Il piacere dell’umiliazione (parte 7)
Era ormai passata mezzanotte quando Riccardo decise che era arrivato il momento di spingere ancora più in là.
Si alzò dal divano, tirò forte il guinzaglio e mi fece mettere a quattro zampe nel centro del salotto. La luce delle telecamere rosse sembrava più intensa nel buio della notte.
«Da questo momento in poi, Mattia non esiste più» annunciò con voce calma ma decisa. «Tu sei solo Cane. Non parli più come un uomo. Abbai, guaisci o fai versi da cane. Se vuoi qualcosa, abbai. Se devi pisciare, abbai due volte. Capito?»
Rimasi in silenzio per un secondo di troppo. Riccardo diede uno strattone secco al guinzaglio.
«Rispondi da cane.»
Emisi un verso basso, rauco: «…Arf.»
I ragazzi scoppiarono a ridere.
«Porca puttana» disse Marco, già mezzo ubriaco. «L’ha fatto davvero.»
Riccardo annuì soddisfatto. «Bravo, Cane. Adesso andiamo fuori. Hai bevuto tanto piscio e tanta acqua oggi. È ora che tu pisci come si deve.»
Mi tirò il guinzaglio e mi fece camminare a quattro zampe verso la porta sul retro che dava sul giardino. Gli altri ci seguirono, birra in mano, ridendo e commentando. L’aria della notte era fresca. Il giardino era illuminato solo da alcune luci basse e dalle luci di sicurezza della villa. Le telecamere esterne avevano le lucine rosse accese.
Riccardo mi portò sull’erba, lontano dalla casa di qualche metro.
«Qui. Alza la gamba come un bravo cane.»
Ero nudo, con il collarino stretto, il guinzaglio in mano a Riccardo. La vergogna mi bruciava dentro in modo insopportabile. Provai a resistere un secondo, ma la vescica era piena di nuovo dopo tutta l’acqua e il piscio ingoiato.
Riccardo diede un altro strattone. «Alza la gamba, Cane. O ti pisciamo addosso tutti di nuovo.»
Con le guance in fiamme, alzai la gamba destra come un cane che marca il territorio. Il piscio uscì caldo, abbondante, schizzando sull’erba. Mentre pisciavo, Marco e Luca ridevano forte.
«Guardate! Il cagnolino sta pisciando con la gamba alzata!» urlò Marco.
Alex si avvicinò con il telefono per riprendere da vicino. «Che schifo… e che figata. Ventisette anni e piscia come un bastardino.»
Quando finii, Riccardo mi diede un colpetto sul fianco con il piede. «Bravo, Cane. Adesso annusa dove hai pisciato.»
Chinai la testa e annusai l’erba bagnata del mio stesso piscio. L’odore era forte, umiliante. I ragazzi fischiavano e ridevano.
«Annusa bene» ordinò Nico con voce tranquilla. «Impara il tuo odore da cane.»
Dopo avermi fatto annusare per qualche secondo, Riccardo mi tirò di nuovo il guinzaglio.
«Adesso torna dentro. A quattro zampe. E fai versi da cane se vuoi dire qualcosa.»
Rientrai in casa strisciando, il guinzaglio teso, le ginocchia che sfregavano sul pavimento. Una volta nel salotto, Riccardo mi fece fermare al centro della stanza.
«Cane ha sete dopo aver pisciato» disse con tono teatrale. «Chi vuole dargli da bere?»
Marco si alzò subito. Tirò fuori il cazzo e mi pisciò di nuovo in bocca, direttamente, mentre ero a quattro zampe. Questa volta non potevo ingoiare tutto: parte mi colava sul petto e sul pavimento.
«Bevi, cagnolino. Bevi il piscio del padrone.»
Poi toccò ad Alex, più breve ma forte. Infine Luca mi fece bere un po’ del suo, tenendomi il guinzaglio tirato verso l’alto.
Riccardo mi guardò dall’alto mentre ero lì, bagnato, a quattro zampe, con il collare e il guinzaglio.
«Adesso Cane deve mostrare quanto è ubbidiente. Luca, Marco, mettetevi comodi.»
I due si sedettero sul divano con le gambe larghe. Riccardo mi tirò verso di loro.
«Succhia prima uno, poi l’altro. E mentre succhi, fai versi da cane. Guaisci quando ti piace.»
Iniziai da Luca. Presi il suo cazzo in bocca e mentre lo succhiavo in profondità emisi versi bassi, umilianti: «Mmm… arf… arf…»
I ragazzi ridevano senza sosta.
