, Roberto lo fece alzare. “Basta così. Ora girati e piegati sulla scrivania. Voglio finire come si deve.” Marco obbedì, appoggiando il torso sul legno freddo, con la gonna che gli si sollevava sulle cosce. Roberto gli abbassò le calze a rete fino alle ginocchia e gli scoprì il sedere, dandogli una pacca secca che lo fece sobbalzare. “Rilassati,” disse, mentre si posizionava dietro di lui. Marco sentì il freddo di un lubrificante che gli veniva spalmato, poi la pressione del membro di Roberto contro di sé. “Respira,” ordinò il capo, spingendo piano ma con decisione.

Il dolore iniziale fu intenso, ma Marco si morse il labbro, lasciando che il suo corpo si abituasse. Roberto si muoveva lentamente all’inizio, entrando e uscendo con un ritmo controllato, le mani ferme sui fianchi di Marco. “Ecco, così, prendi tutto,” grugnì, accelerando. Marco ansimava, le mani aggrappate al bordo della scrivania, il corpo che oscillava a ogni spinta. Il suono dei loro corpi che si scontravano, i gemiti di Roberto e i suoi stessi sospiri riempivano l’aria, mescolati all’odore di sudore e sesso. “Sei proprio la mia segretaria troia,” ringhiò Roberto, spingendo più forte, una mano che gli stringeva la nuca. Quelle parole lo mandarono fuori di testa: Marco si abbandonò completamente, lasciando che il piacere e l’umiliazione si fondessero in una sensazione che non aveva mai provato prima.

Roberto continuò a muoversi, il ritmo sempre più veloce, il respiro affannoso. Marco sentiva ogni movimento, ogni affondo, il calore che lo invadeva. “Sto per venire,” annunciò Roberto con un grugnito, stringendogli i fianchi con forza. Pochi istanti dopo, si svuotò dentro di lui con un gemito profondo, rallentando fino a fermarsi. Marco restò piegato sulla scrivania, il respiro corto, il corpo ancora tremante per l’intensità di quello che era appena successo. Roberto si tirò indietro, sistemandosi i pantaloni con calma. “Non male per essere la prima volta,” disse con un sorrisetto, dandogli una leggera pacca sul sedere. “Ora vai a casa. E ricordati chi comanda qui.”

Marco si rialzò piano, sistemandosi la gonna e le calze con mani incerte. Non disse nulla, ma dentro di sé non c’era rimpianto, solo una strana soddisfazione. Uscì dall’ufficio zoppicando leggermente sui tacchi, sapendo che lunedì sarebbe tornato, e che una parte di lui non vedeva l’ora.

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