Racconti Piccanti
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La troia della festa

La troia della festa

01 Aprile 2026·7 min di lettura

Sono nudo, al centro del salotto di una casa universitaria che puzza di birra e sudore. Il pavimento sotto di me è appiccicoso, probabilmente per le lattine rovesciate durante la serata, e le luci al neon intermittenti mi fanno quasi girare la testa. Intorno a me ci sono almeno otto ragazzi, tutti ubriachi, con le facce arrossate e gli occhi lucidi di alcol e desiderio. Due di loro mi stanno già scopando con una violenza che mi fa tremare: uno mi tiene la testa con entrambe le mani, spingendo il suo cazzo duro e spesso nella mia gola fino a farmi soffocare, mentre l’altro mi sbatte da dietro, affondando nel mio culo con spinte così brutali che sento un bruciore acuto ad ogni movimento. Il resto della comitiva è intorno a noi, in cerchio, con i pantaloni abbassati e le mani che si muovono furiosamente sui loro cazzi tesi, in attesa del loro turno.

Il cazzo nella mia bocca ha un sapore acre, salato, misto a birra e sudore. Ogni volta che lo tira fuori per un attimo, un filo di saliva e precum mi cola lungo il mento, e non ho nemmeno il tempo di riprendere fiato che me lo spinge di nuovo dentro, fino in fondo, facendomi lacrimare gli occhi. “Succhia, troia della festa,” ringhia il ragazzo davanti a me, un tizio alto con una voce roca e una risata cattiva. “Guarda come ti piace, puttana universitaria. Lo sapevamo che eri un frocio affamato di cazzo.”

Dietro di me, l’altro mi schiaffeggia il culo con forza, lasciando un’impronta bruciante sulla pelle. Ogni spinta è un misto di dolore e piacere, il mio corpo si tende e si contrae mentre il suo cazzo mi dilata senza pietà. “Cazzo, guarda come lo prende bene,” dice, ansimando, mentre affonda ancora più a fondo. “Questa nuova matricola da sfondare è nata per questo. Stringi quel culo, dai, fammi sentire quanto lo vuoi.”

Non riesco a rispondere, con la bocca piena e la gola che brucia, ma il calore e l’umiliazione mi fanno avvampare. Sono un oggetto per loro, un giocattolo da usare e umiliare, e il pensiero mi fa tremare, non so se di vergogna o di eccitazione. Il sudore mi cola lungo la schiena, i suoni sono osceni: il rumore bagnato della carne che sbatte contro carne, i gemiti gutturali, i rantoli e le risate di scherno. Sento l’odore forte del sesso, della sborra già schizzata da qualcuno sul pavimento, del mio stesso corpo che trema sotto il peso di tutto questo.

Un flash mi attraversa la mente, un ricordo di poche ore prima. Ero arrivato alla festa con un misto di curiosità e imbarazzo. Un ragazzo della mia facoltà, uno che avevo visto solo un paio di volte, mi aveva invitato con un sorriso furbo, dicendomi che c’era una ragazza interessata a conoscermi. “Vieni, sarà divertente,” aveva detto, porgendomi un bicchiere di birra appena entrato. Avevo bevuto, un sorso dopo l’altro, mentre la musica assordante e le risate mi avvolgevano. Ma c’era qualcosa di strano nei loro sguardi, nei commenti sussurrati alle spalle. Poi, dopo il terzo o quarto bicchiere, avevo capito. Non c’era nessuna ragazza. Ero stato spogliato tra risate e insulti, le loro mani ruvide che mi strappavano i vestiti mentre qualcuno gridava: “Guarda il frocio, lo sapeva che sarebbe finita così!”

Torno al presente con un gemito strozzato, mentre il ragazzo dietro di me esce dal mio culo con un rumore umido e un altro prende subito il suo posto. “Tocca a me, fratelli,” dice, con un tono da spaccone. “Insegniamo a questo frocio novellino come si prende il cazzo vero. Dai, apri quel buco, puttana.” Mi schiaffeggia di nuovo il culo, poi affonda dentro di me con una spinta che mi fa urlare intorno al cazzo che ho in bocca. Il dolore è lancinante, ma si mischia a una sensazione di pienezza che mi fa perdere la testa. Ogni parte di me è usata, violata, e loro lo sanno, ci godono.

“Guardate come geme,” dice un altro, uno dei ragazzi che si sega vicino al mio viso, il suo cazzo a pochi centimetri dalla mia guancia. “Questa troia lo vuole tutto. Dillo, dai, chiedi il cazzo come una brava puttana.” Mi tira i capelli, costringendomi a guardarlo negli occhi mentre il ragazzo davanti a me si tira fuori per un momento, lasciandomi la bocca libera per parlare.