«Sentitelo! Il cane sta godendo mentre glielo succhia!» disse Alex.
Marco mi tirò il guinzaglio mentre succhiavo Luca. «Più a fondo, Cane. Ingoia tutto il cazzo come un buon cane da compagnia.»
Passai da uno all’altro per quasi mezz’ora, sempre a quattro zampe, sempre con il guinzaglio teso, sempre emettendo versi da animale. Ogni tanto Riccardo mi faceva fermare e mi ordinava di abbaiare per chiedere il permesso di continuare.
«Arf… arf…» facevo, la voce rotta dalla vergogna.
Nico, più tranquillo, mi accarezzò la testa come si fa con un cane vero.
«Bravo Cane. Stai imparando il tuo posto. Domani mattina ti portiamo di nuovo fuori a pisciare, magari ti facciamo correre un po’ in giardino al guinzaglio.»
Riccardo tirò il guinzaglio e mi fece alzare la testa.
«Di’ grazie da cane.»
Emisi un verso basso e umiliato: «Arf… arf…»
I ragazzi esplosero in nuove risate.
Ero completamente trasformato. Non più Mattia. Solo Cane. Un cane nudo, con il collare, che pisciava alzando la gamba, beveva piscio, leccava piedi e succhiava cazzi mentre guaiva.
E la cosa più umiliante era che, nonostante tutto, il mio cazzo rimaneva duro, pulsante, tradendomi davanti alle telecamere e agli sguardi divertiti dei cinque uomini.
Riccardo mi diede un’ultima carezza sulla testa.
«Buonanotte, Cane. Domani sarà un altro giorno lungo per te.»
Mi lasciò lì, a quattro zampe, bagnato di piscio e saliva, con il guinzaglio ancora attaccato al collare, mentre i ragazzi andavano a dormire uno dopo l’altro, lasciandomi sul pavimento del salotto come un vero animale da compagnia.
Mi svegliai sul pavimento del salotto, ancora a quattro zampe, il collare di pelle che mi stringeva il collo e il guinzaglio arrotolato accanto a me. Qualcuno durante la notte mi aveva buttato sopra un vecchio asciugamano perché non prendessi freddo, ma ero comunque rigido e dolorante. L’odore di piscio secco mi era rimasto addosso.
La luce del mattino entrava dalle vetrate. Sentii rumori in cucina: risate basse, caffè che gorgogliava, odore di pane tostato. I ragazzi si stavano svegliando.
Riccardo fu il primo a entrare in salotto. Mi vide lì per terra e sorrise.
«Buongiorno, Cane.»
Tirò il guinzaglio e mi fece alzare a quattro zampe. Non disse altro. Mi portò direttamente in giardino, sempre nudo, sempre al guinzaglio.
L’erba era fresca e bagnata di rugiada. L’aria del mattino era frizzante. Riccardo mi condusse fino al centro del prato.
«Piscia, Cane. Alza la gamba come ieri sera.»
Non avevo scelta. La vescica era piena dopo la notte. Alzai la gamba destra e pisciai sull’erba, mentre Riccardo teneva il guinzaglio corto. Marco uscì poco dopo, con una tazza di caffè in mano, e si mise a guardare.
«Guardate il cagnolino che marca il territorio» rise. «Bravo, Cane. Più in alto la gamba.»
Quando finii, Riccardo mi fece annusare di nuovo il punto dove avevo pisciato, poi mi tirò indietro verso casa.
Dentro, gli altri erano già seduti a fare colazione. Mi fecero mettere sotto il tavolo, tra le loro gambe. Ogni tanto uno di loro mi passava un pezzo di cornetto o un po’ di pane direttamente in bocca, come si fa con un cane. Dovevo mangiare senza mani, leccando dalle loro dita.
Alex mi accarezzò la testa mentre beveva il caffè.
«Hai dormito bene, cagnolino? Hai fatto qualche sogno da cane?»
Emisi un basso «Arf» in risposta, come mi era stato ordinato.
Marco rise. «Cazzo, si è calato completamente nella parte. Ieri beveva piscio, oggi abbaia per chiedere da mangiare.»
Dopo colazione Riccardo decise che era ora della “passeggiata mattutina”.
Mi attaccò di nuovo il guinzaglio e mi portò in giardino. Questa volta mi fece camminare a quattro zampe per tutto il prato, avanti e indietro, mentre gli altri guardavano dalla terrazza con le birre già in mano (anche se erano solo le dieci di mattina).
«Corri un po’, Cane» ordinò Luca.
