La trasferta della squadra di calcetto
La trasferta a Castelfranco non era stata un granché: una partita vinta per il rotto della cuffia contro una squadra di mezze tacche, un campo che sembrava un prato malmesso e un albergo di terza categoria che puzzava di muffa e detersivo da due soldi. I ragazzi della squadra, cinque amici tra i 24 e i 32 anni, erano comunque soddisfatti. Dopo il fischio finale, avevano festeggiato con birre tiepide nello spogliatoio e ora erano tutti ammassati nella hall dell’albergo, un postaccio con moquette scolorita e divani che sembravano usciti da un mercatino dell’usato. C’era Marco, il centravanti, un armadio di un metro e novanta con spalle da lottatore e un sorrisetto da stronzo; Luca, il terzino, capelli a spazzola e tatuaggi ovunque, sempre pronto a fare lo scemo; Davide, il portiere, più tranquillo ma con un fisico da palestra che non passava inosservato; Simone, il centrocampista, moro e con un culo sodo che persino i compagni prendevano in giro; e poi c’era Riccardo, il marito di Sara, un difensore centrale con una barba incolta e un torace che sembrava scolpito nel marmo. E ovviamente Sara, 29 anni, la moglie che li seguiva ovunque “per fare il tifo”. Era una tipa minuta ma con curve al posto giusto: capelli castani mossi, un seno pieno che tendeva le magliette aderenti e un sedere tondo che attirava sguardi anche quando non voleva. Quella sera indossava una felpa della squadra e un paio di jeans stretti, ma con quel corpo bastava poco per far girare la testa.
Nella hall, dopo cena, avevano tirato fuori altre birre prese al discount e un paio di bottiglie di vino da quattro soldi. Sara aveva iniziato a bere più degli altri, ridendo forte e buttando lì battute sempre più spinte. “Ragazzi, se continuate a giocare così di merda, mi metto io in campo a fare il centravanti,” aveva detto, con una risata roca, vuotando l’ennesimo bicchiere. I ragazzi le stavano dietro, buttando lì frecciate e doppi sensi. Marco, con la birra in mano, le aveva strizzato l’occhio: “Guarda che il tuo posto è in curva, a fare la cheerleader, non in attacco.” Lei aveva riso, dandogli una spintarella sul petto duro come cemento. “Attento, che se faccio la cheerleader vi faccio venire un infarto a tutti.” L’atmosfera si stava scaldando, e non era solo l’alcol.
Sara, con le guance arrossate e gli occhi lucidi, aveva iniziato a fare la scema sul serio. Si era appoggiata a Luca, passandogli un braccio intorno al collo e sussurrandogli qualcosa all’orecchio che lo aveva fatto sghignazzare. Riccardo, il marito, guardava tutto con un mezzo sorriso, un po’ divertito e un po’ a disagio. “Sara, calmati che poi domani hai il mal di testa,” le aveva detto, ma lei aveva alzato le spalle. “Tranquillo, amore, sto solo giocando.” Però non era solo un gioco. Quando si era seduta sulle ginocchia di Davide, strusciandosi un po’ troppo mentre gli chiedeva se aveva parato bene, l’aria era cambiata. I ragazzi si scambiavano occhiate, qualche risata nervosa, ma nessuno diceva niente per fermarla. Sara, in quel momento, si sentiva al centro dell’attenzione, potente, desiderata. E, diciamocelo, l’idea di far perdere la testa a cinque energumeni pieni di testosterone le dava un brivido che non riusciva a ignorare. Dall’altra parte, i ragazzi erano un misto di eccitazione e imbarazzo: erano porci, sì, ma non erano abituati a vedere la moglie di un amico comportarsi così. Però nessuno aveva voglia di tirarsi indietro.
Dopo un’altra birra, Sara si era alzata, barcollando appena, e aveva detto: “Andiamo in camera, che qui mi annoio.” Non aveva specificato di chi fosse la camera, ma tutti avevano capito che non sarebbe finita con un semplice “buonanotte”. Si erano ammassati nella stanza di Marco e Luca, un buco con due letti singoli e un odore di chiuso che pizzicava il naso. Sara si era buttata su uno dei letti, sdraiandosi con le braccia spalancate. “Forza, ragazzi, fatemi divertire un po’.” La battuta era stata accolta da risate, ma il tono era diverso, più carico. Marco si era seduto vicino a lei, posandole una mano sulla coscia con noncuranza. “Sicura che non te ne penti?” le aveva chiesto, con un ghigno. Lei aveva ricambiato lo sguardo, mordendosi il labbro. “E tu sei sicuro di reggere il ritmo?” A quel punto, il punto di non ritorno era vicino. Riccardo, in un angolo, si era passato una mano sulla faccia, ma non aveva detto nulla. Dentro di sé, era combattuto: da un lato c’era la gelosia, dall’altro un’eccitazione strana, quasi malsana, nel vedere sua moglie così sfacciata.
