Racconti Piccanti
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L’ultimo treno

L’ultimo treno

11 Marzo 2026·7 min di lettura

Martina, trentun anni e un lavoro d’ufficio che la stava prosciugando, era appena sopravvissuta a una cena aziendale che sembrava non finire mai. Colleghi insipidi, discorsi inutili sul fatturato e un capo che continuava a fare battute da boomer. Aveva bevuto decisamente troppo prosecco, più per noia che per allegria, e ora, mentre arrancava verso l’ultimo treno regionale delle 00:47, sentiva la testa leggera e un calore fastidioso nello stomaco. Non era solo l’alcol. Erano mesi che non toccava un uomo, mesi che si sentiva un vulcano pronto a esplodere. Non ne poteva più di vibratori e fantasie a occhi chiusi. Aveva bisogno di carne, di mani ruvide, di essere presa e usata senza troppi pensieri.

La stazione era deserta, un vento freddo le pizzicava le gambe sotto la gonna aderente. Salì sul treno, una vecchia carcassa che puzzava di ferro e sudore stantio, e trovò una carrozza praticamente vuota. Solo un tizio, seduto verso il fondo, con la testa appoggiata al finestrino. Martina lo notò subito: sulla trentina inoltrata, capelli corti scuri un po’ spettinati, barba di qualche giorno, una camicia bianca con le maniche arrotolate che lasciava intravedere avambracci muscolosi. Non era un modello, ma aveva un’aria da uomo vissuto, di quelli che sanno cosa vogliono. Luca, avrebbe scoperto dopo, anche se per ora era solo uno sconosciuto con un paio di occhi che la squadrarono senza vergogna mentre lei si avvicinava.

Martina si sedette di fronte a lui, dall’altra parte del tavolino sporco di briciole e anelli di caffè. Le loro ginocchia erano vicine, troppo vicine per essere casuale. Lei accavallò le gambe, sentendo il tessuto della gonna tirare sulle cosce. Lui non distolse lo sguardo, e lei lo ricambiò con un sorrisetto storto, di quelli che dicono “so cosa stai pensando”. Il treno partì con un sobbalzo, e il silenzio tra loro si fece pesante, quasi palpabile. Martina sentiva il cuore battere più forte, un misto di eccitazione e imbarazzo. “Che cazzo sto facendo?” pensò, ma allo stesso tempo il suo corpo sembrava avere un piano tutto suo. Dopo un minuto, quasi senza rendersene conto, allargò leggermente le gambe sotto il tavolino, quel tanto che bastava per far capire che non era un caso. La gonna si sollevò appena, lasciando intravedere un pezzetto di pelle nuda sopra le autoreggenti nere.

Luca inarcò un sopracciglio, un ghigno leggero gli incurvò le labbra. Non disse nulla, ma i suoi occhi scuri si fissarono sulle sue cosce per un istante di troppo. Poi, con una lentezza che sembrava studiata, allungò una mano sotto il tavolino e la posò alta sulla sua gamba, proprio dove la gonna finiva. Le sue dita erano calde, decise, e Martina sentì un brivido correrle lungo la schiena. Non si mosse, non protestò. Dentro di lei una voce gridava “sei pazza, fermati”, ma un’altra, molto più forte, le diceva che era esattamente quello che voleva. Il tocco di lui era sfacciato, possessivo, e lei si sentiva già bagnata, un calore che le pulsava tra le gambe. “Fanculo tutto,” pensò, “ho bisogno di questo.”

Rimasero così per qualche istante, il treno che sferragliava sui binari, le sue dita che stringevano appena la carne della sua coscia. Poi lui parlò, la voce bassa, un po’ roca. “Non sembri una che si tira indietro.”

Martina rise, una risata nervosa ma con una punta di sfida. “E tu non sembri uno che chiede permesso.”

“Non lo faccio mai,” rispose lui, stringendo di più la coscia. “Se vuoi che mi fermo, dimmelo ora.”

Lei lo guardò dritto negli occhi, il prosecco che le dava una spavalderia che non era sicura di avere. “Non ci penso nemmeno.”

Luca sorrise, un sorriso da predatore, e tolse la mano dalla sua gamba solo per farle cenno di alzarsi. Martina esitò un attimo, il cuore che le martellava nel petto, ma poi si alzò, le gambe un po’ tremanti. Si spostarono nel corridoio tra i sedili, dove non c’era nessuno a vedere, solo il rumore del treno a fare da sottofondo. Lei si voltò di spalle, appoggiandosi con una mano alla spalliera di un sedile. Lui le fu subito dietro, il suo respiro caldo sul collo. Le sollevò la gonna con un gesto secco, lasciandola scoperta fino alla vita. Martina sentì l’aria fresca sulla pelle e il tessuto delle mutandine di pizzo nero che venivano abbassate con un movimento rapido fino alle ginocchia. Era esposta, vulnerabile, e questo la eccitava da morire.

Luca le posò le mani sui fianchi, stringendola con forza mentre si chinava a sfiorarle il collo con le labbra. “Sei sicura?” mormorò, ma il tono era più una provocazione che una vera domanda.

