Racconti Piccanti
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Il mio tirocinio… ai piedi del capo

Il mio tirocinio… ai piedi del capo

25 Marzo 2026·8 min di lettura

Non so perché il cuore mi batta così forte ogni volta che entro in quell’ufficio. Sono passati solo pochi giorni da quando ho iniziato questo stage, ma ogni mattina, mentre salgo le scale di questo edificio grigio e impersonale, sento un nodo stringersi nello stomaco. Lo studio di architettura è piccolo, quasi soffocante, con pareti bianche e mobili minimalisti che sembrano urlare professionalità. L’odore di carta e caffè impregna l’aria, mescolandosi al ronzio continuo dell’aria condizionata che non sembra mai funzionare abbastanza. Ma non è l’ambiente a mettermi in ansia. È lui. Alessandro.

Il mio supervisore. Il capo. Ha trentaquattro anni, ma sembra portare il peso di una vita intera nei suoi occhi scuri, penetranti. È alto, sempre impeccabile nella sua camicia ben stirata e nei pantaloni scuri, i capelli corti e ordinati. La sua voce è calma, profonda, quasi ipnotica. Quando parla, non puoi fare a meno di ascoltarlo, anche se ogni parola sembra pesare come un macigno. Mi guarda spesso, troppo a lungo, e io mi ritrovo a distogliere lo sguardo, il viso che si scalda per l’imbarazzo. Non so perché mi faccia questo effetto. Non sono abituato a stare sotto scrutinio, e con lui ho sempre la sensazione di essere sbagliato, fuori posto.

Oggi è stata una giornata come le altre, o almeno così pensavo. Ho passato la mattinata a catalogare progetti, a fare fotocopie, a sistemare fascicoli che nessuno sembra mai leggere. Compiti banali, ma ogni volta che Alessandro mi chiama nel suo ufficio per assegnarmene uno, sento il battito accelerare. “Luca, puoi portarmi un caffè?” mi ha chiesto stamattina, senza nemmeno alzare lo sguardo dal monitor. Ho annuito, balbettando un “s-sì, subito”, e sono corso fuori, le mani che tremavano mentre cercavo di non rovesciare la tazza. Quando gliel’ho portato, mi ha guardato con un mezzo sorriso, un’espressione che non riesco a decifrare. “Grazie. Sei utile, lo sai?” ha detto, e quelle parole, pur sembrando un complimento, mi hanno fatto sentire piccolo, come se fossi solo un oggetto a sua disposizione.

Nel pomeriggio, le cose sono diventate più… strane. Gli altri colleghi erano già usciti, lasciandomi solo con lui nello studio. L’orologio appeso al muro ticchettava rumorosamente, scandendo ogni secondo di silenzio che sembrava durare un’eternità. Ero seduto su una sedia scomoda davanti alla sua scrivania, con un fascicolo in mano, mentre lui controllava alcuni disegni. Poi, senza preavviso, si è appoggiato allo schienale della poltrona e ha sospirato, massaggiandosi il collo con una mano. “Che giornata lunga,” ha mormorato, più a se stesso che a me. Mi ha guardato, i suoi occhi che sembravano trapassarmi. “Luca, ti dispiace darmi una mano? Ho le spalle bloccate. Solo un minuto.”

Ho sentito il viso avvampare. Le spalle? Io? Non sapevo cosa dire. Ho aperto la bocca per rispondere, ma le parole mi si sono incastrate in gola. “I-io… non so se…” ho iniziato, ma lui mi ha interrotto con un gesto della mano. “È solo una piccola cosa, puoi farcela,” ha detto, con quel tono calmo ma fermo che non lascia spazio a obiezioni. Mi sono alzato, le gambe molli, e mi sono avvicinato a lui. Stava seduto, rilassato, ma la sua presenza sembrava riempire tutta la stanza. Ho posato le mani sulle sue spalle, esitando. La stoffa della camicia era liscia sotto le dita, ma potevo sentire i muscoli tesi al di sotto. Ho iniziato a premere, goffamente, senza sapere cosa stessi facendo. Ogni movimento sembrava sbagliato, e il silenzio tra noi era insopportabile.

“Più forte, Luca. Non mordo,” ha detto a un certo punto, con una nota di divertimento nella voce. Ho obbedito, le guance che bruciavano. Non capivo perché fossi così nervoso. Era solo un massaggio alle spalle, no? Eppure, il modo in cui mi guardava, il modo in cui parlava, mi faceva sentire… esposto. Come se stessi facendo qualcosa di sbagliato, di intimo, anche se non c’era nulla di strano in quel gesto. Dopo qualche minuto, ha sollevato una mano per fermarmi. “Grazie. Sei bravo a obbedire,” ha commentato, e quelle parole mi hanno colpito come uno schiaffo. Non so perché, ma il mio stomaco si è stretto, e ho distolto lo sguardo, incapace di sostenere il suo.

Pensavo che fosse finita lì, che potessi tornare alla mia scrivania e fingere che non fosse successo nulla. Ma poi ha fatto qualcosa che mi ha gelato il sangue. Si è chinato leggermente, slacciandosi le scarpe di cuoio nero con un movimento lento, quasi deliberato. Le ha tolte, spingendole sotto la scrivania, e ha appoggiato i piedi, ancora coperti da calze scure, sul pavimento. Ho sentito un odore leggero, pungente, un misto di sudore e cuoio che mi ha colpito come un’onda. Non era forte, non ancora, ma era impossibile ignorarlo. Ho deglutito, il cuore che mi martellava nel petto.