“Per favore…” ansimo, con la voce spezzata e rauca. “Datemi il cazzo… lo voglio… per favore…”

La stanza esplode in una risata crudele. “Hai sentito, fratelli? La matricola ci implora!” dice uno di loro, avvicinandosi e schiaffeggiandomi il viso con il suo cazzo duro. “Allora prendilo, troia. E ringrazia i tuoi fratelli maggiori per averti fatto diventare una vera puttana.” Mi spinge di nuovo la testa verso il basso, e io lo prendo in bocca senza resistenza, sentendo il sapore amaro sulla lingua mentre un altro schizzo di precum mi riempie la gola.

Il ritmo diventa sempre più selvaggio. I due che mi stanno scopando, uno davanti e uno dietro, si alternano con gli altri. Ogni volta che uno finisce, un altro prende il suo posto, e io sono un continuo via vai di cazzi che mi entrano ed escono dal corpo. Il mio culo brucia, dilatato al limite, e la mia gola è così irritata che ogni deglutizione è un tormento. Ma non si fermano, e io non voglio che si fermino. Sento la sborra calda schizzarmi in faccia, sul petto, mentre qualcuno viene senza nemmeno avvisarmi. “Cazzo, sì, prendila tutta, troia,” grida, mentre il liquido denso e appiccicoso mi cola lungo le guance e il mento. L’odore è forte, pungente, e il sapore mi invade la bocca quando un altro mi costringe a leccare le gocce che gli rimangono sulla punta.

“Dillo, frocio,” ordina un altro, un ragazzo muscoloso con un ghigno sadico. “Di’ che sei la nostra puttana e che ami la sborra.” Mi tira per i capelli, forzandomi a guardarlo mentre un altro mi sbatte da dietro con una violenza che mi fa vedere le stelle.

“Sono… sono la vostra puttana,” balbetto, con la voce tremante. “Amo la sborra… grazie… grazie per il vostro cazzo…”

“Brava troia,” risponde lui, ridendo. “Adesso vediamo quanto riesci a prenderne.”

Un altro ricordo mi colpisce, mentre il caos intorno a me continua. Quando mi hanno spogliato, all’inizio della serata, ero terrorizzato. Uno di loro mi aveva spinto contro il muro, tenendomi fermo mentre gli altri mi toglievano i jeans. “Non fare storie, frocio,” aveva detto. “Lo sappiamo che lo vuoi. Sei qui per divertirci.” Le loro risate mi avevano fatto gelare il sangue, ma l’alcol e la confusione mi avevano reso incapace di reagire. E poi, quando il primo aveva tirato fuori il cazzo e me lo aveva messo davanti, qualcosa dentro di me era scattato. Vergogna, sì, ma anche un desiderio oscuro, qualcosa che non avevo mai ammesso nemmeno a me stesso.

Torno al presente mentre il gang bang raggiunge il culmine. Sono in ginocchio, il corpo tremante e coperto di sudore e sborra. I ragazzi intorno a me si avvicinano, uno dopo l’altro, formando un cerchio stretto. “Pronti, fratelli?” dice uno di loro, con la voce carica di eccitazione. “Diamo alla troia della festa quello che si merita. Un bel bukkake per la nostra puttana universitaria.”

Non ho il tempo di dire nulla. Il primo schizzo mi colpisce in pieno viso, caldo e viscoso, scivolandomi lungo la fronte e le guance. Poi un altro, e un altro ancora, fino a che non riesco più a tenere gli occhi aperti. La sborra mi copre il viso, mi entra in bocca, mi cola lungo il collo e il petto. Il sapore è ovunque, salato e amaro, e l’odore mi soffoca. “Apri la bocca, troia,” ordina qualcuno, e io obbedisco, sentendo un altro fiotto riempirmi la lingua. “Bevila tutta, dai, fai vedere quanto sei affamato.”

Le loro voci si mescolano, un coro di insulti e gemiti. “Guarda come si gode, il frocio.” “Cazzo, è proprio una puttana perfetta.” “Ringrazia i tuoi fratelli, dai, non essere maleducato.”

“Grazie… grazie per la vostra sborra,” riesco a dire, con la voce spezzata, mentre un altro schizzo mi colpisce il mento. Il mio corpo è un disastro, appiccicoso e tremante, e io sono al centro di tutto, usato, umiliato, ma stranamente vivo. Ogni parte di me brucia, ma c’è una parte di me che si nutre di questo, che si perde nell’essere il loro giocattolo.

Quando finalmente smettono, sono un ammasso di carne esausta. Mi lasciano lì, in ginocchio, mentre si tirano su i pantaloni e ridono tra loro. “Benvenuto all’università, matricola,” dice uno, dandomi una pacca sulla spalla prima di andarsene. “Ci vediamo alla prossima festa.”

Resto solo, il silenzio della stanza rotto solo dal mio respiro affannoso. La sborra mi cola ancora dal viso, e il mio corpo trema per lo sforzo e l’umiliazione. Ma mentre mi pulisco con mani tremanti, so che, in qualche modo, una parte di me tornerà. Tornerà per essere di nuovo la troia della festa.

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