Racconti Piccanti
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L’esperimento che mi ha trasformato

L’esperimento che mi ha trasformato

24 Marzo 2026·6 min di lettura

Non so nemmeno come siamo arrivati a questo punto. Un mese fa io e Giorgio stavamo contando gli spicci per comprare una pizza surgelata, e adesso siamo qui, nel nostro salotto scalcagnato, a fissare una telecamera montata su un treppiede che ci guarda come un occhio di vetro. L’annuncio l’ho trovato io, su un gruppo Facebook per studenti fuorisede: “Esperimento sociale. 1500 euro a settimana per due ragazzi giovani. Richiesta telecamera in casa e disponibilità a seguire istruzioni. Contratto obbligatorio.” Ho mandato un messaggio senza pensarci due volte. Giorgio, come al solito, ha fatto il difficile, ma alla fine ha ceduto. Millecinquecento euro a testa a settimana. Con quei soldi possiamo smettere di fare turni massacranti al bar e pagare l’affitto senza sudare sangue.

Abbiamo firmato il contratto ieri, un pdf di dieci pagine pieno di clausole scritte in un italiano che sembrava tradotto male da Google. Non l’abbiamo nemmeno letto tutto. Abbiamo scarabocchiato le firme, spedito il file e questa mattina è arrivata la telecamera con un ripetitore nero, grosso come una scatola da scarpe, che ora troneggia sul tavolo del salotto. La luce rossa della telecamera è accesa, e ogni tanto il ripetitore emette un ronzio basso, come se stesse per parlare. Giorgio è seduto sul divano, con le gambe incrociate, e si gratta la nuca. “Max, sicuro che non ci stiamo infilando in una stronzata? Tipo, e se ci chiedono di fare robe illegali?”

“Rilassati,” gli dico, appoggiandomi al muro con una birra in mano. “È un esperimento sociale, non un film porno. E poi, millecinquecento euro, Giorgio. Tanto chi ci vede?”

Non fa in tempo a rispondermi che il ripetitore crepita. Una voce robotica, fredda come un frigorifero, ci interrompe. “Benvenuti. Prima sfida. Combattete. Obiettivo: spogliare l’avversario. Chi resta nudo perde. Iniziate ora.”

Io e Giorgio ci guardiamo per un secondo, poi scoppiamo a ridere. “Ma che cazzo?” dice lui, alzandosi dal divano. “Non fanno sul serio, vero?”

“Pare di sì,” rispondo, posando la birra sul tavolo. “Dai, non essere noioso. Facciamo ‘sta cosa e intaschiamo i soldi.” Mi avvicino, con un ghigno, e gli do una spinta leggera sulla spalla. Lui mi guarda storto, ma vedo che ci sta. Giorgio è magro, ma ha una forza del cazzo. Lo so perché una volta, per scherzo, mi ha immobilizzato a terra in due secondi. Io sono più grosso, ma non sono un wrestler. Questo non glielo dico, però.

“Ok, ma non farti male, eh,” mi avvisa, sistemandosi gli occhiali. Poi, senza preavviso, mi afferra per la maglietta e tira. Sento il tessuto che si strappa un po’ sulla spalla. “Ehi, stronzo, piano! Costa!” protesto, ma rido mentre cerco di afferrargli i pantaloni. Lui si scansa, agile, e mi dà un’altra spinta, facendomi inciampare contro il bordo del divano. Il salotto è un casino, con bottiglie vuote e scatole di pizza sparse in giro, e ogni tanto scivoliamo su qualcosa. La telecamera ci fissa, immobile, e la luce rossa sembra quasi giudicarci.

“Ti faccio vedere io,” gli dico, riuscendo a prenderlo per il bordo della felpa. Tiro forte, e lui perde l’equilibrio per un attimo, ma si riprende subito e mi blocca il braccio dietro la schiena. “Cazzo, Giorgio, ma che sei, un ninja?” ansimo, cercando di liberarmi. Lui ride, ma non molla. Sento il suo fiato caldo vicino al collo mentre mi spinge verso il divano. “Non è personale, Max. È per i soldi,” mi dice, e con un movimento rapido mi sfila la maglietta, lasciandomi a torso nudo. La pelle mi pizzica per il contatto con l’aria, e sento il sudore che mi cola lungo la schiena.

“Stronzo,” borbotto, ma non mollo. Cerco di afferrargli i jeans, ma lui è più veloce. Mi sgancia la cintura con una mossa secca e tira giù tutto, pantaloni e boxer, in un colpo solo. Mi ritrovo nudo, con le mani che istintivamente coprono quello che possono. “Ma vaffanculo, Giorgio!” esclamo, rosso in faccia, mentre lui si tira indietro, ansimando e ridendo.

