Una nuova “speciale” Amicizia (parte 4)
Giuseppe guardò lo schermo del telefono per un secondo, poi toccò un paio di volte e mandò la foto nel gruppo della chat vocale.
Per qualche istante ci fu solo silenzio dall’altra parte, poi esplose il caos.
«Cazzoooo!» «Ma è vera! Guardate come glielo prende!» «Porca troia, Giuseppe sei un animale!» «Bravo fratello, fagliela vedere!»
Le voci degli amici si accavallavano, tra risate, fischi e commenti volgari. Qualcuno esultava come se avesse segnato un gol. Ma uno di loro, probabilmente lo stesso scettico di prima, continuava a rompere le palle:
«Va bene la foto, ma potrebbe essere una qualunque. Magari è un video vecchio. Voglio sentire se è vera.»
Giuseppe rise piano, una risata bassa e soddisfatta. Abbassò lo sguardo su di me, ancora in ginocchio sotto la scrivania con le labbra rosse e gonfie intorno al suo cazzo. Mi accarezzò la guancia con il pollice, quasi con tenerezza, poi disse agli amici:
«Ok, volete una prova audio? Ve la do subito.»
Spense il microfono del gioco per un attimo, mi guardò dritto negli occhi e ordinò con voce calma ma dura:
«Apri bene la bocca e respira dal naso.»
Io obbedii, il cuore che mi martellava nel petto. Giuseppe mi prese la testa con entrambe le mani, affondò le dita tra i capelli e spinse.
Iniziò a scoparmi la bocca con violenza, senza preavviso. Non c’era più traccia della calma di prima: spingeva il cazzo grosso fino in fondo, sbattendomi la cappella contro la gola. Sentivo il rumore bagnato e osceno che faceva ogni volta che entrava e usciva, il suono soffocato dei miei conati, il gorgoglio della bava che mi riempiva la bocca e mi colava sul mento.
«Glk… glk… glk…»
Non riuscivo a respirare. Tossivo, soffocavo, gli occhi mi si riempivano di lacrime che iniziavano a scendermi sulle guance. La bava mi colava copiosa dalle labbra, lungo il mento, sul petto nudo. Ogni spinta mi faceva sobbalzare, il naso mi si tappava per il muco, tossivo violentemente intorno al suo cazzo ma lui non si fermava. Mi teneva la testa ferma e continuava a fottermi la gola senza pietà, con colpi profondi e regolari.
Per circa un minuto intero mi usò così, brutalmente, mentre il telefono registrava tutto: i miei rumori strozzati, i conati, i colpi umidi della carne contro la mia faccia, i suoi grugniti bassi di piacere.
«Ecco… sentite come soffoca… brava troia… prendilo tutto…» mormorava lui ogni tanto, più per gli amici che per me.
Quando finalmente staccò la registrazione, aveva il respiro affannato. Riaccese il microfono del gioco e mandò subito l’audio nel gruppo.
Questa volta la reazione fu ancora più forte. Gli amici impazzirono.
«Porca puttana!» «Si sente che sta soffocando sul serio!» «Giuseppe sei un dio, scopala così!» «Falle sentire chi comanda!» «Dai, trattala da puttana vera!»
Da quel momento l’atmosfera cambiò completamente. Gli amici iniziarono a incitarlo senza sosta, urlando consigli volgari, ridendo, spingendolo a esagerare. E Giuseppe ci prese gusto sul serio.
Mi trattò ancora più da puttana.
Tirò fuori il cazzo dalla mia bocca solo per un secondo, mi diede due schiaffetti leggeri sulla guancia bagnata di bava e ordinò:
«Apri di più, troia. Voglio che sentano quanto sei brava a farti usare.»
Poi ricominciò a scoparmi la bocca con ancora più forza, spingendo più a fondo, tenendomi il naso premuto contro il suo pube per secondi interminabili. Ogni volta che tossivo o soffocavo, rideva e diceva agli amici:
«Sentite? Sta soffocando di nuovo… che brava puttana.»
