Racconti Piccanti
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Bastava un po’ di coraggio, porcellino

Bastava un po’ di coraggio, porcellino

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Il luna park abbandonato si stagliava come un’ombra triste alla periferia della città. Le giostre, un tempo luccicanti e rumorose, erano ora scheletri arrugginiti, avvolti da un silenzio inquietante. Davide, 29 anni, capelli castani spettinati e un’aria perennemente incerta, camminava a fianco di Rebecca con le mani ficcate nelle tasche della giacca. Lei, 27 anni, aveva un passo deciso, i tatuaggi colorati che spuntavano dal collo della maglia aderente e dalle maniche corte, e quella lingua biforcuta che ogni tanto faceva capolino quando parlava, dandole un’aria da serpente pronto a colpire. Era bellissima, con i capelli neri corti e disordinati, gli occhi truccati di scuro e un corpo snello ma curvaceo, che quella sera aveva deciso di mettere in mostra con una minigonna di pelle nera e un paio di anfibi logori.

“Sei sicura che non ci beccano?” mormorò Davide, guardandosi intorno mentre scavalcavano la recinzione mezza divelta. “Questo posto è abbandonato da anni, ma se qualche guardia…”

“Rilassati, fifone,” lo interruppe Rebecca con un ghigno. “Non c’è anima viva. E poi, non ti eccita un po’ l’idea di fare qualcosa di proibito? Dai, non fare il noioso. Qui ci hai lavorato da ragazzo, no? Conosci ogni angolo.”

Davide annuì, un po’ a disagio. Era vero, aveva fatto il tuttofare in quel luna park durante le estati del liceo. Ma tornare lì, di notte, con Rebecca, gli faceva battere il cuore per più motivi di quanto volesse ammettere. Era segretamente innamorato di lei da anni, da quando erano amici del quartiere, ma non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo. Lei era troppo… troppo tutto. Troppo libera, troppo spavalda, troppo fuori dalla sua portata. Eppure, quella sera, quando gli aveva mandato un messaggio dicendogli “Ho un’idea stronza, vieni con me”, non aveva saputo dire di no.

Si addentrarono nel parco, passando accanto a bancarelle coperte di polvere e montagne russe con i binari storti. Rebecca si fermò davanti al vecchio carosello, quello con i cavalli di legno dipinti e il tetto a cono sbiadito. “Eccoci,” disse, con un sorriso che prometteva guai. Salì sulla piattaforma con un balzo agile, senza nemmeno preoccuparsi che la minigonna le si alzasse, mostrando un pezzo di coscia tatuata con un drago nero. Davide deglutì, cercando di non fissare.

“Che ci facciamo qui?” chiese, la voce un po’ roca. La tensione gli stava montando dentro, un misto di paura di essere scoperti e di desiderio che cercava di ignorare. Rebecca, però, non aveva nessuna intenzione di lasciarlo tranquillo. Si avvicinò a un cavallo di legno, un vecchio stallone bianco con la criniera rossa sbiadita, e ci montò sopra a cavalcioni, le gambe divaricate in modo sfacciato. Con un gesto lento, si sollevò la minigonna, mostrando un paio di mutandine nere di pizzo che lasciavano poco all’immaginazione.

“Scopami qui sopra come se fossimo due adolescenti arrapati,” disse, la voce bassa e carica di provocazione. I suoi occhi brillavano di malizia mentre si passava la lingua biforcuta sulle labbra.

Davide rimase di sasso, la bocca mezza aperta. “Ma è da pazzi… se ci beccano…” farfugliò, sentendo il sangue affluirgli in posti che avrebbe preferito ignorare. Il cuore gli martellava nel petto, e una parte di lui voleva solo girarsi e scappare. Ma un’altra parte, quella che sognava Rebecca da anni, lo inchiodava lì.

Lei scese dal cavallo con un movimento fluido e gli si avvicinò, i tacchi degli anfibi che risuonavano sulla piattaforma di legno. “Smettila di pensare,” sussurrò, mettendogli una mano sul pacco, stringendo appena attraverso i jeans. Davide trattenne il fiato, il corpo che reagiva istintivamente al suo tocco. “Voglio sentirti tremare mentre mi sfondi,” aggiunse lei, la bocca vicina al suo orecchio, il respiro caldo che gli fece venire i brividi.

