Racconti Piccanti
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Non è con me

Non è con me

26 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Daniele, ho 27 anni, e da qualche mese la mia vita è un casino che non riesco più a controllare. Non parlo solo della relazione con Alessia, la mia ragazza da tre anni, che ultimamente mi guarda come se stesse cercando di leggere qualcosa che non capisce. Parlo di Mattia, il mio migliore amico da sempre, 29 anni, quello con cui ho condiviso tutto: serate, segreti, e ora anche il letto. Non so come ci siamo arrivati, ma è successo. E una volta che inizi, non smetti più.

Quel giorno ero da lui, nel suo appartamento in centro, un monolocale che puzza sempre di caffè freddo e sigarette. Eravamo sul divano, una birra ciascuno in mano, ma non stavamo parlando di calcio o lavoro. Stavamo già con le mani addosso, la tensione che cresceva come una corda che si tende fino a spezzarsi. Mattia mi guardava con quegli occhi scuri, un ghigno che diceva tutto senza bisogno di parole. Sapevo cosa voleva, e lo volevo anch’io.

“Dai, Dan, non fare il prezioso,” ha detto, la voce bassa, mentre mi tirava verso di lui per baciarmi. La sua bocca sapeva di birra e di qualcosa di acre, il suo fiato caldo contro la mia faccia. Gli ho lasciato fare, le sue mani ruvide che mi stringevano i fianchi, spingendomi contro lo schienale. Non c’era spazio per pensare, solo per sentire.

“Non sono prezioso, stronzo,” gli ho risposto, mezzo ridendo, mentre mi sfilavo la maglietta. Lui ha fatto lo stesso, il torso nudo, i muscoli che si tendevano sotto la pelle mentre si avvicinava. Mi ha spinto giù, facendomi girare di schiena, le mani che mi abbassavano i jeans senza nemmeno chiedermelo. Il tessuto ruvido che scivolava lungo le cosce, l’aria fresca contro la pelle, e poi il calore della sua mano che mi stringeva il culo. Non c’era delicatezza, non ce n’era bisogno.

“Sei già pronto, vero?” ha detto, e ho sentito il rumore della cintura che si slacciava, il metallo che tintinnava. Non ho risposto, solo un grugnito mentre mi spingevo indietro contro di lui, il cuore che batteva forte. Ha tirato fuori il lubrificante da qualche parte, il freddo del gel che mi ha fatto stringere i denti quando me l’ha spalmato addosso, le sue dita che lavoravano senza perdere tempo. Uno, poi due, spingendo dentro con una pressione che bruciava ma che volevo di più.

“Fai piano, cazzo,” ho detto, la voce spezzata, ma lui ha solo riso, un suono profondo che mi ha fatto rabbrividire.

“Piano un cazzo, lo sai che ti piace,” ha ribattuto, e aveva ragione. Ho sentito la punta del suo cazzo premere contro di me, duro come pietra, e ho stretto i denti mentre si faceva strada dentro. Un bruciore acuto, poi una pienezza che mi ha fatto gemere forte, la testa che cadeva in avanti contro il bracciolo del divano. Era grosso, più di quanto ricordassi, e ogni centimetro sembrava spingere via tutto il resto dalla mia testa.

“Cristo, sei stretto,” ha grugnito, le mani sui miei fianchi che mi tenevano fermo mentre iniziava a muoversi, un ritmo lento ma deciso. Ogni spinta mi faceva sobbalzare, il suono della nostra pelle che sbatteva insieme, il suo respiro pesante dietro di me. Puzzava di sudore, di sesso, e io non riuscivo a pensare ad altro che al modo in cui mi riempiva, al dolore misto a un piacere che mi faceva tremare.