Io ero completamente perso. Il cervello annebbiato dall’umiliazione, dal sapore del suo cazzo, dall’odore forte che saliva dal suo corpo. Il mio cazzo pulsava dolorosamente, duro come mai, con una goccia di liquido che mi colava sulla coscia. Godo come un matto. Ogni insulto, ogni spinta violenta, ogni risata degli amici che arrivava dall’auricolare mi mandava una scarica di eccitazione dritta allo stomaco. Mi sentivo sporco, usato, degradato… e non volevo che finisse.
Giuseppe continuava a parlare con loro mentre mi fotteva la gola senza pietà, alternando spinte profonde a momenti in cui mi lasciava respirare solo per farmi tossire e sbavare ancora di più.
«Sentite come gorgoglia… è tutta bagnata di bava… brava, così… prendilo fino in fondo, puttana.»
Io rimanevo lì sotto, nudo, in ginocchio, con le mani ferme sulle ginocchia, obbediente, mentre lui mi usava come un oggetto davanti ai suoi amici senza che loro sapessero chi fossi realmente.
Dopo un po’ Giuseppe accelerò il ritmo, tenendo la mia testa bloccata con entrambe le mani. Il suo cazzo pulsava forte contro la mia lingua, gonfio e bollente. Spinse fino in fondo un’ultima volta, tenendomi il naso premuto contro il suo pube, e venne con un grugnito basso e prolungato.
Sentii gli schizzi caldi e densi esplodermi direttamente in gola, uno dopo l’altro. Ingoiai tutto quello che potevo, tossendo e soffocando intorno al suo cazzo, mentre qualche goccia mi colava comunque dalle labbra. Lui rimase dentro ancora qualche secondo, svuotandosi completamente, poi finalmente mi lasciò andare.
Con il respiro pesante, spense il microfono del gioco, salutò gli amici con voce ancora roca: «Ragazzi, devo andare… ci sentiamo dopo.»
Dall’auricolare arrivarono ancora fischi e risate: «Presentacela questa troia!» «Dai, fai vedere chi è!» «Vogliamo conoscerla!»
Giuseppe rise piano, ancora con il cazzo mezzo duro che mi sfiorava la guancia. «Ci penserò… magari un’altra volta. Buonanotte, coglioni.»
Chiuse tutto, tolse le cuffie e si lasciò andare contro lo schienale della sedia per qualche secondo, gli occhi chiusi. Poi abbassò lo sguardo su di me, ancora in ginocchio sotto la scrivania, il viso bagnato di bava, lacrime e sperma, il petto che si alzava e abbassava velocemente.
«Puoi segarti adesso» disse semplicemente.
Non aspettai nemmeno un secondo. La mia mano volò sul mio cazzo dolorosamente duro. Tre, quattro colpi veloci e venni come un animale, schizzando sulla pancia, sulle cosce e sul pavimento sotto la scrivania. L’orgasmo fu così intenso che mi tremarono le gambe e mi sfuggì un gemito strozzato.
Giuseppe mi guardò venire con un mezzo sorriso, poi mi indicò il bagno con un cenno della testa. «Vai a darti una sistemata.»
Mi alzai sulle gambe molli, raccolsi i miei vestiti e andai a farmi la doccia. L’acqua calda lavò via tutto: la bava, lo sperma, il sudore, le lacrime. Mentre mi insaponavo non riuscivo a smettere di ripensare a quello che era successo, al suono della mia gola che gorgogliava registrato e mandato agli amici, alle loro risate, alle parole di Giuseppe. Mi sentivo sporco, usato… e stranamente euforico.
Quando tornai in camera, pulito e con solo l’asciugamano intorno alla vita, Giuseppe si era già buttato sul letto. Era sdraiato sulla schiena, completamente nudo, con le gambe aperte e il cazzo moscio che gli riposava pesante sulla coscia. Mi fece un cenno con la mano.
«Vieni qui. Sdraiati vicino a me.»
Obbedii. Mi tolsi l’asciugamano e mi sdraiai accanto a lui, il corpo ancora caldo per la doccia. Giuseppe mi passò un braccio intorno alle spalle e mi attirò un po’ più vicino, in una posizione quasi intima. Per qualche secondo rimase in silenzio, poi iniziò a parlare, come se stesse ragionando ad alta voce, con un tono calmo, riflessivo, quasi curioso.
