Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Soldi facili: reputazione a puttane

Soldi facili: reputazione a puttane

01 Aprile 2026·7 min di lettura

Mi chiamo Davide, ho 22 anni e, diciamocelo, non sono mai stato uno che si fa troppi problemi a spingersi oltre per qualche soldo facile. Quando ho visto quell’annuncio su un forum che nessuno ammette di frequentare, non ci ho pensato due volte: “Cercasi ragazzo giovane per ripresa porno non convenzionale. Pagamento immediato, 500 euro per un’ora. Nessun contatto fisico diretto.” Ho mandato un messaggio, ho fatto un colloquio via chat e mi sono ritrovato in uno studio alla periferia della città, un posto anonimo con pareti grigie e un odore di disinfettante che pizzica il naso.

Mi spiegano tutto in due minuti. Devo sedermi dentro una specie di scatola di legno, una struttura chiusa con un buco sul davanti da cui esce solo la mia testa. Dietro di me, su un grande schermo, scorre un porno etero, roba classica, gemiti esagerati e corpi perfetti che si muovono in loop. Davanti a me, a meno di un metro, entrano uno dopo l’altro dei ragazzi, tutti etero, che si masturbano guardando il video. Il loro obiettivo? Centrare la mia faccia quando arrivano al culmine. Io non posso muovermi, non posso parlare a meno che non mi rivolgano la parola, e devo solo… stare lì. Mi danno un asciugamano per pulirmi tra un turno e l’altro, e un bicchiere d’acqua se mi serve. “Tutto chiaro?” mi chiede un tizio con una maglietta nera e un auricolare, mentre sistema una telecamera puntata su di me. Annuisco, anche se dentro di me c’è un misto di curiosità e imbarazzo che non so come gestire. “Bene, iniziamo tra dieci minuti. Siediti e rilassati.”

Mi infilo nella scatola, mi sistemo su uno sgabello scomodo, e aspetto. Sento il cuore che batte forte, ma non è paura, è più una specie di eccitazione strana, come se stessi per fare qualcosa di proibito che non capisco del tutto. La luce si abbassa, il video sullo schermo parte, e i gemiti finti della ragazza riempiono la stanza. Sento la porta aprirsi, e il primo ragazzo entra. Non lo guardo subito, tengo gli occhi bassi, ma poi alzo lo sguardo e… porca miseria, lo conosco. È Marco, uno della mia facoltà, un tipo che vedo sempre in aula magna con un gruppo di amici rumorosi. Ha i capelli corti, una felpa grigia, e un’espressione che sembra dire “non so nemmeno perché sono qui”. Si piazza davanti a me, tira giù la zip dei jeans e inizia a toccarsi, con gli occhi fissi sullo schermo.

“Che cazzo di situazione, eh?” mi dice, con un mezzo sorriso imbarazzato, senza guardarmi direttamente. “Non pensavo di trovarti qua, Davide.”

“Nemmeno io te,” rispondo, la voce un po’ roca. “Facciamo finta di niente, ok?”

“Ci sto,” dice lui, e torna a concentrarsi sul video. Lo vedo muoversi con la mano, il ritmo che aumenta, i muscoli del braccio che si tendono sotto la felpa. Sento il suo respiro farsi più pesante, un suono che si mescola ai gemiti dello schermo. Poi si volta verso di me, il volto contratto, e mi colpisce. Caldo, appiccicoso, un odore acre che mi arriva dritto al naso. Mi brucia un po’ gli occhi, ma non posso muovermi, resto fermo, con il cuore che mi martella nel petto.

“Scusa, bro,” borbotta, mentre si tira su i pantaloni e si pulisce con un fazzoletto. “Ci vediamo in facoltà.”

“Sì, certo,” dico, mentre mi passo l’asciugamano sul viso. La porta si chiude, e io resto lì, con quella sensazione strana sulla pelle, un misto di disgusto e qualcosa che non riesco a definire.

Il secondo ragazzo entra poco dopo, e anche lui lo conosco di vista, un tipo che sta sempre in fondo all’aula con le cuffie. Non dice niente, si limita a fare quello che deve, e io sto zitto, sentendo solo il suono della sua mano che si muove veloce e il suo respiro corto. Quando finisce, mi colpisce sul mento, un getto forte che cola lentamente lungo il collo. L’odore è più forte stavolta, salato, e mi fa storcere il naso. Non so perché, ma il battito del mio cuore accelera, e sento un calore strano nello stomaco.

Poi arriva lui. Lorenzo. Il mio compagno di studio, quello con cui passo ore in biblioteca a preparare esami, quello carino, timido, con gli occhiali che gli scivolano sempre sul naso. Quando lo vedo entrare, mi si gela il sangue. Ha un’aria nervosa, si guarda intorno come se volesse scappare, ma poi si piazza davanti a me, con le mani che tremano mentre si slaccia i jeans.

“Davide? Ma che… che ci fai qui?” sussurra, la voce spezzata.

