Ogni volta che vuoi
Non avevo mai pensato che la mia vita potesse ridursi a questo. Un tempo ero io a dare ordini, a decidere chi stava sopra e chi sotto. Ora, invece, sono solo un numero, un nome su un registro, un corpo in una cella di due metri per tre. Il carcere di San Vittore puzza di sudore vecchio e disinfettante, un odore che ti si attacca alla pelle e non se ne va più. Le pareti sono grigie, screpolate, con graffi lasciati da chissà chi prima di me. Il letto a castello è freddo sotto le mani, il materasso sottile come un foglio di carta. Sono qui da tre giorni per frode finanziaria, una condanna di cinque anni che mi ha strappato via tutto. E oggi ho conosciuto il mio compagno di cella.
Si chiama Karim. Ventitré anni, di origine araba, dentro per spaccio. È arrivato stamattina, con un ghigno stampato in faccia e uno zaino logoro sulle spalle. È magro ma definito, con muscoli che si vedono sotto la maglietta aderente, capelli neri ricci che gli cadono sulla fronte e occhi scuri che ti fissano come se stessero già decidendo cosa fare di te. Sul collo ha un tatuaggio tribale, linee nere che si intrecciano e spariscono sotto il colletto. Mi ha guardato dall’alto in basso, come se fossi una cosa da usare, e io, che fuori comandavo intere riunioni, ho sentito un nodo allo stomaco.
“Tu sei Alex, vero?” ha detto, buttando lo zaino sul letto di sopra senza aspettare risposta. La sua voce è roca, con un accento che non saprei collocare. “Io dormo sopra. Tu stai sotto. Chiaro?”
Ho annuito, senza dire niente. Non so perché non ho aperto bocca. Forse perché i suoi occhi non lasciavano spazio a discussioni. O forse perché, in fondo, so che qui dentro non sono più niente di quello che ero. Mi sono seduto sul letto inferiore, sentendo le molle cigolare sotto il mio peso. Sono robusto, non un armadio, ma comunque un uomo di trentasei anni che sa il fatto suo. O almeno, lo sapevo. Karim si è tolto la maglietta, mostrando la pelle liscia, leggermente abbronzata, con qualche cicatrice qua e là. Si è passato una mano tra i capelli, guardandomi dall’alto.
“Non parli molto, eh?” ha detto, con quel ghigno che non se ne va mai. “Meglio così. Non mi piacciono quelli che parlano troppo.”
Ho stretto i denti, ma non ho risposto. Non ancora. La giornata è passata lenta, tra silenzi e sguardi. Durante l’ora d’aria in cortile, l’ho visto parlare con altri detenuti, ridere, muovere le mani con sicurezza. Io sono rimasto in disparte, a osservare. Il sole picchiava sulla testa, l’asfalto era bollente sotto i piedi, e l’aria sapeva di polvere e sigarette. Ogni tanto, Karim si voltava a guardarmi, e io distoglievo gli occhi, come un ragazzino colto in fallo. Non capivo perché mi sentissi così, ma il suo sguardo mi bruciava addosso.
La tensione è cresciuta durante il giorno, un peso che si accumulava nel petto. Ogni volta che tornavamo in cella, sentivo il rumore metallico della porta che si chiudeva alle nostre spalle, le chiavi dei secondini che tintinnavano lontano. Era come se l’aria si facesse più pesante. Karim non parlava molto, ma il suo modo di muoversi, di occupare lo spazio, mi diceva tutto. Lui comandava. Io no.
È stato dopo cena, quando le luci si sono abbassate e il silenzio del blocco ci ha avvolti, che le cose sono cambiate. Ero seduto sul letto, con le mani sulle ginocchia, a fissare il pavimento. Karim era sopra, sdraiato, con le braccia dietro la testa. Lo sentivo respirare, un ritmo lento ma deciso. Poi ha parlato, senza guardarmi.
“Ehi, Alex. Vieni su un attimo.”
La sua voce era calma, ma aveva un tono che non ammetteva repliche. Ho alzato lo sguardo, esitante. “Per cosa?”
