Racconti Piccanti
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Il furto in spiaggia al tramonto

Il furto in spiaggia al tramonto

26 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Luca, ho vent’anni e quel giorno, sulla spiaggia semi-deserta di un paesino costiero, ho fatto la stupidaggine più grossa della mia vita. Era un pomeriggio di fine estate, il sole batteva forte e io, dopo un bagno, ho pensato di togliermi il costume per prendere il sole senza segni. Non c’era quasi nessuno, solo qualche ombrellone lontano e il rumore delle onde. Mi sono steso sull’asciugamano, nudo come un verme, e senza nemmeno accorgermene mi sono addormentato. Un errore da idiota.

Quando ho aperto gli occhi, il sole era più basso e qualcosa non tornava. Il mio asciugamano era ancora lì, ma il costume, il telefono e le chiavi della macchina erano spariti. Mi sono tirato su di scatto, guardandomi attorno con il cuore in gola. Niente. Solo sabbia e mare. Ero nudo, senza un cazzo, in tutti i sensi. Ho provato a coprirmi con le mani, ma mi sentivo un cretino, esposto al vento e a chiunque potesse passare. Panico puro.

Stavo per perdere la testa quando ho sentito delle voci avvicinarsi. Due tizi, più grandi di me, camminavano lungo la riva con delle tavole da surf sottobraccio. Uno era alto, magro, con i capelli corti e scuri, l’altro più muscoloso, con una barba incolta e un tatuaggio sul braccio. Mi sono abbassato d’istinto, cercando di nascondermi dietro un mucchio di sassi, ma il più muscoloso mi ha visto. Ha rallentato, ha detto qualcosa all’amico e si è avvicinato.

“Ehi, tutto bene laggiù?” ha chiesto, con una voce profonda e un tono che sembrava quasi divertito.

Io, rosso in faccia, ho balbettato: “Non proprio. Mi hanno… mi hanno rubato tutto. Costume, telefono, chiavi. Non ho niente.”

Lui ha alzato un sopracciglio, squadrandomi dalla testa ai piedi. Ero nudo, con le mani che a malapena coprivano il minimo indispensabile. “Cazzo, sei nei guai, eh?” ha detto, senza giri di parole. Si è tolto la felpa che portava legata in vita, una di quelle grigie consumate dal sole e dal sale, e me l’ha lanciata. “Metti questa, almeno non stai con il culo al vento.”

“Grazie,” ho mormorato, infilandomela in fretta. Mi arrivava appena sotto l’inguine, ma era meglio di niente. “Mi chiamo Luca.”

“Io sono Davide,” ha risposto lui, tendendomi una mano. “L’altro è Marco, ma deve tornare al negozio. Ti accompagno alla macchina, vediamo se riusciamo a risolvere qualcosa.”

Marco ha fatto un cenno con la testa e si è allontanato, lasciandoci soli. Io e Davide abbiamo camminato verso il parcheggio, che era poco più avanti, oltre una piccola duna. Lui aveva un modo di fare tranquillo, sicuro, come se avesse già visto di tutto. Ogni tanto mi guardava, con un sorrisetto che mi metteva a disagio, ma allo stesso tempo mi scaldava lo stomaco.

“Quindi ti sei addormentato nudo sulla spiaggia? Non proprio una mossa furba,” ha detto, rompendo il silenzio mentre ci avvicinavamo alla sua macchina, una vecchia station wagon con adesivi di onde sul retro.

“Lo so, sono un idiota. Ma non pensavo che qualcuno mi fregasse tutto,” ho risposto, stringendomi nella sua felpa. Sentivo il suo odore addosso, un misto di salsedine e sudore, e non so perché, ma mi faceva girare la testa.

Arrivati al parcheggio, che era deserto a quell’ora, ci siamo fermati vicino al cofano della sua auto. Il sole stava calando, tingendo il cielo di arancione. Mi sono appoggiato alla macchina, non sapendo bene cosa dire o fare. Lui si è messo davanti a me, a un passo di distanza, e mi ha guardato dritto negli occhi.