«Ma quanto sei troia?» disse piano, senza guardarmi, gli occhi fissi sul soffitto. «Dico davvero… ci pensi mai a quanto sei sottomesso? Io ti dico “in ginocchio” e tu ti metti in ginocchio. Ti dico “succhia” e tu succhi. Ti dico “non toccarti” e tu tieni le mani sulle ginocchia anche se stai morendo dalla voglia. Ti scopo la bocca davanti ai miei amici, ti faccio soffocare, ti riempio di bava e tu… tu godi. Ti vedo il cazzo duro tutto il tempo. Ti vedo tremare quando ti umilio.»
Fece una pausa breve, poi continuò, la voce bassa e lenta, come se stesse mettendo insieme i pezzi di un ragionamento.
«All’inizio pensavo che fosse solo un gioco, che ti piacesse un po’ il ruolo della troietta sottomessa. Invece no… è proprio la tua natura. Tu hai bisogno di essere usato. Hai bisogno che qualcuno ti comandi, che ti tratti come un oggetto, che ti dica esattamente cosa fare. E più ti tratto male, più ti spingo, più ti umilio… più ti ecciti. È incredibile. Ti ho messo sotto la scrivania come una puttana qualsiasi, ti ho pisellato in faccia mentre giocavo, ti ho fatto registrare mentre soffocavi sul mio cazzo… e tu sei venuto in due secondi appena ti ho dato il permesso di toccarti.»
Rise piano, una risata quasi incredula, e mi accarezzò lentamente il petto con la mano.
«Sei proprio fatto così. Un bravo ragazzo timido fuori, ma dentro sei una troia sottomessa fatta e finita. Ti piace essere la mia pompinara personale. Ti piace quando ti uso senza nemmeno chiederti se ti va, quando ti tratto come se il tuo unico scopo fosse svuotarmi i coglioni. E la cosa più bella è che non fingi. Non reciti. Tu ci godi davvero. Lo vedo da come mi guardi, da come obbedisci all’istante, da come ti bagni tutto quando ti chiamo troia.»
Si girò leggermente verso di me, gli occhi verdi che mi fissavano con una curiosità sincera, quasi affettuosa.
«Dimmi la verità… ti eccita sentirti dire queste cose, vero? Sapere che ti ho capito fino in fondo. Che so esattamente che tipo di puttana sei.»
Io non sapevo cosa rispondere. Una parte di me voleva offendersi, difendersi, dire che non era così. Ma aveva ragione. Ogni parola che diceva mi entrava dentro e mi faceva pulsare di nuovo l’inguine, anche se ero appena venuto. Non potevo negarlo. Ero eccitato. Ero sottomesso. Ero esattamente ciò che lui stava descrivendo.
Rimasi in silenzio, il respiro un po’ accelerato, mentre Giuseppe continuava a guardarmi, aspettando una mia reazione, con quel sorriso calmo e consapevole sulle labbra.
Giuseppe rimase in silenzio per qualche secondo, osservandomi con quegli occhi verdi calmi ma intensi. Poi si girò completamente verso di me, appoggiandosi su un gomito. La sua mano mi accarezzava ancora lentamente il petto, scendendo ogni tanto fino alla pancia, come per ricordarmi che ero nudo accanto a lui.
«Non rispondi?» mi chiese, la voce bassa e gentile, ma con una nota di comando che non ammetteva davvero un rifiuto. «Dai… dimmi la verità. Lo so che ce l’hai sulla punta della lingua. Dimmi che ho ragione.»
Io tentennai. Il cuore mi batteva forte nel petto. Aprii la bocca, ma ne uscì solo un respiro incerto. Balbettai qualcosa di vago: «Io… non so… cioè…»
Lui sorrise, paziente ma deciso. Mi mise due dita sotto il mento e mi sollevò leggermente il viso, costringendomi a guardarlo negli occhi.
«Shh. Niente “non so”. Dimmi quello che sei. Dimmi che ho ragione. Dimmi che sei una troia.»
Arrossii violentemente. Le parole mi sembravano troppo crude, troppo definitive. Mi sentivo nudo non solo nel corpo, ma anche dentro. Tentai di distogliere lo sguardo, ma lui non me lo permise.
«Avanti» insistette, la voce sempre gentile ma più ferma, dominante. «Dillo. “Hai ragione, Giuseppe. Sono una troia.”»