“Potrei chiederti la stessa cosa,” rispondo, cercando di mantenere un tono neutro, anche se dentro sto andando in pezzi. “Facciamo in fretta, ok? Nessuno deve saperlo.”

Annuisce, ma non mi guarda negli occhi. Si concentra sul video, e io non posso fare a meno di notare ogni dettaglio: le sue dita sottili che si muovono con incertezza, il modo in cui si morde il labbro inferiore, i piccoli suoni che gli sfuggono dalla bocca, quasi impercettibili. Quando si avvicina al limite, si gira verso di me, e per un attimo i nostri sguardi si incrociano. È un momento che mi brucia dentro, e poi succede. Mi colpisce sulla guancia, un getto caldo e denso che scivola lentamente, lasciando una scia appiccicosa. Sento il sapore salato quando mi sfiora l’angolo della bocca, e non so perché, ma il mio corpo reagisce, un fremito che non riesco a controllare.

“Scusami,” mormora, con la voce che trema. “Io… non so cosa dire.”

“Non dire niente,” gli rispondo, con la gola secca. “È solo… lavoro.”

Ma non è solo lavoro. Non più. Ogni ragazzo che entra dopo di lui, ogni volto che riconosco, ogni getto che mi colpisce, mi fa sentire qualcosa di nuovo. Quando arriva Simone, il tipo con cui ho sempre avuto una competizione feroce, quello che mi guarda sempre con un ghigno di superiorità, la situazione diventa quasi insostenibile. Si piazza davanti a me, con quell’aria da strafottente, e tira fuori il suo cazzo con una sicurezza che mi fa ribollire il sangue.

“Allora, Davide, sei tu il bersaglio oggi?” dice, con una risata bassa. “Non me l’aspettavo proprio.”

“Fatti gli affari tuoi e finisci in fretta,” ribatto, con la voce carica di tensione.

“Oh, tranquillo, ci metto poco,” risponde, e inizia a muoversi con una mano, gli occhi fissi sul video. È grosso, lo noto subito, e il modo in cui si tocca è quasi ostentato, come se volesse farmi sentire ancora più piccolo. Sento il suono della sua pelle che scorre, il ritmo che accelera, i suoi grugniti bassi che si mescolano ai gemiti dello schermo. Quando arriva al culmine, si gira verso di me con un sorriso beffardo e mi colpisce dritto in pieno volto, un getto potente che mi fa chiudere gli occhi per un attimo. È caldo, denso, mi cola lungo il naso e la bocca, e l’odore acre mi riempie i polmoni. Mi pulisco con l’asciugamano, ma dentro di me c’è un caos che non capisco. Umiliazione, sì, ma anche una scarica di adrenalina che mi fa tremare le gambe.

“Ci vediamo in facoltà, perdente,” dice, mentre si tira su i pantaloni e se ne va.

Le riprese continuano per un’altra mezz’ora. Altri ragazzi, altri volti familiari, altri getti che mi colpiscono, sulla fronte, sulle guance, sul mento. Ogni volta è un’esplosione di sensazioni: il calore sulla pelle, l’odore pungente, il sapore salato che a volte mi arriva sulle labbra. Sento i loro respiri, i loro gemiti, i loro commenti sussurrati, qualcuno imbarazzato, altri strafottenti. Non so più cosa provo, se disgusto o eccitazione, ma il mio corpo risponde in un modo che non avrei mai immaginato. Ogni muscolo è teso, il cuore mi batte all’impazzata, e sotto la scatola, dove nessuno può vedere, sento un’erezione che non riesco a ignorare. Mi mordo la lingua per non fare rumore, per non tradirmi, ma è una lotta persa.

Quando tutto finisce, mi tirano fuori dalla scatola, mi danno i miei 500 euro in contanti e mi lasciano andare. Ho la faccia ancora appiccicosa nonostante l’asciugamano, i capelli incollati, e un odore che non se ne va nemmeno dopo essermi lavato in un bagno minuscolo dello studio. Torno a casa in autobus, con la testa bassa, sentendo gli sguardi della gente come se potessero leggere quello che ho fatto. So che la notizia girerà, che in facoltà mi guarderanno tutti in modo diverso, che la mia reputazione è andata a farsi benedire. Lorenzo non mi parlerà più come prima, e Simone probabilmente userà questa storia per schiacciarmi ancora di più.

Ma mentre sono seduto sul letto della mia stanza, con i soldi in mano e il ricordo di ogni istante che mi brucia nella testa, non riesco a pensare ad altro. Rivivo ogni getto, ogni suono, ogni sguardo. Mi sdraio, chiudo gli occhi, e lascio che la mia mano scivoli sotto i pantaloni. L’umiliazione mi ha distrutto, ma mi ha anche acceso un fuoco dentro che non so come spegnere. E mentre mi tocco, ripensando a Lorenzo che trema davanti a me, a Simone che mi guarda con quel ghigno, so che, in qualche modo, rifarei tutto da capo.

Lascia un commento