Il piacere dell’umiliazione (parte 4)
Mi sono svegliato sabato mattina verso le nove, con il corpo indolenzito e il sapore di sborra ancora in bocca nonostante mi fossi lavato i denti due volte la sera prima. La stanza grande aveva un letto king size dove avevo dormito ai piedi di Riccardo e Alex, come un cane. Le telecamere sul soffitto e sul comodino avevano la lucina rossa accesa. Non c’era un momento di privacy.
Sono andato in bagno nudo. Quando sono uscito, in cucina c’erano già tutti. Riccardo preparava il caffè, Marco e Luca mangiavano cornetti seduti al bancone, Alex e Nico erano sul divano con i telefoni in mano. Sembravano davvero un gruppo di amici in vacanza: magliette larghe, pantaloncini, piedi nudi sul pavimento.
Riccardo mi ha visto e ha sorriso.
«Buongiorno, Mattia. Vieni qui. Prima di colazione riguardiamo un po’ le riprese di ieri sera.»
Ha collegato il portatile al grande televisore del salotto. Tutti si sono accomodati sul divano e sulle poltrone. Mi ha fatto inginocchiare nudo sul tappeto davanti a loro, in mezzo al gruppo.
Sul televisore sono partite le immagini: io sotto il tavolo durante la cena, il cazzo di Nico in bocca mentre loro mangiavano e ridevano; Marco che mi sborrava in faccia mentre guardavano la partita; il cerchio finale in corridoio con cinque schizzi che mi colpivano il viso. Le telecamere avevano ripreso tutto da angolazioni diverse: primi piani del mio viso rigato, zoom sul mio cazzo duro, riprese dall’alto mentre ero in ginocchio.
Marco ha riso forte. «Cazzo, guarda che faccia da troia che hai. Sembri nato per questo.»
Alex ha commentato con voce innocente: «E ce l’avevi sempre mezzo duro. Si vede che ti piace.»
Riccardo ha fermato il video su un’immagine in cui avevo il cazzo di Luca in gola e le lacrime che mi scendevano. «Materiale ottimo. Vendibile al massimo. Ma possiamo variare un po’.»
Luca, stiracchiandosi sul divano, ha proposto con tono casuale: «Facciamogli fare qualcosa di diverso oggi. Ho i piedi distrutti dopo la settimana di lavoro. Mattia, vieni qui.»
Mi sono avvicinato in ginocchio. Luca ha alzato un piede e me l’ha messo davanti al viso. Il piede era grande, pianta larga, dita lunghe. Aveva un leggero odore di pelle e sudore dopo la notte.
«Massaggiamelo» ha detto semplicemente.
Ho preso il piede tra le mani e ho iniziato a massaggiare la pianta con i pollici. Gli altri guardavano, sorseggiando il caffè. Dopo un minuto Luca ha mosso le dita.
«Adesso lecchalo. Lingua sulla pianta.»
Ho esitato. L’umiliazione mi ha colpito come uno schiaffo. Leccare i piedi… era un livello diverso. Più intimo, più degradante di succhiare un cazzo. Ho sentito il viso andare a fuoco.
«Dai, non fare il timido» ha insistito Luca, spingendomi il piede contro la bocca.
Ho tirato fuori la lingua e ho leccato lentamente la pianta, dal tallone alle dita. Il sapore era salato, terroso. Marco ha ridacchiato. «Guardate che faccia disgustata… ma guarda anche giù.»
Tutti gli sguardi sono scesi sul mio cazzo. Era già mezzo duro, tradendomi di nuovo.
Riccardo ha osservato la scena con attenzione, poi ha sorriso lentamente, come se avesse avuto un’idea brillante.
«Interessante… molto interessante.» Ha preso il telefono e ha aperto velocemente un’app di messaggi o forse un gruppo di clienti. «Ragazzi, sapete che per certi fetish di piedi e umiliazione pagano bene? Anzi, alcuni comprano solo quello. Mattia, da oggi hai una nuova mansione. Oltre a essere il pompinaro del gruppo, sarai anche il leccapiedi ufficiale. Quando uno di noi vuole, ti metti in ginocchio e ti occupi dei piedi.»
Ho alzato lo sguardo, riluttante. «Riccardo… non so se…»
Lui mi ha interrotto subito, la voce calma ma tagliente, piena di autorità naturale.
«Shh. Non nasconderti, Mattia. Guardati il cazzo.»
Ho abbassato gli occhi. Il mio cazzo era ormai completamente eretto, la cappella lucida, una goccia di liquido che pendeva. Non potevo negarlo.
Riccardo ha continuato, parlando lentamente, godendosi ogni parola: «Sei qui nudo da meno di ventiquattro ore e già ce l’hai duro perché ti hanno ordinato di leccare un piede. Sei un sottomesso totale. Ti eccita essere umiliato in modi nuovi. Ti eccita sapere che cinque uomini ti useranno la bocca e la lingua per qualsiasi cosa gli passi per la testa. Non devi fare la verginella imbarazzata. Ammettilo.»
