Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Voglio la tua bocca, frocio

Voglio la tua bocca, frocio

05 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Stefano, ho diciannove anni e vivo in una cittadina del cazzo dove non succede mai niente. Studio informatica all’università, ma passo più tempo a giocare online che sui libri. Giovanni è il mio migliore amico da sempre, uno di quelli con cui condividi tutto, dalle birre alle cazzate. Un mese fa gli ho detto che sono gay. L’ho sputato fuori così, di botto, mentre bevevamo una birra dietro casa sua. Mi ha guardato con una faccia strana, ha borbottato un “va bene” e poi è sparito. Non una chiamata, non un messaggio. Mi sono sentito una merda, pensavo di aver perso tutto.

Ieri sera, per caso, ci siamo rivisti a una festa di laurea in una discoteca di paese. Io ero lì con un paio di compagni di corso, più per noia che per altro. Giovanni era dall’altra parte della pista, già mezzo sbronzo, che rideva con una birra in mano. Quando mi ha visto, ha alzato il mento come per salutarmi, ma non si è avvicinato subito. Io mi sentivo un nodo allo stomaco, non sapevo se avvicinarmi o ignorarlo. Poi, verso mezzanotte, l’ho trovato fuori a fumare una sigaretta. Mi ha offerto un tiro, e abbiamo parlato un po’. Era strano, un misto di imbarazzo e roba non detta. Mi ha detto che gli dispiaceva essere sparito, che aveva bisogno di “capire delle cose”. Non ho chiesto di più, ma sentivo il cuore battermi forte.

Dopo un po’, con la voce impastata dall’alcol, mi ha detto: “Dai, Ste, facciamo un giro in macchina, che qui fa schifo.” Io ho esitato. Non mi fidavo del tutto, ma c’era qualcosa nel suo tono, una specie di sfida, che mi ha fatto annuire. Siamo saliti sulla sua Punto scassata e ha guidato fino a un parcheggio abbandonato dietro un capannone, lontano da tutto. Ha spento il motore e si è girato verso di me. “Sai, ci ho pensato un sacco a quello che mi hai detto,” ha iniziato, con un sorrisetto che non mi piaceva. “E voglio sapere una cosa. Me lo fai un pompino?” Me l’ha chiesto così, senza giri di parole, come se stesse chiedendo di passargli una sigaretta. Io sono rimasto di sasso. Mi sentivo il sangue salire alla testa, un misto di vergogna e rabbia, ma anche qualcosa di più oscuro, un calore che mi partiva dal basso ventre. “Che cazzo dici, Gio?” ho borbottato, ma la mia voce tremava.

Lui ha riso, una risata bassa, quasi cattiva. “Oh, andiamo, non fare il santarellino. Lo so che ci stai pensando da quando me l’hai detto. Dai, frocio, fammi vedere quanto lo vuoi.” Le sue parole mi hanno colpito come uno schiaffo, ma allo stesso tempo mi hanno acceso. Mi odiavo per questo, ma era vero: lo volevo. Ho abbassato lo sguardo, sentendomi piccolo, umiliato. Lui si è slacciato i jeans con calma, senza smettere di guardarmi. “Non ti sto obbligando, eh. Ma lo vedo che ci stai.” Aveva ragione. Ero confuso, ma il desiderio mi stava mangiando vivo. Alla fine, ho annuito, quasi senza volerlo.

Mi sono chinato lentamente verso di lui, il cuore che mi martellava nel petto. Lui si è tirato fuori il cazzo, già mezzo duro, e me l’ha mostrato con un ghigno. “Dai, comincia, che aspetti?” ha detto, posandomi una mano sulla nuca. Ho esitato un attimo, poi l’ho preso in bocca. Era caldo, salato, e sentivo il suo odore forte, un misto di sudore e alcol. Ho iniziato piano, muovendo la lingua, cercando di capire cosa fare. Non l’avevo mai fatto prima, ma lui non mi ha dato il tempo di pensarci troppo. Mi ha spinto la testa giù con forza, facendomi quasi soffocare. “Così, bravo, succhia come si deve,” ha grugnito, iniziando a muovere i fianchi. Io cercavo di respirare dal naso, ma era difficile, sentivo gli occhi lacrimarmi. Ogni tanto provavo a rialzarmi, ma lui mi teneva fermo con quella mano pesante. “No, no, non ti muovi. Stai lì e prendi tutto.”

Mentre mi scopava la bocca, ha iniziato a parlare, un flusso di parole sporche che mi facevano girare la testa. “Lo sapevo che eri una troietta, Ste. Guarda come lo prendi bene. Scommetto che ti piace pure, eh? Ti piacerebbe se ti sbattessi per bene, vero? Magari un giorno ti porto da qualche parte e ti faccio il culo finché non urli.” Ogni frase era come una coltellata, mi sentivo umiliato, ma allo stesso tempo ero eccitato da morire. Sentivo il mio cazzo duro nei pantaloni, che sfregava contro la stoffa a ogni suo movimento. Non riuscivo a pensare, ero solo sensazioni: il sapore di lui, la sua mano che mi stringeva i capelli, il rumore osceno della mia bocca intorno a lui.

È andato avanti per un bel po’, spingendo sempre più forte, grugnendo e insultandomi. “Dai, frocio, ci sono quasi, non ti azzardare a sputare.” Alla fine, ha spinto un’ultima volta, tenendomi la testa ferma, e mi è venuto in gola con un gemito lungo. Ho sentito il calore, il sapore amaro, e ho cercato di mandare giù senza soffocare. Quando ha finito, mi ha lasciato andare e io mi sono tirato indietro, ansimando, con la bocca che bruciava e il viso bagnato di saliva. Solo allora mi sono accorto che ero venuto anch’io, senza nemmeno toccarmi, una macchia umida nei pantaloni che mi faceva sentire ancora più patetico.

Giovanni si è riallacciato i jeans senza guardarmi, ha acceso una sigaretta e ha messo in moto. “Ti riporto a casa,” ha detto, come se non fosse successo niente. Il viaggio è stato un silenzio pesante, rotto solo dal rumore del motore. Io guardavo fuori dal finestrino, con la testa incasinata. Mi sentivo usato, umiliato, ma non potevo negare che una parte di me era ancora eccitata, come se quel casino mi avesse acceso qualcosa dentro. Quando siamo arrivati sotto casa mia, mi ha detto solo: “Ci vediamo.” Io ho annuito, sono sceso e sono andato dentro senza voltarmi indietro. Non so cosa succederà domani, ma so che non dimenticherò stasera. E, in qualche modo, non vedo l’ora di vedere come andrà avanti.

Lascia un commento