Racconti Piccanti
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Buio e casino

Buio e casino

28 Marzo 2026·9 min di lettura

Giuseppe, trentotto anni e una pancia che sembrava un salvagente sgonfio, si presentava alla vita con l’entusiasmo di un impiegato delle poste al lunedì mattina. Era un tipo qualunque, capelli radi e un viso che ispirava più pena che desiderio, ma aveva un segreto che lo faceva sentire vivo: una fame di cazzi che avrebbe potuto competere con un buffet libero a un matrimonio calabrese. Non era il tipo da rimorchi in discoteca o da app di incontri; no, Giuseppe voleva il brivido, l’anonimato, la puzza di sudore e lubrificante mischiati nell’aria. Per questo, una sera di novembre, decise di buttarsi in una sauna gay di periferia, un posto che sembrava più un’officina abbandonata che un tempio del piacere, con l’obiettivo di farsi sfondare in una dark room fino a non ricordarsi più nemmeno come si chiamava.

Arrivò davanti all’entrata con un misto di eccitazione e paura che gli stringeva lo stomaco. La sauna si chiamava “Caldo Profondo”, un nome che sembrava scelto apposta per far scappare i clienti o attirare i più depravati. Spinse la porta di vetro opaco e fu accolto da un tizio alla reception, un armadio di due metri con una barba da vichingo e un sorriso che diceva “so cosa vieni a fare, porco”. Giuseppe pagò il biglietto, prese un asciugamano liso che puzzava di candeggina e si diresse verso gli spogliatoi. Si svestì in fretta, cercando di non guardarsi troppo allo specchio: il suo corpo non era esattamente un’opera d’arte, con quel culone floscio e le maniglie dell’amore che sembravano pronte per essere afferrate in un incontro di wrestling. Ma non era lì per un concorso di bellezza, era lì per farsi usare come un giocattolo da discount.

Prima di entrare nella dark room, decise di fare un giro nella zona comune. La sauna era un labirinto di corridoi umidi e stanze con lettini di plastica, dove tizi di ogni età e stazza si aggiravano con asciugamani legati in vita o direttamente a cazzo nudo, come se stessero girando un documentario su National Geographic. C’era un odore pesante, un mix di cloro, sudore e qualcos’altro che Giuseppe non voleva nemmeno immaginare. Si fece una doccia veloce, più per decenza che per altro, e si avvicinò alla porta della dark room. Sopra c’era un cartello scritto a mano con un pennarello: “Buio totale. Entra a tuo rischio e pericolo”. Giuseppe sorrise tra sé: “Rischio un cazzo, qui dentro è Natale”.

Spinse la porta ed entrò. L’oscurità lo avvolse come una coperta di catrame. Non si vedeva un accidente, solo qualche bagliore lontano di un led rosso che indicava l’uscita di emergenza. L’aria era densa, calda, appiccicosa, e l’odore era un pugno in faccia: sudore, sperma, lubrificante e un vago sentore di gomma bruciata. Sentiva respiri pesanti, gemiti soffocati, il rumore di carne che sbatteva contro carne. Giuseppe avanzò a tentoni, con il cuore che gli martellava nel petto e il cazzo già mezzo duro solo per l’idea di quello che stava per succedere. Sfiorò un corpo, poi un altro; mani sconosciute gli toccarono il culo, le cosce, il petto. Non c’era spazio per i convenevoli in quel buco nero di lussuria, e a lui andava benissimo così.

Si fermò in un angolo, appoggiandosi a una parete che sembrava appiccicosa al tatto – meglio non pensare a cosa ci fosse sopra. Aspettò, con il respiro corto, mentre il buio lo trasformava in una preda. Non passò molto prima che una mano ruvida gli afferrasse il culo, stringendolo con una forza che lo fece sussultare. “Ti piace, eh, troietta?” sussurrò una voce roca, così vicino al suo orecchio che Giuseppe sentì il fiato caldo sulla pelle. Non rispose, non ce n’era bisogno: il suo corpo parlava per lui, spingendosi indietro contro quella mano come un gatto in calore.

Da lì, tutto esplose in una girandola di cazzi, mani e buchi che Giuseppe avrebbe ricordato per settimane, forse mesi. La prima monta arrivò da un tizio che, a giudicare dalla stazza, doveva essere un cazzo di orso da palestra. Gli mise le mani sui fianchi, lo fece piegare in avanti e, senza troppi preliminari, gli sputò sul buco del culo. Giuseppe sentì la saliva colargli tra le chiappe, fredda e viscida, prima che la cappella di quel bestione gli premesse contro. “Tranquillo, ci vado piano,” grugnì il tizio, ma era chiaro che non aveva nessuna intenzione di andarci piano. Spinse dentro con una stoccata che fece vedere le stelle a Giuseppe, un misto di dolore e piacere che gli strappò un gemito strozzato. Il cazzo era enorme, almeno venti centimetri di carne dura come il ferro, e lo riempiva fino a farlo sentire come un tacchino farcito a Natale. Ogni spinta era un terremoto, un rumore di palle che sbattevano contro il suo culo, un suono umido e osceno che rimbombava nel buio.

Giuseppe si aggrappò alla parete, le unghie che grattavano qualcosa di indefinito, mentre il tizio lo martellava senza pietà. Sentiva il sudore colargli lungo la schiena, il fiato corto, il cazzo duro che gli sbatteva contro la pancia a ogni colpo. “Cazzo, quanto sei stretto,” ringhiò l’orso, e Giuseppe avrebbe voluto rispondergli che non era stretto, era solo che lui aveva un palo della luce al posto del cazzo, ma non aveva fiato per parlare. Il ritmo accelerò, le spinte diventarono più violente, fino a che il tizio non gli afferrò i fianchi con forza e venne dentro di lui con un grugnito animalesco. Giuseppe sentì il calore del seme che lo riempiva, un fiotto dopo l’altro, mentre il cazzo pulsava ancora dentro di lui. Poi, senza una parola, l’orso si ritirò, lasciandolo con il culo aperto e un rivolo di sperma che gli colava lungo la coscia.