“Anche i piedi mi fanno male,” ha detto, con lo stesso tono tranquillo di prima, come se stesse parlando del tempo. “Sai, stare in piedi tutto il giorno per le riunioni… è massacrante. Ti dispiace darmi una mano anche con questi?” Ha inclinato la testa, guardandomi con un’espressione che non riuscivo a leggere. Stava scherzando? Non poteva essere serio. Eppure, nei suoi occhi non c’era traccia di ironia. Ho sentito il viso diventarmi bollente, le orecchie che pulsavano. “I-io… non credo di…” ho balbettato, ma lui mi ha interrotto di nuovo.

“Non vuoi deludermi, vero?” ha detto, la voce bassa, quasi un sussurro. Quelle parole mi hanno trafitto. No, non volevo deludere. Non potevo. Questo stage era tutto per me, la mia unica possibilità di fare una buona impressione, di dimostrare che valgo qualcosa. Ma massaggiargli i piedi? Era troppo. Era umiliante. Eppure, mentre lo guardavo, sentivo una pressione dentro di me, una paura di dire di no che mi schiacciava. Ho abbassato lo sguardo, fissando le sue calze scure. L’odore era più forte ora, un misto di sudore e tessuto che mi faceva girare la testa, non so se per disgusto o per qualcos’altro.

“È solo un piccolo favore, Luca. Niente di che,” ha aggiunto, come se stesse leggendo i miei pensieri. Mi sono inginocchiato, lentamente, come se il mio corpo si muovesse da solo. Le mani mi tremavano mentre le avvicinavo ai suoi piedi. Non volevo toccarli, non volevo sentirli, ma non riuscivo a fermarmi. Quando le mie dita hanno sfiorato il tessuto delle calze, ho sentito un calore umido sotto di esse, e il cuore mi è salito in gola. Ho iniziato a premere, goffamente, evitando di guardarlo in faccia. L’odore era più intenso ora, un misto di sudore salato e cuoio vecchio che mi riempiva le narici. Ogni respiro sembrava amplificarlo, e io cercavo di non pensarci, di concentrarmi solo sul movimento delle mani. Ma non potevo ignorare la sensazione sotto le dita, la consistenza ruvida della calza, il calore della pelle sottostante.

“Ecco, così. Non è difficile, vero?” ha detto, la voce calma, quasi compiaciuta. Ho sentito un brivido lungo la schiena. Non era solo imbarazzo. C’era qualcos’altro, qualcosa che non volevo ammettere. Una tensione nel mio corpo, un calore che si accumulava nel basso ventre, nonostante la vergogna che mi bruciava dentro. Come potevo provare una cosa del genere? Era disgustoso, umiliante, eppure… non riuscivo a smettere di pensarci, di sentire ogni sensazione amplificata. Il ticchettio dell’orologio, il ronzio dell’aria condizionata, il suono del mio respiro affannoso. Era tutto troppo.

Dopo qualche minuto, che mi è sembrato un’eternità, ha ritirato i piedi con un movimento lento. “Grazie, Luca. Sei davvero utile,” ha detto, e di nuovo quelle parole mi hanno colpito, facendomi sentire piccolo, insignificante, ma allo stesso tempo… necessario. Mi sono rialzato, le gambe che tremavano, il viso in fiamme. Non riuscivo a guardarlo negli occhi. “Puoi andare ora. Ci vediamo domani,” ha aggiunto, come se nulla fosse successo, come se quello che avevo appena fatto fosse la cosa più normale del mondo.

Sono uscito dall’ufficio senza dire una parola, il cuore che mi batteva così forte che sembrava voler esplodere. Mentre scendevo le scale, l’odore di sudore e cuoio sembrava ancora impregnato nelle mie mani, nelle mie narici. Non capivo cosa mi stesse succedendo. Ero disgustato, umiliato, ma c’era una parte di me, una parte che non volevo riconoscere, che si sentiva… viva. Come se quell’imbarazzo, quella vergogna, avessero acceso qualcosa dentro di me. Mi odiavo per questo.

Quando sono arrivato a casa, ero un fascio di nervi. Mi sono chiuso nella mia stanza, le mani ancora tremanti mentre mi toglievo la giacca e la camicia. Mi sono seduto sul letto, fissando il soffitto, ma i pensieri non smettevano di tormentarmi. Il suono della sua voce, quelle parole – “Sei bravo a obbedire” – continuavano a risuonarmi nella testa. E poi l’odore, quel calore sotto le dita… Ho chiuso gli occhi, cercando di scacciare quelle immagini, ma non ci riuscivo. Il mio corpo reagiva, nonostante tutto. Mi odiavo per questo, per il modo in cui il mio cuore accelerava, per il calore che sentivo crescere dentro di me.

Non volevo farlo, ma alla fine ho ceduto. Le mie mani si sono mosse da sole, il respiro corto, i pensieri confusi. Mentre lo facevo, non potevo fare a meno di rivivere ogni momento di quella giornata, ogni parola, ogni sensazione. La vergogna mi bruciava dentro, ma c’era anche qualcos’altro, qualcosa di oscuro e inspiegabile che mi spingeva oltre. Quando ho finito, mi sono sentito vuoto, sporco. Mi sono sdraiato, fissando il buio, e mi sono chiesto come avrei fatto ad affrontarlo domani. Come avrei potuto guardarlo negli occhi senza che lui capisse cosa avevo fatto, cosa avevo pensato. Non lo so. Non so niente. So solo che una parte di me teme il momento in cui tornerò in quell’ufficio… e un’altra parte, piccola ma insistente, lo desidera.

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