Il contrasto era fortissimo. Loro cinque, rilassati, dominanti naturali, vestiti o mezzi vestiti, padroni della situazione. Io nudo ai loro piedi, il viso ancora un po’ arrossato dallo sperma della sera prima, il cazzo che pulsava tradendomi davanti a tutti.
Ho deglutito. «…Sì. Mi eccita.»
«Bravo» ha detto Riccardo soddisfatto. «Adesso continua. Luca, faglielo prendere in gola.»
Luca ha infilato le dita del piede nella mia bocca. Erano grandi. Ho aperto bene le labbra e lui ha spinto lentamente, facendo entrare due dita fino alla nocca. Ho sentito la gola dilatarsi intorno alle dita del piede. Facevo versi bagnati, gorgoglianti. La saliva mi colava sul mento.
«Cazzo, entra bene» ha commentato Luca ridendo. «È proprio una bocca da tuttofare.»
Alex si è alzato e si è avvicinato. «Fammi provare.» Mi ha messo il piede davanti. Ho leccato la pianta, poi ho preso anche le sue dita in bocca, alternando tra i due.
Nel frattempo Marco si è seduto e ha allungato entrambi i piedi. «Uno per la lingua, uno per massaggiare con le mani.»
Per la successiva mezz’ora sono passato da un paio di piedi all’altro. Leccavo piante, succhiavo dita, massaggiavo con le mani mentre qualcuno mi teneva la testa ferma. Ogni tanto uno di loro mi tirava su per farmi succhiare il cazzo per qualche minuto, alternando pompini e leccate di piedi senza soluzione di continuità.
Nico è stato il più calmo: mi ha fatto leccare lentamente entrambi i piedi mentre lui guardava il telefono, commentando ogni tanto quanto fossi bravo a usare la lingua.
Riccardo osservava tutto con entusiasmo crescente. «Questo materiale sarà oro. Gola profonda e foot worship nello stesso weekend. I clienti impazziranno.»
A un certo punto Marco ha spinto il piede più a fondo. Ho avuto un conato forte, gli occhi mi si sono riempiti di lacrime. Lui ha riso e ha tirato fuori, poi mi ha fatto aprire la bocca e mi ha sborrato direttamente sulla lingua, senza preavviso.
«Ingoia» ha ordinato.
Ho deglutito mentre le lacrime mi scendevano.
Subito dopo Alex mi ha rimesso il cazzo in bocca e ha iniziato a scoparmi la gola con più decisione, mentre io tenevo ancora un piede di Luca tra le mani.
Riccardo ha sorriso, soddisfatto del contrasto.
«Vedi, Mattia? Non devi nascondere niente. Sei esattamente dove devi essere: in ginocchio, bocca e lingua al servizio del gruppo. E il weekend è ancora lungo.»
Sono rimasto lì, alternando pompini e leccate di piedi, il corpo in tensione, la mente annebbiata dall’umiliazione e dall’eccitazione.
Sapevo che non avrei potuto nascondere nulla per le prossime trentasei ore.
La mattina è andata avanti così, tra leccate di piedi e pompini alternati, ma dopo la seconda birra tutto è cambiato.
I ragazzi avevano iniziato a bere presto. Birre fredde prese dal frigo della villa, una dopo l’altra, mentre stavano sdraiati sul divano o sulle poltrone del salotto. Il sole entrava dalle grandi vetrate e l’atmosfera da “vacanza tra amici” si stava trasformando lentamente in qualcosa di più pesante, più crudo. L’alcol li rendeva disinibiti, le lingue più sciolte, le parole più taglienti.
Riccardo beveva con calma, ma sorrideva di più. Luca e Marco, i più giovani, erano quelli che si stavano scaldando di brutto. Alex rideva a ogni battuta volgare. Solo Nico restava un po’ più silenzioso, ma anche lui aveva lo sguardo più affilato.
Ero in ginocchio da quasi un’ora, la lingua indolenzita a forza di leccare piante e succhiare dita. In quel momento stavo lavorando sui piedi di Marco: lingua sulla pianta destra, mentre con le mani massaggiavo il sinistro. Il mio cazzo era duro da morire, esposto, impossibile da nascondere.
Marco ha bevuto un lungo sorso di birra, poi ha riso forte, spingendomi il piede più a fondo in bocca.
«Cazzo, guardatelo. Lecca come una cagnetta in calore. Ventisette anni e sta qui a leccarmi i piedi sudati invece di fare un lavoro normale. Quanto sei patetico, Mattia?»
Le sue parole mi hanno colpito allo stomaco. La vergogna è salita forte, ma il mio cazzo ha dato un guizzo evidente. Marco se n’è accorto e ha riso ancora più forte.
«Hai visto? Gli si è mosso il cazzetto. Gli piace quando lo umiliamo. Dillo, troia. Di’ che ti piace leccare i piedi di ragazzi più giovani di te.»