“Non fare domande. Vieni su.”
Ho sentito il cuore battere più forte, un misto di rabbia e qualcosa che non volevo riconoscere. Mi sono alzato, lentamente, e sono salito sulla scaletta del letto a castello. Lui era lì, sdraiato, con i jeans slacciati e la maglietta tirata su fino al petto. Il tatuaggio sul collo sembrava quasi muoversi sotto la luce fioca. Mi ha guardato, con un sorrisetto che mi ha fatto venire voglia di tirargli un pugno. Ma non l’ho fatto.
“Siediti qui,” ha detto, indicando il bordo del letto. Mi sono seduto, rigido, con le mani che stringevano il materasso. Sentivo il suo odore, un misto di sapone da due soldi e sudore, e il calore del suo corpo vicino al mio. “Sai, in un posto come questo, devi scegliere da che parte stare. O comandi, o stai zitto e obbedisci. Tu non sembri uno che comanda, Alex.”
Ho stretto i denti, sentendo la rabbia montare. “Non sai un cazzo di me.”
Ha riso, una risata bassa, gutturale. “Oh, lo so eccome. Ti vedo. Fuori magari eri qualcuno, ma qui dentro sei solo carne fresca. E sai una cosa? Mi piaci così.”
Non ho avuto il tempo di rispondere. Si è tirato su, con un movimento fluido, e mi ha messo una mano sulla nuca. La sua presa era ferma, le dita calde contro la mia pelle. Ho cercato di tirarmi indietro, ma mi ha tenuto fermo, guardandomi dritto negli occhi.
“Non fare lo stronzo,” ha detto, la voce bassa, quasi un sussurro. “Qui dentro, o stai con me, o stai contro di me. E fidati, non vuoi stare contro di me.”
Ho sentito il sangue pulsarmi nelle tempie, ma non ho mosso un muscolo. La sua mano è scivolata lungo il mio collo, poi sul petto, sotto la maglietta. La sua pelle era ruvida, le unghie corte mi graffiavano appena. Ho provato a parlare, ma le parole mi sono morte in gola quando ha tirato fuori il suo cazzo dai jeans. Era già mezzo duro, grosso, con la pelle scura e lucida sotto la luce scarsa. L’odore era forte, pungente, un misto di muschio e sudore che mi ha colpito come un pugno.
“Guardalo bene,” ha detto, con quel ghigno che non spariva mai. “Perché lo conoscerai molto da vicino. Ogni volta che voglio.”
Ho cercato di tirarmi indietro, ma la sua mano sulla nuca mi ha spinto giù. Non con violenza, ma con una forza che non lasciava scampo. Il cuore mi martellava nel petto, il respiro corto. Non so perché non ho urlato, perché non ho lottato. Forse perché una parte di me, nascosta da qualche parte, sapeva che non avevo scelta. La sua voce mi ronzava nelle orecchie, mentre la sua presa si stringeva.
“Apri la bocca, Alex. Non fare il difficile.”
Ho esitato, il viso a pochi centimetri da lui. Sentivo il calore che emanava, l’odore che mi riempiva i polmoni. Poi, con un movimento lento, ho aperto la bocca. La sua mano mi ha guidato, e ho sentito il sapore salato sulla lingua, il peso contro il palato. Era spesso, più di quanto mi aspettassi, e mi riempiva la bocca fino a farmi quasi soffocare. Ha emesso un gemito basso, soddisfatto, mentre mi teneva fermo.
“Così, bravo. Lo sai fare, vero? Muovi la lingua, non stare fermo come un cazzo di palo.”
Ho obbedito, muovendomi goffamente, sentendo la superficie liscia e calda sotto la lingua. Ogni tanto alzavo lo sguardo, e vedevo il suo tatuaggio sul collo, le linee nere che pulsavano al ritmo del suo respiro. Mi parlava, con quella voce roca che mi perforava i pensieri.
“Non male per uno che faceva il capo. Ti piace, eh? Lo sento da come ci dai dentro. Continua così, stronzo.”
