Racconti Piccanti
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Sega in faccia al coinquilino bastardo

Sega in faccia al coinquilino bastardo

10 Marzo 2026·4 min di lettura

Sono Paolo, ho 22 anni, e sì, lo ammetto, sono un pezzo di merda. Vivo in un appartamento schifoso vicino all’università con un coinquilino, Marco, un tipo tranquillo che non rompe mai le palle. Siamo in questa casa da un anno, un buco di due stanze con un bagno che puzza di muffa, ma ci arrangiamo. Ogni tanto, di solito il venerdì sera, facciamo festa: birra, pizza, qualche canna se c’è. Niente di che, giusto per staccare la testa. Poi lui crolla sul divano o in camera sua, sbronzo o fatto, e io resto sveglio. È lì che faccio la mia stronzata.

Non so perché ho iniziato, giuro. Forse perché sono un sadico del cazzo, forse perché mi eccita l’idea di umiliarlo mentre dorme. Fatto sta che, da mesi, almeno una volta a settimana, aspetto che si addormenti, mi tiro fuori l’uccello e mi faccio una sega vicino alla sua faccia. E poi gli sborro sopra. Sì, lo so, è una merdata assurda. Ma vedere quella roba colargli sulla guancia o sul mento mi fa venire un brivido che non so spiegare. È come un gioco di potere, come dire “io comando, tu non sei niente”. Pulisco sempre dopo, con un fazzoletto, così non se ne accorge. O almeno, così credevo.

Era un venerdì sera come gli altri. Avevamo bevuto un paio di birre a testa, fumato un po’, riso per stronzate tipo video stupidi su YouTube. Marco era crollato sul divano, russava pure, la bocca mezza aperta. Io lo guardavo, già con quella voglia che mi montava dentro. Non so, c’era qualcosa nei suoi lineamenti rilassati, in quel modo indifeso di dormire, che mi faceva venir duro. Mi sono alzato, mi sono messo vicino a lui, a un metro scarso. Ho tirato fuori il cazzo, già mezzo in tiro, e ho iniziato a toccarmi piano. Ogni tanto gli davo un’occhiata: dormiva ancora, non si muoveva. Ma c’era una tensione strana, come se stessi giocando col fuoco. Una parte di me pensava “smetti, cazzo, prima o poi ti becca”, ma l’altra parte, quella più bastarda, voleva solo venire e marcarlo come mio.

Stavo per arrivare, respiravo pesante, quando all’improvviso Marco apre gli occhi. Mi guarda, prima confuso, poi incazzato nero. Non faccio in tempo a rimettermi dentro i pantaloni che mi tira un pugno dritto sulla mascella. Cazzo, fa male. “Ma che cazzo fai, pezzo di merda?!” urla, alzandosi dal divano. Io balbetto, rosso in faccia, con l’uccello ancora di fuori. “Niente, io… niente, scusa.” Ma lui mi guarda con un disgusto che mi fa sentire una merda. “Dimmi cosa stavi facendo, Paolo. Dillo chiaro, cazzo.” Non c’è scampo, lo so. Con la voce che trema, confesso tutto, piagnucolando come un bambino. “Mi facevo una sega… e ti venivo in faccia. L’ho fatto altre volte. Scusa, sono un idiota, non so perché lo faccio.” Lui resta in silenzio per un secondo, poi scuote la testa. “Sei un malato, cazzo. E ora paghi.”

Non faccio in tempo a capire che mi afferra per un braccio, mi sbatte contro il muro. “Aspetta, Marco, scusa, non lo faccio più!” provo a dire, ma lui non ascolta. Prende una corda da una borsa, una di quelle che usiamo per legare le tende, e mi lega i polsi dietro la schiena. Sono terrorizzato, ma anche, cazzo, un po’ eccitato. Mi spinge in ginocchio, mi guarda dall’alto con un’espressione che è un misto di rabbia e schifo. “Ora vediamo come ti piace essere umiliato, bastardo.” Si slaccia i jeans, tira fuori il cazzo. Non è ancora duro, ma è già grosso, e io non so cosa pensare. Una parte di me vuole scappare, l’altra è curiosa, quasi vogliosa di vedere dove vuole arrivare.

Mi avvicina la cappella alla bocca. “Apri, cazzo,” mi ordina. Io esito, ma lui mi tira i capelli, forte, e non ho scelta. Apro la bocca, e lui me lo spinge dentro, piano ma deciso. Sento il sapore salato della sua pelle, l’odore forte di sudore e di maschio. Non è piacevole, ma non è nemmeno schifoso come pensavo. Inizia a muoversi, avanti e indietro, con un ritmo lento ma costante. La sua mano mi tiene fermo per la nuca, non posso muovermi. “Succhia, dai,” mi dice, con un tono che non ammette repliche. Io ci provo, goffo, con la lingua che gli sfiora l’asta. Lo sento diventare sempre più duro dentro la mia bocca, e cazzo, non lo ammetterò mai ad alta voce, ma mi sta eccitando.

I suoi movimenti accelerano, mi sbatte contro la faccia, il cazzo che mi arriva fino in gola. Tossisco, ma lui non si ferma. “Prendilo tutto, pezzo di merda,” ringhia, e io sento il respiro che gli si fa pesante, i gemiti che gli scappano. La saliva mi cola sul mento, fa un rumore viscido ogni volta che si spinge dentro. La sua pelle è calda, sudata, e l’odore del suo inguine mi riempie il naso. Mi fa male la mascella, ma non smette, pompa sempre più forte. Sento il suo cazzo pulsare, capisco che sta per venire. “Adesso bevi, cazzo,” mi dice, e un secondo dopo mi esplode in bocca. È caldo, appiccicoso, un sapore amaro che mi fa quasi vomitare. Ma lui mi tiene fermo, mi costringe a ingoiare, e quello che non riesco a mandar giù mi cola sulla faccia.

Alla fine si tira indietro, ansimando, e io resto lì, in ginocchio, con i polsi legati, la faccia sporca della sua sborra. Mi guarda, un ghigno soddisfatto. “Ecco, ora sai cosa si prova, stronzo.” Mi slega, ma non dice altro. Io mi pulisco con la manica, ancora stordito. Non so cosa dire, ma una cosa è sicura: è stato intenso, cazzo. Non so se lo rifarei, ma mentre mi alzo e vado a lavarmi, non posso negare che una parte di me ci ha trovato un gusto malato. E va bene così.

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