Fu troppo. Davide perse ogni controllo. La afferrò per i fianchi, spingendola contro il palo centrale della giostra con una forza che sorprese persino se stesso. Lei rise, un suono rauco e provocante, mentre gli avvolgeva le braccia intorno al collo. “Finalmente, cazzo,” mormorò, baciandolo con una fame che lo fece quasi vacillare. Le loro lingue si intrecciarono, e Davide sentì la stranezza di quella lingua biforcuta, un dettaglio che lo eccitò ancora di più. Le sue mani scivolarono sotto la minigonna, stringendo le natiche sode mentre lei gli si strusciava contro, facendolo diventare duro nei pantaloni.

Non c’era spazio per i pensieri, non più. Le sollevò una gamba, facendola appoggiare sul bordo della piattaforma, e iniziò a slacciarsi i jeans con una mano, mentre con l’altra le abbassava le mutandine. Lei lo aiutò, tirandole giù del tutto e lasciandole cadere a terra. “Fammi vedere quanto lo vuoi,” lo provocò, passandosi una mano tra le cosce e spalancandole appena, mostrandogli quanto fosse già bagnata.

Davide non rispose, non ne aveva bisogno. La fece girare di schiena, spingendola contro il palo freddo della giostra. Lei si chinò leggermente in avanti, offrendogli il culo tondo e tatuato, un disegno di rose nere che si intrecciavano sulla pelle chiara. Lui si sputò sulla mano, lubrificandosi il membro turgido, e poi le appoggiò la punta contro l’entrata posteriore, sentendola tesa ma invitante. “Sei sicura?” chiese, la voce roca, più per abitudine che per reale esitazione.

“Più forte, codardo, fammi male!” rispose lei, girando la testa per guardarlo con un sorriso sprezzante. Quelle parole furono come una scarica elettrica. Davide spinse piano, entrando in lei con una lentezza che li fece gemere entrambi. Il calore stretto del suo culo lo avvolse, facendolo tremare, mentre lei si mordeva il labbro e chiudeva gli occhi per un attimo, adattandosi alla sensazione. “Cazzo, sì, così,” sibilò Rebecca, spingendo i fianchi indietro per accoglierlo di più.

Lui iniziò a muoversi, dapprima con spinte lente e profonde, sentendo ogni centimetro di lei che lo stringeva. La giostra cigolava sotto il loro peso, un rumore metallico che si mescolava ai loro respiri affannosi e ai gemiti sempre più forti di Rebecca. “Dammi tutto, non ti fermare,” lo incitava, la voce spezzata dal piacere. Davide aumentò il ritmo, afferrandola per i fianchi con forza, le dita che affondavano nella sua pelle mentre la sbatteva contro il palo. Il suono della carne contro la carne era osceno, mescolato all’odore di sudore e al metallo freddo della giostra.

Lei si girò leggermente, quel tanto che bastava per guardarlo negli occhi, la lingua biforcuta che spuntava mentre ansimava. “Sei un porcellino, lo sai?” lo prese in giro, contraendo i muscoli interni per stringerlo ancora di più. Davide grugnì, incapace di trattenersi, sentendo l’orgasmo montare. “Sto per venire,” la avvertì, la voce strozzata, mentre le sue spinte diventavano più irregolari, più disperate.

“Fallo dentro, dai,” lo incitò lei, ridendo piano tra un gemito e l’altro. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Con un ultimo affondo profondo, Davide si svuotò dentro di lei, il piacere che gli esplodeva in ondate mentre il suo corpo tremava. Sentì il calore del suo seme riempirla, e il gemito soddisfatto di Rebecca gli risuonò nelle orecchie. “Vedi? Bastava un po’ di coraggio, porcellino,” disse lei, voltandosi appena per dargli un bacio sporco e veloce sulla bocca, mentre lui cercava di riprendere fiato, ancora dentro di lei.

La giostra smise di cigolare, il silenzio tornò a pesare intorno a loro. Davide si tirò indietro piano, osservando il corpo di Rebecca che si ricomponeva con una calma quasi surreale. Lei si chinò per recuperare le mutandine, dandogli un’ultima vista del suo culo arrossato, e gli fece l’occhiolino. Lui non disse nulla, il cuore che ancora gli batteva forte, ma un sorriso gli sfiorò le labbra.

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