“Più forte,” gli ho detto, la voce roca, e lui non se l’è fatto ripetere. Ha accelerato, ogni colpo più profondo, più brutale, il divano che scricchiolava sotto di noi. Sentivo il suo cazzo pulsare dentro di me, il calore che si diffondeva, e i miei gemiti che si mescolavano ai suoi grugniti. “Cazzo, sì, così,” ho rantolato, le mani che stringevano il tessuto del divano finché le nocche non sono diventate bianche.

“Ti piace quando ti sfondo, eh?” ha detto, la voce spezzata dal ritmo, il fiato corto. “Dimmi quanto ti piace.”

“Mi piace da morire, stronzo, non smettere,” ho risposto, e ho sentito il suo ghigno anche senza vederlo. Mi ha afferrato i capelli, tirandomi la testa indietro, e ha spinto ancora più forte, il suo bacino che sbatteva contro il mio culo con un rumore osceno. Il sudore mi colava lungo la schiena, il suo mi bagnava la pelle mentre si chinava su di me, il suo petto contro le mie spalle.

Proprio in quel momento, il suo telefono ha squillato. Lo ha ignorato per un paio di secondi, ma poi ha rallentato, imprecando sottovoce. “Cazzo, chi è adesso?” ha detto, tirandosi leggermente indietro, ma senza uscire da me. Ho sentito il suo cazzo fermo dentro, un peso caldo che mi faceva impazzire, e ho provato a spingermi contro di lui, ma mi ha tenuto fermo con una mano.

“Rispondi e fai in fretta,” ho sibilato, il bisogno che mi bruciava dentro. Lui ha preso il telefono dal tavolino, ha guardato lo schermo e ha fatto una smorfia.

“È Alessia,” ha detto, e il mio stomaco si è stretto. La mia ragazza. Merda. “Che cazzo vuole?”

“Non rispondere,” ho detto, ma lui ha già premuto il tasto, portandosi il telefono all’orecchio. Mi ha guardato, un lampo di malizia negli occhi, e ha fatto un gesto con la mano per dirmi di stare zitto. Poi, con l’altra mano, me l’ha piazzata sulla bocca, premendo forte.

“Ehi, Ale, che c’è?” ha detto, la voce calma, come se non stesse letteralmente dentro di me in quel momento. Ho provato a muovermi, a protestare, ma la sua presa era ferrea, e il suo cazzo ha ricominciato a muoversi, lento, quasi beffardo, mentre parlava. Ogni spinta era un’agonia silenziosa, il piacere che mi montava dentro mentre cercavo di non fare rumore.

“No, non è con me,” ha detto al telefono, e ho sentito la voce di Alessia dall’altra parte, distante ma chiara, che chiedeva se fossi lì, perché non rispondevo alle sue chiamate. Mattia mi ha guardato, un sorrisetto stronzo sulle labbra, e ha spinto più a fondo, facendomi mordere l’interno della guancia per non gemere. La sua mano sulla mia bocca odorava di lubrificante e sudore, il sapore salato contro le mie labbra.

“Non lo so, magari è occupato,” ha continuato, e la sua voce aveva un tono divertito che mi ha fatto venire voglia di colpirlo, se solo non fossi stato così preso dal modo in cui mi stava scopando. Le spinte erano lente ma decise, ogni movimento calcolato per tenermi sul filo, il suo cazzo che scivolava dentro e fuori con un ritmo che mi faceva tremare le gambe. Sentivo il calore del suo corpo contro il mio, il suo fiato caldo sul collo mentre si chinava leggermente, ancora parlando al telefono.

“Dai, Ale, non ti preoccupare, vedrai che ti richiama,” ha detto, e ho sentito Alessia sfogarsi, dire che ultimamente ero strano, che non capiva cosa mi stesse succedendo. Ogni parola era un pugno nello stomaco, ma il piacere che Mattia mi stava dando era più forte di qualsiasi senso di colpa. Ha accelerato leggermente, il suo bacino che sbatteva contro di me, il rumore attutito ma costante, e io stringevo i denti sotto la sua mano, il respiro che usciva in rantoli soffocati.

