Intorno al fuoco (parte 2)
Non riesco a muovermi. Il fuoco alle mie spalle crepita, il calore mi morde la schiena, ma è niente rispetto al fuoco che sento dentro. Giovanni è a un passo da me, il suo respiro caldo mi sfiora il viso, carico di quell’odore di birra e fumo che mi stordisce. Antonio, dall’altro lato, mi fissa con uno sguardo che non riesco a decifrare, ma che mi fa stringere lo stomaco. Sono in mezzo a loro, intrappolato, con l’asciugamano che a malapena mi copre e il sangue che mi pulsa nelle vene come un tamburo.
“Ammettilo,” ripete Giovanni, la voce bassa, quasi un ringhio. Si avvicina ancora, il suo petto quasi sfiora il mio. Sento il calore della sua pelle, vedo i peli scuri che gli scendono verso l’asciugamano legato basso sui fianchi. “Ti piace. Ti piace sapere che ci siamo fatti tua moglie. Dillo.”
“No,” biascico, ma la mia voce è un filo, patetica, spezzata. Mi tremano le mani, le stringo a pugno per non far vedere quanto sono scosso. Ma il mio corpo mi tradisce. Lo sento, duro sotto l’asciugamano, evidente, imbarazzante. E loro lo vedono. Giovanni scoppia in una risata secca, crudele, mentre Antonio fa un mezzo sorriso, scuotendo la testa come se non ci credesse.
“Guarda qua,” dice Giovanni, voltandosi appena verso Antonio. “È duro come un chiodo. Cazzo, ci gode proprio.” Si china verso di me, la sua bocca vicina al mio orecchio. Sento il suo respiro, caldo e umido, e un brivido mi corre lungo la schiena. “Smettila di fare lo stronzo. Sii sincero. Ti eccita, vero?”
Non voglio rispondere. Non voglio dargli questa soddisfazione. Ma il calore tra le gambe è insopportabile, e la mia mente è un casino, un vortice di immagini che non riesco a fermare. Mia moglie con loro. Le loro mani su di lei. Le loro voci che le sussurrano cose sporche. E io, cazzo, io che mi tocco pensando a tutto questo. Deglutisco, la gola secca, e finalmente lo lascio uscire, un sussurro appena percettibile. “Sì.”
Giovanni si tira indietro, il sorriso che gli si allarga sul viso come una lama. “Ecco, bravo. Lo sapevo.” Si passa una mano tra i capelli mossi, poi guarda Antonio. “Te l’avevo detto, no? Questo qui è un pervertito.”
Antonio ride, un suono profondo che mi fa sobbalzare. “Cazzo, non ci credo. Sei proprio messo male, Gianluca.” Si avvicina anche lui, e ora sono davvero stretto tra loro due. Il loro odore mi soffoca, sudore e qualcosa di più forte, di più primitivo. Sento il cuore battermi in gola, il respiro corto, affannoso.
“Che fate?” chiedo, la voce che mi trema mentre cerco di fare un passo indietro. Ma non c’è spazio, il calore del fuoco mi brucia la pelle. Giovanni mi guarda, gli occhi scuri che brillano di qualcosa di pericoloso, e con un gesto lento, deliberato, si slaccia l’asciugamano. Il tessuto cade a terra, e io non riesco a non guardare. È duro, il suo cazzo teso, grosso, con le vene che pulsano sotto la pelle. Lo accarezza con una mano, senza vergogna, senza fretta, e mi guarda dritto negli occhi.
“Rilassati,” dice, la voce calma ma carica di un’autorità che mi fa gelare. “Non stiamo facendo niente di male. Solo un po’ di divertimento tra amici, no?”
Antonio lo imita, si toglie l’asciugamano con un movimento rapido. Anche lui è eccitato, il suo cazzo più largo, meno lungo di quello di Giovanni, ma altrettanto duro. Si tocca, lento, e il suono della sua mano sulla pelle è l’unica cosa che sento oltre al crepitio del fuoco. Mi guardano, tutti e due, come se fossi una preda, e io non so cosa fare, non so cosa dire.
“Che cazzo fate?” ripeto, ma la mia voce è un lamento, debole. Non riesco a distogliere lo sguardo, anche se vorrei. Il mio corpo è un traditore, il calore che mi brucia tra le cosce è una sentenza. Giovanni fa un passo avanti, la sua mano ancora sul suo cazzo, e con l’altra mi sfiora il braccio. Il contatto è elettrico, un’ondata che mi fa quasi barcollare.
“Dài, Gianluca. Non fare il timido,” dice, e la sua voce è un sussurro sporco, carico di promesse che non dovrei voler sentire. “Togliti quell’asciugamano. Facci vedere quanto ti piace.”