Il primo contatto vero era stato lento, quasi esitante. Marco aveva fatto scivolare la mano più in alto, sotto la felpa di Sara, toccandole la pelle calda del fianco. Lei non si era tirata indietro, anzi, aveva inarcato un po’ la schiena, lasciando che lui le sfiorasse il bordo del reggiseno. Gli altri guardavano, in silenzio, con il fiato corto. Luca aveva rotto il ghiaccio: “Cazzo, Sara, sei proprio una stronza a farci questo.” Lei aveva riso, girandosi verso di lui. “E tu sei un coglione se stai solo a guardare.” A quel punto, era partita una specie di coreografia improvvisata. Marco le aveva sfilato la felpa, scoprendo il reggiseno nero di pizzo che conteneva a stento il suo seno. Davide si era avvicinato, toccandole una spalla con una mano tremante, mentre Simone e Luca si erano messi ai lati del letto, con gli occhi fissi su di lei. Riccardo era ancora in disparte, ma non distoglieva lo sguardo. Sara, con un misto di alcol e adrenalina in corpo, si sentiva invincibile. Ogni carezza, ogni sguardo, le accendeva qualcosa dentro.
I preliminari erano stati lunghi, quasi una tortura. Marco le aveva slacciato il reggiseno, lasciando che i seni pieni, con i capezzoli già duri, si mostrassero a tutti. Aveva preso uno di quei capezzoli in bocca, succhiandolo piano mentre con la mano le pizzicava l’altro. Sara aveva emesso un gemito basso, chiudendo gli occhi. “Cazzo, sì, continua,” aveva sussurrato. Luca, non resistendo più, le aveva slacciato i jeans, tirandoli giù insieme alle mutandine. La sua figa, già bagnata, era lì, esposta, con un ciuffetto di peli curati sopra. Lui ci aveva passato le dita sopra, sfiorandola appena, facendola tremare. “Sei fradicia, eh?” aveva detto con una risata sporca. Lei aveva aperto gli occhi, guardandolo con sfida. “E allora? Fammi qualcosa, no?” Davide e Simone si erano avvicinati, toccandola ovunque: le cosce, il culo, il ventre. Le mani erano dappertutto, ruvide, insistenti, mentre lei si contorceva sul letto, ansimando. Riccardo, alla fine, si era unito, ma con una certa distanza, limitandosi a guardarla negli occhi mentre gli altri la esploravano.
Poi, la situazione era esplosa. Sara si era messa a quattro zampe sul letto, il culo in aria, tondo e sodo, con la figa che brillava di umori. “Forza, chi è il primo?” aveva detto, con la voce roca. Marco non si era fatto pregare: si era tolto i pantaloni, tirando fuori un cazzo duro, spesso, con le vene in evidenza. Si era posizionato dietro di lei, afferrandola per i fianchi, e l’aveva penetrata piano, facendola gemere forte. “Cazzo, sei stretta,” aveva grugnito, mentre iniziava a muoversi, con spinte lente ma profonde. Ogni colpo faceva sobbalzare il corpo di Sara, i seni che dondolavano, la bocca aperta in un misto di piacere e sorpresa. Gli altri, intorno, si erano tirati fuori il cazzo, iniziando a masturbarsi mentre guardavano. Luca, con un ghigno, si era avvicinato alla sua bocca. “Apri, dai, che lo vuoi.” Lei non aveva esitato, prendendolo tra le labbra, succhiandolo con forza mentre Marco la scopava da dietro. I suoni erano osceni: i gemiti di Sara, i grugniti di Marco, lo schiaffo della pelle contro la pelle, l’odore di sudore e sesso che riempiva la stanza. Dopo un po’, si erano scambiati: Davide aveva preso il posto di Marco, penetrandola con un ritmo più veloce, mentre Simone le aveva messo il cazzo in bocca. Ogni tanto, uno di loro le dava una sculacciata, lasciandole il culo rosso, e lei sembrava gradire, mugolando con la bocca piena. Poi era passato al culo: Luca, con un po’ di saliva come lubrificante, l’aveva penetrata lì, piano all’inizio, poi con più forza, facendola urlare di un misto di dolore e piacere. “Cazzo, sì, spaccami,” aveva rantolato lei, mentre gli altri continuavano a toccarsi o a scoparle la bocca e la figa a turno. Era un caos, un girotondo di corpi sudati, muscoli tesi, gemiti e insulti. “Sei una troia, Sara,” aveva detto Marco, ridendo, mentre le veniva in bocca. Lei aveva ingoiato, senza battere ciglio, con il fiato corto. Uno dopo l’altro, erano venuti, chi dentro di lei, chi sul suo corpo, lasciandola coperta di sperma, ansimante, distrutta ma con un sorriso soddisfatto.
La mattina dopo, la stanza era un disastro. Sara era nuda in mezzo al letto, i cinque ragazzi sparsi intorno, chi sul pavimento, chi sull’altro letto, tutti addormentati profondamente. Lei si era svegliata per prima, con i capelli appiccicati alla faccia e il corpo che puzzava di sesso e sudore. Si era alzata, barcollando, ed era andata in bagno. Nello specchio, aveva visto il viso segnato, con tracce secche di sperma sulle guance e sul mento. Si era lavata la faccia con l’acqua fredda, guardandosi per un attimo. Poi, con un sorrisetto stanco, aveva sussurrato tra sé e sé: “La prossima trasferta la organizzo io.”