“Ho vinto, coglione,” dice, passandosi una mano tra i capelli mossi. La voce robotica interrompe subito la sua esultanza. “Sfida conclusa. Vincitore: Giorgio. Perdente: Massimiliano. Istruzione per il perdente: massaggiare i piedi al vincitore per un’ora. Iniziate ora.”

Mi blocco. “Che? Un’ora? Ma state scherzando?” protesto, ancora nudo, con le mani sui fianchi. Giorgio si lascia cadere sul divano, si toglie le scarpe e appoggia i piedi sul bracciolo. “Dai, Max, non fare storie. È il contratto. E poi, magari sei bravo,” mi provoca, con un sorrisetto.

“Sei un idiota,” borbotto, ma mi siedo comunque sul divano, vicino ai suoi piedi. La telecamera è lì, che registra ogni movimento. Sento un misto di imbarazzo e irritazione, ma lo faccio. Prendo uno dei suoi piedi tra le mani. La pelle è calda, leggermente sudata, e l’odore non è proprio di rose, ma ci passo sopra. Inizio a premere con i pollici, facendo cerchi lenti. Giorgio si appoggia indietro, con le mani dietro la testa, e chiude gli occhi. “Cazzo, non sei male,” mormora dopo un po’. Lo guardo storto. “Sta’ zitto, che è già abbastanza umiliante.”

Continuo a massaggiare, e dopo qualche minuto noto che lui mi sta fissando. Non i piedi, ma me. Tutto me. Sono ancora nudo, seduto a un metro da lui, e il suo sguardo mi fa sentire ancora più esposto. “Che c’hai da guardare?” gli chiedo, brusco, senza smettere di premere sui suoi piedi. Lui si sistema gli occhiali e fa spallucce. “Niente, è che… boh, sembri a tuo agio così, senza niente addosso.”

“Ma che stai dicendo?” ribatto, sentendo le guance che si scaldano. Però, cazzo, non posso negare che il suo sguardo mi stia facendo effetto. Non so se è l’adrenalina della lotta di prima o l’imbarazzo di essere nudo davanti a lui, ma sento un calore che sale, e non è solo in faccia. Cerco di ignorarlo, concentrandomi sui suoi piedi, ma è inutile. Lui se ne accorge. “Max, ma… sei serio? Ti sta diventando duro?” chiede, con un tono che è un misto di incredulità e curiosità. Si tira su un po’, guardandomi meglio.

“No, cazzo, non è vero,” mento, incrociando le gambe per nascondere l’evidenza. “È solo… boh, l’aria. Fa caldo qua dentro.” Ma so che non ci crede. Sento il suo sguardo che mi brucia sulla pelle, e il silenzio tra noi diventa pesante. L’odore del suo sudore, mischiato a quello della birra versata sul pavimento, mi riempie il naso. Il divano scricchiola ogni volta che mi muovo, e il suono dei miei respiri sembra troppo forte.

“Guarda che non mi dà fastidio, eh,” dice Giorgio, con una voce più bassa, quasi esitante. “Cioè, siamo qui per i soldi, no? Tanto chi ci vede?” Usa la mia frase, ma il tono è diverso, più serio. Non so cosa rispondergli. Continuo a massaggiare, ma le mie mani tremano leggermente. Sento i suoi piedi caldi sotto le dita, la pelle ruvida in alcuni punti, e ogni tanto lui sospira, come se gli piacesse davvero. La telecamera non smette di fissarci, e io mi chiedo se dall’altra parte qualcuno stia davvero guardando.

Passano i minuti, e la tensione cresce. Non so se sono passati dieci minuti o mezz’ora, ma ogni secondo sembra durare un’eternità. Giorgio non parla più, ma i suoi occhi non si staccano da me. Sento il mio cuore che batte forte, e il calore che ho cercato di ignorare non se ne va. Anzi, peggiora. Sto per dirgli qualcosa, qualsiasi cosa per spezzare questo silenzio del cazzo, quando la voce robotica torna a farsi sentire. “Sessione terminata. Potete fermarvi. Ulteriori istruzioni verranno fornite domani.”

Mi fermo di colpo, lasciando andare i suoi piedi. Giorgio si tira su, si rimette le scarpe e mi guarda. “Beh, non è stato così male, no?” dice, cercando di fare lo spiritoso, ma la sua voce trema un po’. Io non rispondo subito. Mi alzo, ancora nudo, e recupero i vestiti da terra. “Sì, vabbè. Domani vediamo che altra stronzata ci fanno fare,” borbotto, cercando di sembrare tranquillo.

Ma mentre mi rivesto, sento ancora il suo sguardo su di me. E, cazzo, non so se sono più incazzato o confuso. La telecamera è lì, con la sua luce rossa che non si spegne mai, e io mi chiedo cosa diavolo abbiamo firmato. Domani. Domani scopriremo fino a che punto siamo disposti ad arrivare per quei soldi.

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