Il faro abbandonato
Mi chiamo Luca, e quella notte non la dimenticherò mai. Eravamo fradici, infreddoliti, con il vento che ci sferzava la faccia mentre correvamo lungo la scogliera. La burrasca era scoppiata all’improvviso, trasformando il nostro giro in moto in una fuga disperata. Sara, seduta dietro di me, si aggrappava alla mia giacca, urlando contro il rumore della pioggia che ci martellava. Poi l’ho visto: un vecchio faro dismesso, in cima a un promontorio, con le finestre buie come occhi ciechi. Ho sterzato senza pensarci due volte, parcheggiando la moto sotto una sporgenza di roccia. “Là dentro!” ho gridato, indicando la porta socchiusa. Lei ha annuito, i capelli appiccicati al viso, e siamo corsi dentro, spingendo contro il vento.
L’interno puzzava di muffa e salsedine, ma era asciutto. La porta si è chiusa con un tonfo alle nostre spalle, lasciando fuori il caos della tempesta. Eravamo al sicuro, ma il freddo ci mordeva ancora la pelle attraverso i vestiti bagnati. “Dobbiamo salire,” ho detto, indicando la scala a chiocciola di ferro che spariva verso l’alto. “Lassù magari c’è meno umidità.” Sara ha fatto una smorfia, stringendosi nelle braccia. “Fa un freddo cane, Luca. Non possiamo accendere un fuoco o qualcosa del genere?” Ho scosso la testa. “Non qui sotto, è tutto di pietra e metallo. Andiamo su, vediamo se troviamo qualcosa.”
Abbiamo iniziato a salire, i gradini stretti e scivolosi sotto le suole zuppe. Io dietro di lei, non potevo fare a meno di notare il modo in cui i jeans bagnati le aderivano alle cosce, delineando ogni curva mentre si arrampicava. Il rumore dei nostri passi riecheggiava, mescolandosi al rombo lontano dei tuoni. “Smettila di fissarmi il culo,” ha detto a un certo punto, girandosi appena con un mezzo sorriso. “Non sto fissando niente,” ho risposto, ma la mia voce tradiva una risata. “Bugiardo. Ti conosco.” Ha accelerato il passo, e io l’ho seguita, sentendo il calore iniziare a montarmi dentro nonostante il freddo.
Arrivati in cima, ci siamo trovati nella stanza della lanterna, un cerchio di pietra con al centro la grande struttura di vetro e metallo, spenta da chissà quanto tempo. Il pavimento era gelido, e fuori i lampi tagliavano il buio, illuminando per un istante il mare in tempesta sotto di noi. “Siediti,” le ho detto, indicando un punto vicino alla base della lanterna. Lei mi ha guardato, un po’ incerta, ma ha obbedito, incrociando le gambe sul pavimento. Mi sono inginocchiato davanti a lei, posandole le mani sulle ginocchia. “Sei gelata,” ho detto, sentendo la sua pelle fredda attraverso il tessuto. “Anche tu,” ha risposto, ma nei suoi occhi c’era qualcosa, un lampo di sfida, di attesa.
Ho iniziato ad accarezzarle le gambe, lentamente, partendo dalle caviglie e risalendo piano lungo i polpacci, poi più su, verso le cosce. Lei ha tirato un respiro corto, guardandomi fisso. “Che stai facendo?” ha chiesto, con un tono che non era davvero una protesta. “Ti scaldo,” ho detto, con un sorriso appena accennato. Le mie mani si sono fermate appena sotto l’orlo dei jeans, e poi ho chinato la testa, posandole un bacio leggero all’interno della coscia, sopra il tessuto. Ha sussultato, ma non si è mossa. “Luca…” ha mormorato, ma non ha aggiunto altro. Ho continuato, alternando baci e carezze, risalendo sempre di più, ma senza mai arrivare dove so che voleva che arrivassi. La sentivo fremere sotto di me, il respiro che si faceva più pesante.
“Dai, smettila di giocare,” ha detto dopo un po’, con la voce tesa. “Non sto giocando,” ho ribattuto, alzando lo sguardo per incrociare il suo. “Sto solo andando piano. Hai fretta?” Ha sbuffato, ma c’era un sorriso sulle sue labbra. “Sei insopportabile.” Ho riso piano, tornando a baciarle la coscia, questa volta più vicino, sfiorando con la lingua il bordo della stoffa. Il suo respiro si è spezzato di nuovo. “Toglimi questi maledetti vestiti, sono fradicia,” ha detto, con un tono che era quasi un ordine. Ho annuito, slacciandole lentamente la cintura, poi il bottone dei jeans, tirando giù la zip con una calma che la stava chiaramente facendo impazzire. “Sei lento da morire,” ha borbottato. “E tu sei impaziente,” ho replicato, mentre le sfilavo i pantaloni, lasciandola con le mutandine nere, bagnate di pioggia e forse non solo.
Ho continuato a spogliarla, strato dopo strato, prendendomi tutto il tempo del mondo. La maglietta, il reggiseno, fino a lasciarla nuda davanti a me, la pelle d’oca per il freddo e per qualcos’altro. Ogni tanto un lampo illuminava il suo corpo, facendomi vedere ogni dettaglio: i capezzoli turgidi, le curve dei fianchi, il modo in cui stringeva le cosce per il freddo e l’attesa. La mia bocca è tornata sulle sue gambe, assaporando il gusto salato della sua pelle, mentre le mie mani scivolavano lungo i suoi fianchi. “Luca, ti prego…” ha detto a un certo punto, con la voce spezzata. “Ti prego cosa?” ho chiesto, alzando lo sguardo con un sorrisetto. “Lo sai cosa. Non farmi parlare.” Ho riso di nuovo, ma non ho accelerato. Non ancora.