Non ho risposto, non potevo. La mia bocca era piena, la gola tesa, il sapore forte che mi inondava i sensi. Le sue mani mi guidavano, spingendomi più in fondo, e io cercavo di respirare dal naso, sentendo l’aria bruciarmi i polmoni. Il suono dei suoi gemiti, bassi e irregolari, si mescolava al rumore metallico delle porte lontane, al ronzio delle luci. Ogni tanto una delle sue mani si spostava, scendendo lungo la mia schiena, stringendo forte.
Dopo un po’, mi ha tirato via, con un movimento brusco. Ero senza fiato, la bocca umida, il viso rosso. Mi ha guardato, con un sorriso che era quasi un ghigno. “Non è finita, Alex. Girati. Voglio il resto.”
Non ho detto niente. Mi tremavano le mani, ma mi sono girato, sentendo il materasso cigolare sotto di me. Ha tirato giù i miei pantaloni con un gesto secco, senza cerimonie, e ho sentito l’aria fredda sulla pelle. Ero esposto, vulnerabile, e il cuore mi batteva così forte che sembrava voler uscire dal petto. Ha sputato sulla mano, un suono umido e rozzo, e ho sentito le sue dita scivolare contro di me, fredde e ruvide. Ho stretto i denti, preparandomi.
“Rilassati, cazzo,” ha detto, con un tono che era quasi un ordine. “Se ti irrigidisci, fa solo più male.”
Non ho risposto. Non potevo. Poi l’ho sentito, il peso del suo corpo dietro di me, la pressione che cresceva. Era grosso, troppo grosso, e ho sentito un bruciore acuto mentre spingeva dentro. Ho soffocato un gemito, stringendo le lenzuola tra le dita, sentendo il tessuto ruvido contro i palmi. Si è mosso piano, all’inizio, ma con decisione, ogni spinta un po’ più profonda, un po’ più dura. Il dolore si mescolava a qualcos’altro, qualcosa che non volevo ammettere, e il suo respiro caldo mi colpiva il collo.
“Ecco, così,” ha detto, la voce spezzata dal ritmo. “Lo prendi bene, Alex. Sei stretto, ma ci stai dentro. Ogni volta che voglio, capito? Ogni cazzo di volta che voglio.”
Le sue parole mi martellavano in testa, mentre il suo corpo si muoveva contro il mio. Sentivo ogni dettaglio, la pressione dentro di me, il calore della sua pelle, l’odore del sudore che ci avvolgeva. Il letto cigolava sotto di noi, un suono ritmico che sembrava scandire ogni movimento. Le sue mani mi stringevano i fianchi, le dita che affondavano nella carne, lasciandomi segni che avrei sentito per giorni.
Non so quanto è durato. Minuti, forse di più. Il tempo si è perso, sostituito dal ritmo delle sue spinte, dal suono della sua voce che mi ordinava di stare fermo, di lasciarlo fare. Alla fine, ha accelerato, il respiro corto, i gemiti più forti. “Sto per venire, cazzo. Prendilo tutto.”
Ho sentito il calore dentro di me, un’esplosione che mi ha fatto stringere i denti. Si è tirato fuori lentamente, lasciandomi vuoto e dolorante. Mi sono accasciato sul materasso, il respiro pesante, la pelle appiccicosa di sudore. Lui si è sdraiato accanto a me, ansimando, con quel ghigno ancora stampato in faccia.
“Visto? Non è poi così male,” ha detto, passandosi una mano tra i capelli. “Da oggi in poi, Alex, sei mio. Ogni volta che voglio. Chiaro?”
Ho annuito, senza guardarlo. Non avevo la forza di rispondere. Sentivo ancora il suo odore su di me, il dolore che pulsava, il sapore che mi era rimasto in bocca. Il rumore delle chiavi dei secondini ha spezzato il silenzio, lontano, come un promemoria di dove ero. Di chi ero diventato.
Non so cosa succederà domani. Non so se riuscirò a resistere, o se mi spezzerò del tutto. Ma una cosa è certa: Karim ha preso il controllo, e io non so più come riprendermelo.