Cercai di muovermi più veloce, le ginocchia che sfregavano sull’erba. Il collare mi tirava il collo a ogni strattone. I ragazzi fischiavano e mi incitavano come se fossi un vero cane.
«Più veloce! Fai vedere quanto sei ubbidiente!»
Alex tirò fuori il telefono e mi filmò mentre giravo intorno a un albero al guinzaglio.
«Questo video spacca. Il cane da compagnia che fa la sua passeggiatina mattutina.»
Dopo una decina di minuti Riccardo mi riportò dentro. Mi fece bere acqua da una ciotola che aveva messo per terra in cucina. Dovetti leccarla direttamente con la lingua, senza usare le mani. Mentre bevevo, Nico mi mise un piede sulla schiena, usandomi come poggiapiedi.
«Bravo Cane. Bevi tanto. Oggi avrai di nuovo sete.»
Il resto della mattinata proseguì con un ritmo alternato tra umiliazioni da cane e brevi momenti di “riposo”.
Mi facevano stare sdraiato sul pavimento del salotto, con la testa appoggiata sui piedi di qualcuno. Ogni tanto tiravano il guinzaglio e mi ordinavano di succhiare un cazzo per qualche minuto, lentamente, mentre loro chiacchieravano o guardavano il telefono. Quando volevo dire qualcosa dovevo abbaiare due volte. Se volevo pisciare dovevo abbaiare e poi alzare la gamba in giardino.
Verso mezzogiorno Marco decise di spingere ancora.
Mi tirò il guinzaglio e mi fece mettere a quattro zampe davanti al divano.
«Cane ha fame di cazzo» disse. «Succhia tutti e cinque, uno dopo l’altro. E guaisci quando ti piace particolarmente.»
Iniziai da lui. Presi il suo cazzo in bocca e mentre lo succhiavo emettevo versi bassi e umilianti: «Arf… mmm… arf…»
I ragazzi ridevano e commentavano senza sosta.
Luca: «Sentite che versi fa il cane mentre glielo succhia. Sembra che gli piaccia davvero.»
Alex: «Certo che gli piace. Guarda come gli si è rialzato il cazzo. Il nostro cagnolino è in calore.»
Riccardo mi teneva il guinzaglio teso mentre passavo da un cazzo all’altro, obbligandomi a tenere la testa alta e gli occhi aperti. Quando arrivai a lui, mi scopò la gola con calma, profondamente, guardandomi dall’alto.
«Bravo Cane. Stai diventando il cane perfetto. Domani tornerai a casa tua, ma dentro di te saprai sempre che per due giorni sei stato solo questo: un animale da usare.»
Le sue parole mi colpirono nel profondo. La trasformazione era ormai completa. Non mi sentivo più Mattia. Ero Cane. Un cane nudo, al guinzaglio, che pisciava alzando la gamba, beveva piscio, leccava piedi e succhiava cazzi mentre guaiva per il piacere dei suoi padroni.
E nonostante la vergogna bruciante, il mio cazzo restava duro, tradendomi a ogni strattone di guinzaglio.
Riccardo diede un ultimo strattone leggero.
«Adesso riposati un po’, Cane. Nel pomeriggio ti portiamo di nuovo fuori. Magari ti facciamo correre un po’ di più.»
Mi lasciò sdraiato sul pavimento, con il collare e il guinzaglio ancora attaccati, mentre i cinque ragazzi continuavano la loro “vacanza” intorno a me, come se io fossi solo un accessorio della casa.
Il weekend stava per finire, ma sentivo che qualcosa dentro di me era cambiato per sempre.
Il pomeriggio della domenica si trascinò con quella lentezza pesante che solo le umiliazioni continue sanno creare.
Ero ancora Cane. Il collarino di pelle mi era diventato familiare, quasi una seconda pelle. Il guinzaglio pendeva dal mio collo mentre stavo sdraiato sul pavimento del salotto, la testa appoggiata sul piede di Nico che guardava il telefono. Ogni tanto lui muoveva le dita e io, automaticamente, leccavo piano, senza bisogno di ordini.
I ragazzi erano rilassati. Avevano pranzato (io avevo mangiato avanzi dalla ciotola per terra), bevuto altra birra e ora parlavano di cosa fare una volta tornati in città. Sembravano davvero amici in vacanza. Io ero solo l’elemento che rendeva tutto più divertente.
Verso le tre Riccardo tirò il guinzaglio.
«Alzati, Cane. È ora di un’ultima passeggiata seria prima di sera.»