Scuoto la testa, ma è una bugia, e lo sanno. Le mie mani tremano mentre slaccio il nodo, e l’asciugamano cade a terra con un suono soffocato. Sono nudo davanti a loro, esposto, vulnerabile, e il mio cazzo è così duro che fa male. Giovanni ride piano, un suono che mi umilia e mi eccita allo stesso tempo.
“Porca puttana, guardalo,” dice ad Antonio, che annuisce, gli occhi fissi su di me. “È più duro di noi due messi insieme. Questo qui ci voleva da un pezzo.”
Non rispondo. Non ci riesco. Mi sento come se stessi affogando, come se l’aria non bastasse. Giovanni si avvicina ancora, la sua mano lascia il suo cazzo e si posa sul mio petto, leggera ma decisa. Sento il calore del suo palmo, la pressione che mi spinge a cedere. “Dimmi,” sussurra, la bocca così vicina alla mia che sento l’odore della birra nel suo alito. “Vuoi sapere come l’abbiamo scopata? Vuoi i dettagli?”
Il mio respiro si spezza. Non dovrei volerlo. Non dovrei. Ma annuisco, un movimento impercettibile, e lui lo vede. Sorride, un sorriso da lupo, e si volta verso Antonio. “Raccontagli, Anto. Digli come l’abbiamo presa quella prima volta.”
Antonio si passa una mano sul mento, la barba incolta che graffia sotto le dita, e mi guarda con un’espressione che è un misto di scherno e desiderio. “La prima volta è stato a casa tua, sai?” inizia, la voce grave, lenta. “Tu eri via per lavoro. Lei ci ha fatto entrare, ci ha offerto da bere. Ma si vedeva che lo voleva. Non abbiamo nemmeno dovuto insistere troppo.”
Ogni parola è un pugno, ma non fa male come dovrebbe. Mi brucia dentro, mi accende. Sento il cazzo pulsare, il sangue che mi ruggisce nelle orecchie. Giovanni mi guarda, la sua mano scivola dal mio petto alla mia spalla, stringe appena. “Vai avanti,” dice ad Antonio, ma i suoi occhi non lasciano i miei.
“Ci ha portato in camera vostra,” continua Antonio, e la sua mano si muove più veloce sul suo cazzo mentre parla. “Sul tuo letto. Giovanni l’ha presa per primo, da dietro, mentre lei mi succhiava. Gemeva come una troia, Gianluca. Diceva che non aveva mai provato niente del genere.”
Un gemito mi sfugge dalla gola, involontario, patetico. Giovanni ride, la sua mano scivola dietro la mia nuca, mi tiene fermo. “Ti piace, eh? Vuoi di più? Vuoi sapere come l’abbiamo fatta urlare?”
“Sì,” sussurro, e la vergogna mi brucia la pelle, ma non riesco a fermarmi. Non voglio fermarmi. La sua presa si stringe, e con l’altra mano mi afferra il cazzo, un movimento rapido, deciso. Sobbalzo, il fiato mi si mozza in gola, ma non mi muovo. Non posso. La sua mano è ruvida, calda, e si muove lenta, troppo lenta. Il piacere mi trafigge, mi fa tremare.
“Bravo,” dice, e la sua voce è un ringhio. “Ora tocca a te. Prendimi in mano. Fammi vedere quanto lo vuoi.”
Non so come ci arrivo, ma la mia mano si muove, tremante, e lo tocco. È duro, caldo, la pelle liscia sotto le dita. Lo stringo, e lui geme piano, un suono che mi fa impazzire. Antonio si avvicina, il suo cazzo a pochi centimetri dalla mia altra mano. “Anche me,” dice, e non è una richiesta. È un ordine. Lo prendo, e il contrasto tra loro due mi stordisce. Giovanni lungo e teso, Antonio più largo, più pesante. Mi muovo, goffo all’inizio, ma loro non si lamentano. Gemono, respiri affannosi che si mescolano al crepitio del fuoco.
“Ecco, così,” sussurra Giovanni, la sua mano ancora sul mio cazzo, il ritmo che accelera. “Pensa a lei, Gianluca. Pensa a come ce la siamo scopata mentre tu non c’eri. Pensa a come ci godeva.”
Le sue parole mi spingono oltre il limite, il piacere che mi monta dentro come un’onda. Ma non voglio che finisca, non ancora. Antonio si china verso di me, il suo alito caldo sulla mia guancia. “Non è finita,” dice, e la sua voce è un sussurro carico di minaccia. “Abbiamo ancora tanto da raccontarti. E tanto da farti fare.”
Le loro mani, i loro respiri, i loro odori mi avvolgono. Sono perso, completamente perso. E mentre il fuoco crepita alle mie spalle, mentre il piacere mi brucia dentro, so che non c’è modo di tornare indietro. Ma cosa vogliono ancora da me? E perché, cazzo, non vedo l’ora di scoprirlo?