Fuori i tuoni si facevano sempre più forti, un rombo continuo che sembrava scuotere le pareti del faro. Quando ho sentito che non ce la facevo più nemmeno io, mi sono alzato quel tanto che bastava per stendere il mio cappotto sul pavimento, un giaciglio duro ma meglio di niente. “Sdraiati,” le ho detto, e lei ha obbedito senza dire una parola, distendendosi sul tessuto con gli occhi fissi nei miei. Mi sono tolto i vestiti rapidamente, sentendo il freddo morderci la pelle, ma il calore tra di noi era già abbastanza da farmi dimenticare tutto il resto. Mi sono inginocchiato tra le sue gambe, posandole le mani sui fianchi, e l’ho guardata. “Sei pronta?” ho chiesto, anche se la risposta era scritta sul suo viso. “Muoviti,” ha detto, con un tono che era un misto di impazienza e desiderio.
Mi sono chinato su di lei, guidandomi con una mano mentre con l’altra le tenevo il fianco. Quando sono entrato, l’ho fatto piano, con una lentezza che mi costava uno sforzo enorme. Lei ha inarcato la schiena, lasciandosi sfuggire un gemito basso, le mani che si aggrappavano al cappotto sotto di sé. “Cazzo, Luca, vai piano ma non troppo,” ha detto, con la voce roca. “Non vuoi che mi fermi, vero?” ho ribattuto, muovendomi appena, sentendo ogni centimetro di lei che mi stringeva. “No, non ti azzardare,” ha risposto, e poi ha aggiunto: “Dammi di più, dai.” Ho sorriso, ma ho mantenuto il ritmo lento, spingendomi dentro di lei con movimenti lunghi, controllati, godendomi il modo in cui il suo corpo reagiva a ogni spinta.
Un lampo ha illuminato la stanza, e per un istante ho visto tutto: il suo viso contorto dal piacere, le labbra socchiuse, i seni che si muovevano a ogni mio movimento. L’odore della sua pelle, misto a quello della pioggia e del mare, mi riempiva i polmoni. Le sue mani mi hanno afferrato le spalle, le unghie che premevano appena, mentre il suono dei nostri respiri si mescolava al rumore della tempesta fuori. “Più forte,” ha detto a un certo punto, con la voce che tremava. “Non ancora,” ho risposto, mantenendo il controllo, anche se sentivo il bisogno di lasciarmi andare. “Mi fai impazzire,” ha mormorato, e poi ha stretto le gambe intorno ai miei fianchi, cercando di spingermi a dare di più. “Lo so,” ho detto, chinandomi per baciarle il collo, sentendo il sapore salato della sua pelle sotto la lingua.
Siamo andati avanti così, con un ritmo che era una tortura per entrambi, ma che non riuscivo a spezzare. Ogni tanto un tuono scuoteva l’aria, e lei sussultava sotto di me, i suoi gemiti che si mescolavano al rumore della burrasca. “Luca, non ce la faccio più,” ha detto dopo un po’, con la voce spezzata, le mani che mi stringevano più forte. “Dimmi cosa vuoi,” ho detto, rallentando ancora di più, solo per sentirla implorare. “Voglio sentirti, tutto, ora,” ha risposto, e c’era una disperazione nella sua voce che mi ha colpito dritto al petto. Ho annuito, finalmente lasciando cadere ogni controllo, spingendomi dentro di lei con più forza, più velocità, sentendo il suo corpo tendersi sotto di me.
Il pavimento di pietra sotto il cappotto era duro contro le mie ginocchia, ma non ci facevo caso. Sentivo solo lei, il calore del suo corpo, il modo in cui si muoveva con me, il suono dei nostri respiri che si sincronizzavano. “Sì, così,” ha detto, con la voce che era poco più di un sussurro, le mani che mi tiravano più vicino. “Non ti fermo, stai tranquilla,” ho risposto, e poi ho continuato, spingendo con un ritmo che ormai non potevo più trattenere. I lampi continuavano a illuminarci a intermittenza, e ogni volta che vedevo il suo viso, contratto dal piacere, sentivo qualcosa dentro di me stringersi.
Siamo arrivati al limite quasi insieme, il suo corpo che si tendeva sotto di me, un gemito lungo e profondo che le sfuggiva dalle labbra mentre si stringeva intorno a me. “Luca, ora,” ha detto, e non ho avuto bisogno di altro. Mi sono lasciato andare, sentendo tutto il calore e la tensione esplodere in un istante, il mio respiro che si spezzava mentre mi abbandonavo a lei. Siamo rimasti così per un momento, ansimanti, con il rumore della tempesta che sembrava quasi lontano, nonostante i tuoni continuassero a ruggire fuori.
Quando tutto è finito, mi sono spostato di lato, sdraiandomi accanto a lei sul cappotto. Lei tremava ancora, il corpo scosso da piccoli brividi, e io l’ho tirata verso di me, stringendola forte contro il mio petto. “Stai bene?” ho chiesto, passandole una mano tra i capelli bagnati. “Sì,” ha mormorato, la voce ancora incerta, ma c’era un sorriso nella sua voce. “Solo… quei tuoni mi fanno tremare ancora.” Ho riso piano, stringendola di più. “Non sono i tuoni,” ho detto, baciandole la fronte. Lei non ha risposto, ma si è accoccolata contro di me, e siamo rimasti così, al caldo l’uno dell’altra, mentre fuori la burrasca continuava a infuriare.
