Monica mi succhia fino in fondo
Sono dietro il bancone del mio bar, un posto di merda in periferia che puzza di birra stantia e fumo vecchio, anche se non si può più fumare dentro da anni. È l’una di notte, l’orario di chiusura, e sto pulendo i bicchieri mentre l’ultimo cliente, un vecchio che biascica sempre le stesse storie, si trascina fuori. Poi c’è lei, Monica. Quarantanove anni, lo so perché una volta me l’ha detto mentre flirtava dopo il terzo gin tonic. È una cliente fissa da mesi, sempre seduta all’angolo del bancone, con quei jeans attillati che le segnano il culo e magliette scollate che mostrano il solco tra le tette. Non è una strafiga, ma ha quel fascino da donna vissuta, con rughe intorno agli occhi e un sorriso che sa di guai.
Stasera è ancora qui, ultima rimasta. Mi guarda mentre passo lo straccio sul bancone, i suoi occhi scuri che mi fissano come se volessero mangiarmi. Io ho ventotto anni, un fisico decente perché mi ammazzo di palestra, e lo so che le piaccio. Ogni tanto butta lì battute sporche, tipo “Chissà se sai usare quelle mani solo per fare cocktail”, e io rido, ma dentro mi monta qualcosa. Non sono un santo, ho avuto le mie storie, ma una come Monica, più grande, con quell’aria di chi ha visto tutto, mi fa un effetto strano. Mi eccita, ma mi mette anche in guardia. E se fosse solo una che gioca? Però stasera c’è qualcosa di diverso, un’energia nell’aria, come se stesse per succedere qualcosa.
“Chiudi presto stasera?” mi chiede, con la voce un po’ roca, mentre si passa una mano tra i capelli tinti di biondo. Io la guardo, smetto di pulire per un attimo. “Sì, appena finisco ‘sto casino,” rispondo, e faccio un gesto verso il bancone sporco. Lei sorride, un sorriso che è mezzo invito e mezzo sfida. Si alza, viene più vicina, i tacchi che fanno rumore sul pavimento appiccicoso. “Ti aiuto a sistemare, se vuoi,” dice, ma non c’è niente di innocente nel suo tono. Il cuore mi batte più forte, sento un calore che sale dal basso. Vorrei dirle di no, di andarsene, ma cazzo, non ci riesco. “Va bene, prendi quelle bottiglie laggiù,” le dico, indicandole un angolo, solo per vedere come si muove.
Mentre si china a prendere le bottiglie, il jeans le tira sul culo, e io non riesco a staccare gli occhi. Mi avvicino, fingendo di controllare qualcosa, e le passo accanto, sfiorandole un fianco con la mano. Lei si gira di scatto, ma non si allontana. Mi guarda dritto negli occhi, e per un attimo penso che mi tirerà uno schiaffo. Invece sussurra: “Fai il furbo, eh?” Io rido, nervoso, ma non mi sposto. “E tu no?” ribatto. Il suo respiro è più veloce, lo vedo dal petto che si alza e si abbassa. Mi avvicino ancora, le metto una mano sulla vita, e lei non si tira indietro. Però dentro di me c’è un casino: voglio spingermi oltre, ma ho paura che qualcuno entri, o che lei mi mandi a fanculo all’improvviso. Ma il desiderio è più forte, cazzo, è una voglia che mi brucia.
La tiro verso di me, piano, e lei si lascia fare. Le mie mani scivolano sui suoi fianchi, poi giù, fino a stringerle il culo. Lei mi guarda, le labbra socchiuse, e io mi chino a baciarla. La sua bocca sa di gin e sigaretta, ma è calda, e la sua lingua mi cerca subito. Ci baciamo duro, con foga, come se stessimo litigando. Le passo una mano sotto la maglietta, le tocco la pelle, e lei geme piano contro la mia bocca. La spingo verso il bancone, la faccio sedere sopra, e le divarico le gambe con il mio corpo. Le sue mani mi afferrano i capelli, mi tirano più vicino. Le slaccio il primo bottone dei jeans, poi il secondo, e scendo con la bocca sul suo collo, leccandole la pelle che sa di sudore e profumo dolce. Lei ansima, mi stringe le spalle, e io le mordo piano l’orecchio, facendola tremare.
“Scendi,” le dico, con la voce roca, e lei capisce subito. Si lascia scivolare giù dal bancone, si mette in ginocchio davanti a me, proprio sul pavimento sporco del bar. Mi guarda dal basso, con quegli occhi che mi fanno impazzire. Le metto una mano sulla testa, le accarezzo i capelli, ma non con dolcezza. “Fammi vedere quanto sei brava,” le dico, e lei sorride, un sorriso da stronza che sa cosa vuole. Mi slaccia la cintura, tira giù la zip, e mi abbassa i pantaloni insieme ai boxer. Il mio cazzo è già duro, e quando lo prende in mano mi scappa un gemito. Lei ci passa la lingua sopra, piano, guardandomi negli occhi, e io stringo i pugni per non perdere il controllo subito.
Poi lo prende in bocca, e cazzo, è una sensazione pazzesca. Calda, bagnata, mi succhia con una forza che non mi aspettavo. Le tengo la testa, la guido, spingendo un po’ più forte. “Così, brava,” le dico, la voce spezzata. Lei geme, un suono gutturale che mi arriva dritto allo stomaco, e il rumore della sua bocca che lavora mi fa impazzire. La spingo più a fondo, e lei tossisce un po’, ma non si ferma. La vedo lì, in ginocchio, con le labbra strette intorno a me, e sento l’odore del suo profumo mischiato a quello del bar, un misto strano ma eccitante. “Cazzo, Monica, non fermarti,” le dico, e lei aumenta il ritmo, succhiando e muovendo la lingua in un modo che mi fa vedere le stelle. Le tengo i capelli stretti, la scopo in bocca con spinte decise, e lei lascia fare, prendendomi tutto. Sento che sto per venire, il piacere che mi monta dentro come un’onda, e le stringo la testa più forte. “Ingoia tutto, capito?” le ringhio, e lei annuisce appena, senza smettere. Quando vengo, è un’esplosione, un calore che mi travolge, e lei ingoia, senza perdere una goccia, mentre io ansimo e mi appoggio al bancone per non cadere.
Dopo, resto lì un attimo, con il fiato corto, mentre lei si pulisce la bocca con il dorso della mano e si rialza. Mi guarda, un po’ spettinata, ma con quell’aria soddisfatta che mi fa venir voglia di ricominciare. “Non male, barista,” dice, con un mezzo sorriso. Io rido, ancora stordito, e mi tiro su i pantaloni. “Neanche tu,” rispondo. Non c’è imbarazzo, non c’è niente da dire. Ci sistemiamo in silenzio, lei prende la borsa, io finisco di chiudere il bar. Quando esce, mi saluta con un cenno, come se niente fosse. E io so che tornerà. Cazzo, lo spero.