“Sai, non capita tutti i giorni di trovare un ragazzo carino come te in una situazione del genere,” ha detto, la voce bassa, quasi un sussurro. Il suo sguardo mi ha inchiodato, e ho sentito un calore risalirmi dal petto.

“Carino? Io… grazie, credo,” ho balbettato, sentendomi improvvisamente piccolo sotto i suoi occhi. Aveva trentatré anni, me l’aveva detto mentre camminavamo, e si vedeva che aveva esperienza, che sapeva cosa voleva. Mi sono morso il labbro, senza staccare gli occhi dai suoi.

“Non devi ringraziarmi. Però, se vuoi, possiamo trovare un modo per passare il tempo mentre aspettiamo che qualcuno ti aiuti con le chiavi,” ha detto, facendo un passo avanti. Era vicino, troppo vicino. Sentivo il calore del suo corpo, il profumo di mare e pelle bruciata dal sole.

“Cosa intendi?” ho chiesto, anche se lo sapevo benissimo. Il cuore mi martellava nel petto, e sotto la felpa sentivo già qualcosa risvegliarsi.

“Intendo questo,” ha risposto, e senza darmi il tempo di reagire mi ha preso il viso tra le mani e mi ha baciato. Un bacio duro, deciso, con la lingua che spingeva subito dentro la mia bocca. Sapeva di sale e di birra, e io non ho resistito. Gli ho messo le mani sui fianchi, tirandolo più vicino. La felpa si è sollevata, e ho sentito l’aria fresca sulla pelle nuda delle cosce.

“Cazzo, sei proprio un bel bocconcino,” ha mormorato contro le mie labbra, scendendo con una mano a stringermi il culo. Le sue dita erano forti, ruvide, e mi hanno fatto sfuggire un gemito. “Ti piace, eh? Lo sento.”

“Non fermarti,” ho detto, la voce roca. Non so da dove mi uscisse quel coraggio, ma lo volevo. Lo volevo così tanto che mi tremavano le gambe.

Davide ha sorriso, un sorriso sporco, e mi ha spinto contro il cofano della macchina. Il metallo era caldo sotto di me, scaldato dal sole del giorno. Mi ha fatto stendere, con la felpa che si sollevava e lasciava scoperta ogni cosa. Mi ha guardato, gli occhi che brillavano di desiderio mentre si slacciava i pantaloncini da surf. Li ha lasciati cadere, insieme agli slip, e ho visto il suo cazzo, duro, grosso, con la punta già lucida. Era spesso, lungo almeno venti centimetri, e le vene si vedevano chiaramente sotto la pelle.

“Ti piace quello che vedi?” ha chiesto, accarezzandosi lentamente mentre mi guardava steso sul cofano.

“Porca troia, sì,” ho risposto, senza filtri. Non riuscivo a staccare gli occhi. “Voglio sentirlo.”

“Lo sentirai, tranquillo. Ma prima voglio giocare un po’ con te,” ha detto, chinandosi su di me. Mi ha baciato il collo, mordicchiandolo, mentre con una mano mi allargava le cosce. Sentivo il suo respiro caldo sulla pelle, il pizzicore della sua barba contro di me. Poi è sceso più in basso, leccandomi il petto, i capezzoli, fino a raggiungere l’inguine. Il mio cazzo era già duro, un po’ più piccolo del suo, sui diciassette centimetri, ma gonfio e pronto. Ha passato la lingua sulla punta, assaggiandomi, e ho sentito un brivido lungo la schiena.

“Cazzo, Davide, mi fai impazzire,” ho gemuto, afferrandogli i capelli. Sapeva di sudore, di mare, e il suo tocco era ruvido ma preciso.

“Buono, eh? Aspetta di sentire il resto,” ha detto, rialzandosi. Si è sputato sulla mano, strofinandosi il cazzo per lubrificarlo un po’, e poi ha fatto lo stesso con due dita, infilandole tra le mie natiche. Le ha spinte dentro lentamente, preparandomi, e io ho stretto i denti per il leggero bruciore, ma anche per il piacere che già montava.