Deglutii a fatica. La gola mi faceva ancora male per prima. Le guance bruciavano. «Io… ho… hai ragione tu…» balbettai, la voce bassissima.
Lui scosse piano la testa, con un mezzo sorriso. «No. Dillo bene. Tutto intero. Guardami negli occhi e dillo.»
Presi un respiro profondo, tremando un po’. «Hai… hai ragione, Giuseppe. Sono… sono una troia.»
Pronunciare quelle parole ad alta voce mi fece sentire un’ondata di umiliazione così forte che per un attimo pensai di fermarmi. Ma lui annuì lentamente, soddisfatto, e mi accarezzò la guancia con il pollice.
«Bravo. Continua. Dimmi che sei la mia troia.»
Esitai ancora, le labbra che tremavano. Lui mi guidò con pazienza, senza fretta, ma senza mollare.
«Dillo. “Sono la tua troia, Giuseppe.”»
«Sono… sono la tua troia, Giuseppe.» La voce mi uscì più chiara questa volta, anche se incrinata.
Lui sorrise di più, gli occhi che brillavano di approvazione. «Bene. E ti piace? Ti piace essere la mia troia? Ti piace quando ti uso, quando ti umilio, quando ti faccio succhiare il cazzo mentre gioco con i miei amici?»
Sentivo il calore salirmi dal collo fino alle orecchie. Era umiliante ammetterlo così esplicitamente. Eppure, a ogni parola che mi strappava, sentivo qualcosa sciogliersi dentro. Una tensione che non sapevo nemmeno di avere.
«Sì…» mormorai alla fine, la voce sempre più bassa. «Mi… mi piace.»
«Dimmi di più» mi incalzò lui, sempre con quel tono dominante ma stranamente affettuoso. «Dimmi quanto ti piace. Dimmi che ti eccita essere trattato così. Che ti eccita obbedirmi, farti usare, farti chiamare puttana davanti ai miei amici.»
Chiusi gli occhi per un secondo, poi li riaprii e lo guardai. Le parole uscivano piano, una dopo l’altra, come se lui le stesse tirando fuori da me con delicatezza e forza allo stesso tempo.
«Mi piace… mi eccita quando mi comandi. Mi eccita obbedirti. Mi eccita quando mi tratti come una puttana, quando mi fai stare sotto la scrivania, quando mi scopi la bocca senza chiedermelo… Mi eccita sapere che mi usi per svuotarti i coglioni. Mi eccita essere la tua troia sottomessa.»
Ogni ammissione era un piccolo strappo. Umiliante, sì. Ma anche liberatorio. Come se stessi confessando qualcosa che avevo tenuto nascosto persino a me stesso. Più parlavo, più mi rendevo conto di quanto fosse vero. E più lo ammettevo, più il mio cazzo, ancora sensibile dopo l’orgasmo, cominciava a reagire di nuovo.
Giuseppe mi ascoltava attentamente, annuendo ogni tanto, la mano che continuava ad accarezzarmi il petto con movimenti lenti e possessivi.
«Bravissimo» mormorò quando finii. «Vedi? Non è così difficile dire la verità. Sei proprio fatto così. La mia troia personale. E questa cosa tra noi… è speciale, vero? Non è una semplice amicizia. È qualcosa di più profondo. Tu mi dai quello che nessuna ragazza mi ha mai dato senza fare storie, senza drammi. E io ti do quello di cui hai bisogno: qualcuno che ti comandi, che ti usi, che ti faccia sentire esattamente quello che sei.»
Rimasi in silenzio per un lungo momento, il respiro ancora accelerato. Mi sentivo esposto, vulnerabile, ma anche stranamente leggero. Sì, la nostra amicizia era davvero speciale. Non era solo sesso. Era una dinamica intima, potente, in cui io mi arrendevo completamente e lui prendeva il controllo. E in quel momento, sdraiato nudo accanto a lui, dopo aver ammesso tutto ad alta voce, capii che non volevo che finisse.
Giuseppe mi attirò un po’ più vicino, il suo corpo caldo contro il mio, e mi baciò piano sulla fronte.
«Bravo ragazzo» sussurrò.