Non ebbe nemmeno il tempo di riprendersi che un altro tizio gli si avvicinò. Questo era più magro, ma con un cazzo che, al tatto, sembrava un serpente: lungo, sottile, ma duro come il marmo. Senza dire una parola, lo fece girare, lo mise in ginocchio e glielo infilò in bocca. Giuseppe sentì il sapore salato della cappella, un misto di sudore e precum che gli inondò la lingua. “Succhialo bene, troia,” gli ordinò il tipo, e Giuseppe obbedì, avvolgendo le labbra attorno a quell’asta e muovendo la testa avanti e indietro. Il cazzo gli arrivava fino in gola, facendolo quasi soffocare, ma lui insisteva, con la saliva che gli colava dagli angoli della bocca e un rumore di risucchio che sembrava quello di un idraulico che stura un lavandino. Le mani del tizio gli afferrarono la testa, spingendolo più a fondo, e Giuseppe sentì le palle sbattergli contro il mento, un odore acre e muschiato che gli riempiva le narici.

Mentre succhiava, un terzo uomo gli si avvicinò da dietro. Questo non perse tempo: gli allargò le chiappe, sputò di nuovo sul buco già bagnato e ci infilò dentro due dita, girandole come se stesse cercando un tesoro. Giuseppe gemette, con la bocca piena, mentre le dita gli scivolavano dentro e fuori, preparandolo per quello che sarebbe arrivato. Poi le dita sparirono e al loro posto entrò un cazzo, non enorme ma tozzo, che lo allargò con una pressione costante. Il dolore iniziale lasciò subito spazio a un piacere viscerale, un calore che gli risaliva lungo la schiena mentre il tizio lo scopava con un ritmo lento ma deciso. Ogni spinta era accompagnata da un grugnito, un “prendi questo, puttana” che Giuseppe trovava quasi comico, se non fosse stato troppo occupato a gestire due cazzi contemporaneamente.

La scena si trasformò in un delirio. Altri uomini si unirono, mani che lo toccavano ovunque, cazzi che gli sfioravano la faccia, il culo, le mani. Uno gli venne in bocca mentre un altro gli schizzava sulla schiena, il seme caldo che gli colava lungo la pelle sudata. Giuseppe perse il conto di quanti lo avessero preso, di quante volte fosse stato riempito, di quante cappelle avesse leccato o succhiato. Uno lo fece sdraiare su un materasso che puzzava di umidità e lo montò come un toro, con spinte così profonde che Giuseppe sentiva il cazzo sfiorargli l’anima. Un altro gli si sedette sulla faccia, costringendolo a leccargli il culo, un sapore aspro e terroso che lo fece quasi vomitare, ma che allo stesso tempo lo eccitava da morire. Sentiva i gemiti, i respiri affannosi, le parolacce sussurrate o urlate nel buio, un coro di porcate che lo avvolgeva come una colonna sonora oscena.

A un certo punto, qualcuno gli infilò un cazzo in mano mentre un altro lo scopava, e Giuseppe si ritrovò a segare un tizio mentre ne prendeva un altro nel culo e un terzo gli sbatteva le palle in faccia. Era un circo, un’orgia di carne e fluidi, con il suo corpo al centro di tutto, usato come una bambola di pezza. Sentiva il sudore mischiarsi allo sperma, il lubrificante che gli colava tra le chiappe, i muscoli del culo che bruciavano per lo sforzo ma che continuavano a stringersi attorno a ogni nuova asta che lo penetrava. Uno gli venne dentro con un urlo che sembrava un verso da bestia ferita, un fiotto caldo che si aggiunse al casino già presente, mentre un altro gli schizzava sulla pancia, il seme appiccicoso che gli si attaccava alla pelle come colla.

Quando tutto finì, o meglio, quando Giuseppe non ce la fece più, si accasciò contro la parete, il fiato corto, il corpo che tremava come dopo una maratona. Era un disastro: il culo gli bruciava, la bocca gli sapeva di cazzo e sperma, le mani erano appiccicose di chissà cosa. Nel buio, sentiva ancora i respiri degli altri, i gemiti di chi continuava a scopare in qualche angolo della stanza. Si rialzò a fatica, con le gambe che sembravano di gelatina, e cercò a tentoni l’uscita. Quando finalmente uscì dalla dark room, la luce fioca del corridoio gli fece socchiudere gli occhi. Si guardò allo specchio e vide un uomo distrutto, con la faccia rossa, i capelli appiccicati alla fronte e un’espressione che sembrava dire “cazzo, ce l’ho fatta”.

Si fece una doccia, lasciando che l’acqua calda gli lavasse via il casino dalla pelle, anche se sapeva che l’odore di quella serata gli sarebbe rimasto addosso per giorni. Mentre si rivestiva nello spogliatoio, un tizio gli passò accanto e gli fece l’occhiolino, come a dire “ci vediamo alla prossima”. Giuseppe ricambiò con un sorriso stanco. Sapeva già che sarebbe tornato, perché in quel buio aveva trovato qualcosa che nessuna app, nessun bar, nessun porno poteva dargli: il caos totale, il piacere crudo, il sentirsi una troia senza nome e senza faccia, solo un buco da riempire. E, cazzo, quanto gli era piaciuto.

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