“Se non la smetti di parlare, giuro che cambio idea,” ribatté lei, la voce spezzata dall’eccitazione. Sentiva già la sua erezione premere contro di lei attraverso i pantaloni, e questo le fece stringere le cosce per l’impazienza.

Lui ridacchiò piano, poi le sue mani scesero lungo le sue natiche, accarezzandola con una lentezza che la stava facendo impazzire. Le sue dita erano ruvide, callose, e ogni tocco sembrava accendere un fuoco sotto la sua pelle. Martina inarcò la schiena senza pensarci, spingendosi contro di lui, e Luca non si fece pregare. Le allargò leggermente le gambe con un ginocchio, facendola piegare un po’ di più in avanti. Lei si aggrappò con entrambe le mani alla spalliera del sedile, il respiro corto, mentre lui le sfiorava l’interno coscia, risalendo piano verso il punto in cui era già fradicia.

“Cazzo, sei un lago,” disse lui, con un tono tra lo stupito e l’apprezzato, mentre le sue dita scivolavano dentro di lei senza preavviso. Martina soffocò un gemito, mordendosi il labbro, mentre lui iniziava a muovere la mano con un ritmo lento ma deciso. Ogni spinta delle sue dita le mandava scariche di piacere lungo la schiena, e lei non riuscì a trattenere un “Oh, sì” soffocato.

“Ti piace, eh?” ghignò lui, accelerando appena. “Lo immaginavo.”

“Sta’ zitto e continua,” ansimò lei, la voce tremante. Il treno sobbalzava a ogni curva, e quel movimento irregolare sembrava amplificare tutto, come se ogni scossone la spingesse più vicina al limite.

Dopo qualche minuto che sembrarono un’eternità, Luca tirò fuori le dita, lasciandola con un senso di vuoto che la fece quasi imprecare. Lo sentì armeggiare con la cintura e la zip dei pantaloni, il suono metallico che spezzava il silenzio della carrozza. Poi, senza dire una parola, le afferrò i fianchi con entrambe le mani e la penetrò con una spinta decisa, riempiendola completamente. Martina lasciò uscire un gemito rumoroso, incapace di controllarsi, mentre lui si fermava un attimo per farle sentire ogni centimetro. Era grosso, più di quanto si aspettasse, e la sensazione di essere così piena la fece tremare.

“Cazzo, sei stretta,” grugnì lui, iniziando a muoversi con spinte lente ma profonde. Martina si aggrappava alla spalliera, le nocche bianche, mentre il suo corpo si abituava al ritmo. Ogni colpo era accompagnato dal rumore della loro pelle che sbatteva, dal suo respiro pesante e dai piccoli gemiti che le sfuggivano nonostante cercasse di soffocarli. L’odore del suo sudore, misto a un vago profumo di colonia, le riempiva i sensi, e il treno che oscillava sembrava rendere tutto più intenso, più animalesco.

“Più forte,” riuscì a dire lei tra un ansimo e l’altro, spingendosi indietro per andargli incontro. Luca non se lo fece ripetere due volte. Le sue mani la strinsero con più forza, le dita che affondavano nella carne dei suoi fianchi, e iniziò a sbatterla con una foga che le fece quasi perdere l’equilibrio. Martina piegò di più la schiena, le gambe divaricate quanto le permettevano le mutandine abbassate, mentre lui la teneva ferma e la penetrava senza sosta. Ogni spinta le faceva sfuggire un gemito, e a un certo punto non le importò più di essere in un luogo pubblico. Voleva solo venire, voleva sentirsi spezzata da quel piacere crudo e senza fronzoli.

“Così, cazzo, così,” ringhiò lui, il ritmo sempre più veloce. Il suono dei loro corpi che sbattevano e il cigolio del treno si mescolavano in un caos che la stava portando al limite. Martina sentiva l’orgasmo montare, un’ondata che le stringeva il basso ventre, e quando finalmente esplose, gridò senza vergogna, il corpo che tremava sotto le sue mani. Luca rallentò solo per un attimo, lasciandola riprendere fiato, poi ricominciò con spinte più lente ma profonde, prolungando il piacere fino a farla quasi singhiozzare.

Dopo qualche istante, con un ultimo grugnito, anche lui venne, stringendola così forte che quasi le fece male. Martina sentì il calore dentro di sé, il suo respiro spezzato contro il collo, e per un momento rimasero così, immobili, con il treno che continuava a correre nella notte. Poi lui si tirò indietro piano, lasciandola vuota e con le gambe molli. Martina si raddrizzò, tirandosi su le mutandine con mani tremanti, mentre la gonna le ricadeva sulle cosce. Si voltò a guardarlo, il fiato corto, e vide che anche lui stava sistemandosi i pantaloni, con un sorrisetto soddisfatto stampato in faccia.

“Beh, non male per un viaggio in treno,” disse lui, la voce ancora roca.

Martina rise, una risata stanca ma genuina. “Direi di sì.” Non c’era bisogno di dire altro. Si sedettero di nuovo, uno di fronte all’altra, come se nulla fosse successo, mentre il treno si avvicinava alla prossima stazione.

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