Mi portò di nuovo in giardino. Questa volta mi fece fare il giro completo del prato a quattro zampe, più veloce. Le ginocchia mi bruciavano sull’erba. Marco e Luca mi seguivano ridendo, incitandomi come si fa con un cane al parco.
«Corri, Cane! Più veloce!»
Alex mi filmava da dietro. «Guarda che culo che ha mentre striscia. Sembra proprio un bastardino in calore.»
A un certo punto Riccardo si fermò vicino a un albero.
«Piscia, Cane.»
Alzai di nuovo la gamba, pisciando sull’erba mentre tutti guardavano. Il getto era forte. Quando finii, Riccardo mi fece annusare il punto, poi mi ordinò di abbaiare due volte per ringraziare.
«Arf… arf…» feci, la voce ormai rauca.
Tornati dentro, l’atmosfera cambiò leggermente. I ragazzi sembravano più silenziosi, come se si stessero rendendo conto che il weekend stava finendo. Ma Riccardo non aveva ancora finito.
Mi fece mettere in ginocchio al centro del salotto, guinzaglio teso.
«Ultima sessione importante, Cane» disse con calma. «Oggi ti usiamo tutti insieme. Gola profonda continua. Tu non ti fermi finché non abbiamo finito tutti.»
Si disposero in cerchio intorno a me. Uno alla volta, poi a due a due, mi scoparono la bocca. Il collare mi stringeva il collo a ogni spinta. Dovevo tenere le mani dietro la schiena. Ogni volta che uno finiva, passava il guinzaglio al successivo.
Marco fu il più aggressivo: mi tenne la testa con entrambe le mani e mi scopò la gola con spinte profonde, facendomi gorgogliare forte.
«Prendilo tutto, Cane. Senti come ti riempie la gola da bravo cane.»
Luca mi tirò il guinzaglio verso l’alto mentre mi scopava, costringendomi a guardare in alto verso di lui.
«Occhi aperti. Voglio vederti mentre diventi il nostro urinale e il nostro cane da bocca.»
Alex e Nico furono più lenti, più profondi. Mi tenevano il cazzo in gola per lunghi secondi, facendomi lacrimare e tossire.
Riccardo fu l’ultimo. Mi scopò la gola con quel suo ritmo calmo e implacabile, guardandomi fisso negli occhi.
«Stai diventando perfetto, Cane. Quando tornerai a casa tua, ogni volta che ti segnerai penserai a questo weekend. Penserai a quando eri solo un cane al guinzaglio.»
Uno dopo l’altro vennero. Alcuni in gola, altri in faccia. Alla fine il mio viso era coperto di sborra fresca, il collare bagnato, la saliva che colava sul petto.
Riccardo mi pulì gli occhi con un dito.
«Bravo Cane. Adesso puoi riposarti.»
Mi fece sdraiare sul pavimento. Mi tolse il guinzaglio dal collare, ma lasciò il collarino di pelle al suo posto.
«Il collare lo tieni fino a quando non torni a casa» disse. «Così non dimentichi.»
I ragazzi si sedettero intorno a me, bevendo le ultime birre. L’atmosfera era più tranquilla ora, quasi malinconica. Parlavano del materiale girato, di quanto fosse venuto bene, di quanto avrebbero guadagnato.
Io stavo lì, nudo, sporco di sborra e piscio secco, con il collare al collo, a quattro zampe sul pavimento.
Marco mi accarezzò la testa distrattamente.
«Sei stato un bravo cane, Mattia… anzi, Cane. Peccato che domani torni a essere un uomo normale.»
Alex rise piano. «Secondo me non tornerà mai più normale del tutto.»
Riccardo mi guardò dall’alto con quel suo sorriso calmo.
«Hai fatto un ottimo lavoro. Tremila euro meno le penalità del piscio sprecato. Ti restano duemiladuecento euro netti. Li avrai stasera prima di andare via.»
Poi aggiunse, più basso, solo per me:
«E se vorrai continuare… se vorrai essere Cane di nuovo… basta una chiamata.»
Rimasi lì, in silenzio, il corpo esausto, la mente annebbiata.
Per quarantotto ore ero stato completamente trasformato: da Mattia, il ragazzo di 27 anni pieno di debiti, a Cane, l’animale da compagnia, l’urinale, la gola profonda, il leccapiedi del gruppo.
E mentre sentivo il collare stringermi il collo, capii che una parte di me non voleva più toglierselo.
Il weekend stava per finire.
Ma qualcosa dentro di me era appena iniziato.
