La mia faccia sotto il tuo piede
Sono passati cinque anni da quando ho lasciato la caserma, ma certe cose non si scordano. Mi chiamo Christian, ho 27 anni, e quel periodo del servizio militare me lo porto ancora dentro, come un tatuaggio che non si vede ma c’è. Ero un soldato semplice, uno dei tanti, ma per il sergente Sergio ero qualcosa di diverso. Lui, 34 anni all’epoca, era il classico maschio alfa: alto, spalle larghe, voce che ti faceva tremare le gambe. Mi aveva preso di mira, mi “marchiava” con insulti e ordini, ma c’era sempre qualcosa in più nei suoi occhi, un’intensità che mi confondeva. Non so dire se fosse odio o altro, ma mi teneva sotto scacco.
L’altra sera ero in un bar vicino casa, un posto squallido con le luci al neon e l’odore di birra stantia. Stavo bevendo da solo, perso nei miei pensieri, quando una voce mi ha colpito come un pugno: “Ma guarda chi cazzo c’è! Christian, la mia recluta preferita!” Mi sono voltato e l’ho visto: Sergio, invecchiato ma sempre imponente, con una camicia nera aperta sul petto e un ghigno che mi ha fatto gelare. Mi sono sentito piccolo, come allora. “Sergente,” ho borbottato, non sapendo che altro dire. Lui ha riso, una risata forte, e mi ha dato una pacca sulla spalla che quasi mi faceva cadere dallo sgabello. “Chiamami Sergio, dai. Sono passati i tempi. Siediti, beviamo insieme, ricordiamo i vecchi giorni.”
Abbiamo parlato per un’ora, o meglio, lui parlava e io ascoltavo. Raccontava aneddoti della caserma, rideva di come mi faceva correre o di come mi umiliava davanti agli altri. Ogni tanto mi guardava in un modo che mi metteva a disagio, ma non riuscivo a staccarmi. Era come se fossi ancora sotto il suo comando. Poi, con quella voce bassa che usava per dare ordini, mi ha detto: “Sai, ho una bottiglia buona a casa. Vieni, continuiamo lì. Solo per stasera.” Ho esitato. Dentro di me una voce urlava di dire di no, ma un’altra parte, quella che ancora ricordava il suo potere su di me, mi ha fatto annuire. “Ok, va bene.”
Siamo arrivati a casa sua, un appartamento spartano, con un divano logoro e qualche bottiglia vuota sul tavolo. Mi ha fatto sedere, mi ha messo un bicchiere in mano, ma non beveva. Mi guardava e basta. “Ti ricordi com’eri in caserma? Sempre con la testa bassa, sempre pronto a obbedire,” ha detto, e il tono non era più scherzoso. Mi sono sentito arrossire, un misto di vergogna e qualcosa che non volevo ammettere. Si è avvicinato, troppo, e mi ha messo una mano sulla gamba. “Non sei cambiato per niente,” ha aggiunto, stringendo appena. Ho sentito il cuore battere forte, volevo spingerlo via, ma non ci riuscivo. Era come se il passato mi avesse inchiodato lì.
“Spogliati,” ha detto secco, come un ordine. Ho aperto la bocca per protestare, ma lui ha alzato una mano. “Non fare il coglione. Lo vuoi anche tu, lo so.” E il peggio è che una parte di me lo voleva davvero, voleva rivivere quella sottomissione, quel senso di essere suo. Mi sono tolto la maglietta lentamente, poi i jeans, fino a restare in mutande. Mi guardava con quel sorriso da predatore, e io mi sentivo nudo anche dentro. “Toglile,” ha ordinato, indicando le mutande. L’ho fatto, con le mani che tremavano, e sono rimasto lì, esposto, mentre lui si è alzato e si è tolto la camicia, mostrando il petto muscoloso, pieno di tatuaggi.
Si è avvicinato, mi ha preso per un braccio e mi ha fatto girare di spalle. “Mettiti a quattro zampe, come facevi in caserma quando pulivi il pavimento,” ha ringhiato. Mi sono abbassato, le ginocchia sul pavimento freddo, il cuore che mi esplodeva. Ha iniziato a toccarmi, le sue mani ruvide sulla schiena, poi più giù, stringendo le natiche con forza. “Sempre stato un bel culetto,” ha detto, e io ho chiuso gli occhi, combattuto tra la vergogna e l’eccitazione. Mi ha accarezzato a lungo, con calma, come se volesse farmi capire che aveva tutto il controllo. Ogni tanto mi dava uno schiaffo leggero, giusto per ricordarmi chi comandava. Sentivo il suo respiro pesante, il suo odore forte di sudore e colonia da due soldi.
Poi ha aperto i jeans, li ha calati insieme alle mutande, e ho sentito il calore del suo corpo dietro di me. Mi ha unto con qualcosa di freddo, probabilmente un lubrificante, e ha iniziato a prepararmi con le dita, senza fretta. Faceva male, ma c’era anche un piacere strano, che non volevo ammettere. “Rilassati, cazzo, lo sai che ti piace,” ha detto, e io non ho risposto, ma il mio corpo lo stava facendo al posto mio. Ha continuato per un po’, con movimenti lenti, insistenti, fino a che non mi sono abituato alla sensazione.
Quando finalmente mi ha preso, è stato lento ma deciso. Mi sono morso un labbro per non gemere, ma non ci sono riuscito. “Ecco, così, fai la mia puttanella,” ha detto, e quelle parole mi hanno colpito come un fulmine, riportandomi indietro di anni. Si è chinato su di me, il suo peso che mi schiacciava, e ha messo un piede nudo sulla mia faccia, premendo forte. Sentivo l’odore della sua pelle, il sapore salato contro la guancia, e quella umiliazione mi ha mandato in tilt. “Eri già la mia puttanella in caserma, vero?” ha ringhiato, mentre spingeva più forte. Io non ho detto niente, ma il mio corpo rispondeva, si abbandonava a lui. Ogni spinta era un misto di dolore e piacere, ogni insulto un ricordo che mi faceva tremare. Il suono dei nostri corpi che sbattevano, il suo respiro affannoso, il mio gemito soffocato sotto il suo piede: era tutto fottutamente reale.
È andato avanti per un tempo che mi è sembrato infinito, cambiando ritmo, a volte lento per farmi impazzire, a volte veloce per ricordarmi che non avevo controllo. Quando ha finito, si è tirato fuori con un grugnito, lasciandomi lì, a terra, con il fiato corto e la faccia ancora schiacciata sotto il suo piede. Ha riso piano, si è tirato su i pantaloni e mi ha detto: “Alzati, non fare la vittima. Lo volevi quanto me.” Mi sono rimesso in piedi, con le gambe che tremavano, e ho raccolto i miei vestiti senza guardarlo. Non c’era bisogno di parole. Sapevamo entrambi cos’era successo, e non c’era niente da giustificare.
Sono andato via poco dopo, con un “Ci sentiamo” buttato lì, tanto per dire qualcosa. Non so se lo rivedrò, ma una cosa è sicura: quella sera mi ha riportato indietro, e una parte di me non vede l’ora che succeda di nuovo.