Ho tirato fuori la lingua per un secondo, la voce rotta: «Mi… mi piace… leccare i tuoi piedi…»
Luca, seduto accanto, ha finito la sua birra e ne ha aperta un’altra. Era già al terzo bicchiere e si stava divertendo un sacco.
«Più forte, Mattia. E guardaci negli occhi mentre lo dici. Dicci perché un uomo adulto come te si è ridotto a fare la puttana da piedi e gola per pagare i debiti.»
Ho alzato lo sguardo. Tutti e cinque mi fissavano. Le telecamere rosse riprendevano ogni espressione del mio viso.
«Perché… ho tanti debiti… e mi eccita… essere usato così…» ho mormorato, la voce che tremava.
Alex ha riso, quasi incredulo. «Porca puttana, è vero. Ce l’ha duro perso solo a dirlo. Senti, Riccardo, questo qua è un caso clinico. Ventisette anni, gay passivo, e invece di cercare un ragazzo normale viene qui a farsi riempire la bocca di piedi e sborra.»
Riccardo ha annuito, bevendo lentamente. La sua voce era più bassa, ma ancora più crudele perché restava calma.
«Esatto. Mattia è il tipo perfetto per questi video. Disperato, eccitabile, e incapace di nascondere quanto gli piace essere degradato. Guardate come gli tremano le gambe mentre lecca. Si vergogna da morire… ma non riesce a smettere di avere l’uccello duro.»
Marco ha ritirato il piede e mi ha dato un leggero schiaffetto sulla guancia con la pianta bagnata di saliva.
«Adesso succhiamelo, leccapiedi. Fammi vedere se la bocca funziona meglio della lingua.»
Mi sono spostato in avanti e ho preso il suo cazzo in bocca. Era già duro. Marco mi ha afferrato i capelli con una mano e ha iniziato a scoparmi la gola con spinte più aggressive, aiutato dall’alcol.
«Così, brava puttana. Prendilo fino in fondo. Senti che rumore fai? Sembri un lavandino otturato.»
Mentre mi scopava la bocca, Luca si è alzato e mi ha messo un piede sulla spalla, spingendomi ancora più giù sul cazzo di Marco.
«Più a fondo. Voglio vedere se riesci a toccargli le palle con il naso mentre hai il mio piede sulla schiena. Patetico.»
Ho gorgogliato forte, le lacrime che scendevano. Il sapore di cazzo si mescolava al retrogusto salato dei piedi di prima. Nico, dalla sua poltrona, ha commentato con voce tranquilla ma tagliente:
«Secondo me gli dovremmo far pulire i piedi a tutti prima di ogni pompino. Così impara che la sua bocca serve a tutto. Che ne dici, Mattia? Ti eccita l’idea di essere il nostro schiavo multiuso per tutto il weekend?»
Ho provato a rispondere, ma il cazzo di Marco mi riempiva la gola. È uscito solo un suono strozzato.
Riccardo ha riso piano. «Rispondi quando puoi, Mattia. E sii sincero. Sappiamo tutti che ce l’hai duro perché ti stiamo trattando come una cosa da usare.»
Marco ha accelerato, scopandomi la gola con forza. Dopo qualche minuto ha grugnito e mi è venuto direttamente in bocca, tenendo la testa ferma.
«Ingoia tutto. Non sprecare nemmeno una goccia, leccapiedi.»
Ho deglutito più volte, tossendo un po’. Quando ha tirato fuori, un filo di saliva e sperma mi colava dal mento.
Subito dopo Alex mi ha chiamato con un gesto. «Vieni qui. Prima i piedi, poi il cazzo.»
Mi sono spostato da lui. Ho leccato le sue piante con impegno, succhiando ogni dito mentre lui beveva birra e mi insultava con voce allegra:
«Guarda che lingua lunga che hai. Sembri un cane che lecca il pavimento. Un cane da ventisette anni che paga i debiti leccando piedi di ventenni. Quanto sei fallito, eh?»
Le parole erano sempre più crude, l’alcol le rendeva naturali. Io mi sentivo piccolo, esposto, umiliato fino al midollo. Eppure il mio cazzo restava duro, dolorosamente eretto, sotto gli sguardi divertiti di tutti.
Riccardo osservava tutto con soddisfazione crescente.
«Continuate così, ragazzi. Più lo umiliate verbalmente, più il materiale viene bene. E più lui si eccita.»
Mi ha guardato dritto negli occhi, la voce bassa e autorevole:
«Di’ grazie, Mattia. Di’ grazie perché ti stiamo insegnando il tuo vero posto.»
Ho deglutito il sapore di Marco che avevo ancora in bocca.
«Grazie… per umiliarmi…»
Luca ha riso forte e ha alzato la birra come per brindare.
«Al nostro leccapiedi personale. Che questo weekend diventi ancora più divertente.»
E io, in ginocchio, con la lingua indolenzita e il viso bagnato, sapevo che la giornata era appena iniziata e che l’umiliazione psicologica sarebbe solo aumentata con ogni birra che aprivano.