“Sei stretto, Luca. Ma ci penso io a scioglierti,” ha detto, muovendo le dita con esperienza. Ogni spinta mi faceva ansimare, e il suono della sua voce, così sicura, mi mandava fuori di testa.

“Fallo, cazzo. Non resisto più,” ho praticamente supplicato, allargando le gambe ancora di più. Ero steso sul cofano, con il metallo che mi scaldava la schiena e il suo corpo sopra di me, imponente e sudato.

Davide ha tolto le dita, si è posizionato tra le mie cosce e ha appoggiato la punta del suo cazzo contro di me. “Respira, ragazzo. Ci vado piano all’inizio,” ha detto, e poi ha iniziato a spingere. Sentivo ogni centimetro che entrava, largo, caldo, che mi riempiva fino a farmi stringere le mani sul bordo del cofano. Il bruciore c’era, ma era misto a un piacere che mi faceva vedere le stelle.

“Oh, cazzo, sei enorme,” ho ansimato, mentre lui si fermava a metà per darmi il tempo di abituarmi.

“E tu sei perfetto da prendere. Guarda come ti apro,” ha risposto, la voce bassa e carica di lussuria. Ha iniziato a muoversi, prima lento, con spinte profonde che arrivavano fino in fondo, poi più veloce. Ogni colpo faceva tremare il cofano sotto di me, e il suono della nostra pelle che sbatteva insieme era l’unica cosa che sentivo, oltre ai miei gemiti e ai suoi grugniti.

“Ti piace sentirlo così, eh? Tutto dentro,” ha detto, afferrandomi i fianchi per tirarmi contro di sé. Le sue mani erano forti, mi tenevano fermo mentre mi scopava con ritmo, senza pause. Sentivo il sudore colarmi lungo la schiena, l’odore di sesso e salsedine che ci avvolgeva, il sapore salato della sua pelle quando gli ho morso una spalla.

“Cazzo, sì, spingi più forte. Voglio sentirti tutto,” ho detto, quasi urlando. Non mi riconoscevo nemmeno, ma non mi importava. Ero perso in quel momento, nel calore del suo corpo, nel modo in cui mi riempiva.

Davide ha accelerato, le sue spinte erano sempre più profonde, più dure. Mi ha sollevato una gamba, mettendosela sulla spalla per cambiare angolazione, e a ogni colpo sentivo una scarica di piacere che mi attraversava. “Così ti faccio venire senza nemmeno toccarti, vero?” ha detto, con un ghigno, mentre mi guardava contorcermi sotto di lui.

“Non ce la faccio più, sto per…” ho iniziato a dire, ma non ho finito la frase. Il piacere è esploso, improvviso e violento, e sono venuto senza che mi toccasse, schizzi caldi sul mio stomaco e sul cofano sotto di me. Il mio corpo tremava, e Davide ha continuato a spingere, prolungando ogni sensazione.

“Bravo, ragazzo. Ora tocca a me,” ha detto, la voce roca. Ha fatto qualche altra spinta, sempre più intensa, e poi l’ho sentito irrigidirsi. “Cazzo, ci sono,” ha grugnito, uscendo all’ultimo secondo per venire sul mio stomaco, mescolando il suo calore al mio. Il suo respiro era affannoso, il suo cazzo ancora duro mentre si strofinava contro di me, svuotandosi fino all’ultima goccia.

Siamo rimasti lì per un momento, ansimando, con il sole che ormai era quasi scomparso all’orizzonte. Il metallo del cofano era ancora caldo sotto la mia schiena, ma l’aria si stava rinfrescando. Davide si è chinato su di me, dandomi un ultimo bacio, lento e profondo, prima di rialzarsi e tirarsi su i pantaloncini.

“Beh, direi che abbiamo passato il tempo,” ha detto con un sorrisetto, passandomi una mano tra i capelli. “Ora vediamo come fare con le tue chiavi.”

Io ho annuito, ancora frastornato, con il corpo che pulsava di quel piacere intenso. Mi sono tirato giù la felpa, coprendomi come potevo, ma sapevo che quel momento, lì sul cofano della sua macchina, non l’avrei dimenticato mai.

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