“Sì, capisco, è un periodo di merda per tutti,” ha detto lui, e il tono era così falso che avrei voluto urlare, se solo avessi potuto. Mi ha tolto la mano dalla bocca per un secondo, solo per chinarsi e sussurrarmi all’orecchio: “Senti come ti scopo mentre parlo con la tua ragazza, troia.” La sua voce era un ringhio basso, e il brivido che mi ha attraversato era così forte che ho quasi perso il controllo.

“Torna a tapparmi la bocca, cazzo,” ho sibilato, e lui ha riso piano, rimettendo la mano dov’era mentre riprendeva a parlare al telefono. “Tranquilla, Ale, si risolverà tutto,” ha detto, e nello stesso momento ha spinto così forte che ho sentito le lacrime agli angoli degli occhi, non di dolore, ma di un’intensità che mi stava mandando fuori di testa. Il suo cazzo mi riempiva completamente, ogni spinta un’esplosione di sensazioni, il sudore che ci incollava insieme, l’odore di sesso che saturava l’aria.

Ho sentito Alessia dire qualcosa come “Grazie, Mattia, sei sempre gentile,” e lui ha risposto con un “Figurati,” mentre mi dava una spinta così profonda che ho dovuto mordermi il labbro per non gridare. Il suo ritmo era diventato più veloce, più irregolare, e capivo che era vicino. La sua mano sulla mia bocca stringeva di più, il suo respiro era un rantolo contro il mio orecchio, e io mi spingevo indietro contro di lui, il bisogno di venire che mi faceva impazzire.

“Ok, ci sentiamo, ciao,” ha detto finalmente, chiudendo la chiamata. Ha buttato il telefono da qualche parte e ha tolto la mano dalla mia bocca, afferrandomi i fianchi con entrambe le mani. “Cazzo, Dan, sto per venire,” ha grugnito, e il suo tono era così crudo, così disperato, che mi ha mandato oltre il limite.

“Fallo, sborrami dentro,” gli ho detto, la voce spezzata, e lui ha spinto un’ultima volta, un colpo così forte che mi ha fatto sobbalzare. L’ho sentito pulsare dentro di me, il calore del suo sperma che mi riempiva, un’ondata dopo l’altra, mentre gemeva forte, un suono gutturale che mi ha fatto tremare. Io sono venuto subito dopo, senza nemmeno toccarmi, il piacere che mi esplodeva dentro, il mio sperma che schizzava sul divano sotto di me, le gambe che cedevano mentre lui si accasciava sulla mia schiena.

Siamo rimasti così per un minuto, ansimando, il suo peso su di me, il suo cazzo che si ammorbidiva lentamente dentro di me. Il calore del suo sperma mi colava lungo l’interno coscia, appiccicoso e caldo, e l’odore di sesso era così forte che sembrava impregnare ogni cosa. “Cazzo, è stato assurdo,” ha detto infine, tirandosi fuori con un movimento lento che mi ha fatto gemere piano. Mi sono girato, le gambe molli, e l’ho guardato. Aveva i capelli incollati alla fronte dal sudore, un sorriso storto che diceva tutto.

“Sei un bastardo,” gli ho detto, ma non c’era vera rabbia nella mia voce. Lui ha riso, tirandosi su i pantaloni, e mi ha dato una pacca sul culo.

“E tu sei una troia che non sa dire di no,” ha ribattuto, e io non ho potuto fare a meno di ridere, anche se dentro di me sentivo un groviglio che non sapevo come sciogliere. Alessia. Le sue parole. La sua voce. Ma in quel momento, con il corpo ancora tremante per quello che avevamo appena fatto, non potevo pensarci. Non ancora.

Mi sono tirato su i jeans, il tessuto ruvido contro la pelle sensibile, e ci siamo seduti sul divano, uno accanto all’altro, senza dire niente. Il silenzio era pesante, ma nessuno dei due aveva voglia di romperlo. Non ancora.

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