Racconti Piccanti
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Da coinquilino a puttanella (parte 2)

Da coinquilino a puttanella (parte 2)

13 Marzo 2026·4 min di lettura

I giorni successivi furono un loop surreale.

Marco sembrava incapace di lasciar andare l’argomento Veronica. Ogni volta che si sedevano a tavola per cena – pasta al pomodoro o pizza surgelata – o quando guardavano una serie sul divano, tornava lì: «Non ci credo ancora, Ale. Cioè, tutte le ragazze con cui sono stato prima… giuro, le facevo impazzire. Urlavano, mi graffiavano la schiena, mi chiedevano di non fermarmi. E questa mi molla perché “fa male”? Ma che cazzo…»

Alberto ascoltava in silenzio, annuendo ogni tanto, ma dentro di sé era altrove. Ogni volta che Marco pronunciava la parola “cazzo”, o descriveva una scopata passata con quel tono tra l’incredulo e il vantato, Alberto rivedeva la scena di quella sera: l’asta pesante che ricadeva sulla coscia, la vena pulsante, il glande gonfio e lucido. Gli si seccava la gola. Si ritrovava a stringere le cosce sotto il tavolo, a spostarsi sul cuscino per non far notare l’erezione che tornava puntuale come un orologio.

Marco se ne accorgeva. Non lo diceva mai apertamente, ma lo sguardo gli cadeva ogni tanto sui pantaloncini di Alberto, sul modo in cui si mordeva il labbro inferiore, sul rossore che non riusciva a nascondere.

Un pomeriggio di metà settimana, tornati entrambi da lezioni e palestra, si ritrovarono in cucina. Marco stava scolando la pasta, Alberto appoggiato al mobile con una tazza di tè in mano. Silenzio confortevole, rotto solo dal rumore dell’acqua che gorgogliava nello scolapasta.

Poi Marco, senza girarsi: «Sai che ti dico? Forse il problema non ero io. Forse era lei che non sapeva prenderlo.»

Alberto quasi si strozzò con il tè.

Marco si voltò, asciugandosi le mani nel canovaccio. Lo guardò dritto negli occhi. «Tu che ne pensi, Ale? Secondo te è normale mollare uno per quello?»

Alberto abbassò lo sguardo sulla tazza. «Boh… non lo so… magari per alcune è davvero troppo…»

«Troppo.» Marco ripeté la parola come se la stesse assaporando. Fece un passo verso di lui, si appoggiò al bancone proprio accanto. Era vicinissimo. L’odore di sudore pulito e deodorante lo avvolse. «E tu? Tu lo prenderesti?»

Alberto alzò gli occhi di scatto. Il cuore gli esplose nel petto.

Marco non sorrideva più. Era serio, ma con quella luce divertita negli occhi che ormai Alberto conosceva fin troppo bene. «Dai, non fare il timido. Te l’ho già fatto vedere. Dimmi la verità: è grosso anche per te?»

Alberto sentì le guance andare a fuoco. «È… è bello grosso, sì.»

«Bello grosso.» Marco rise piano, scuotendo la testa. «Cazzo, sembri un bambino che ha visto Babbo Natale.» Si avvicinò ancora di un passo. Alberto era con le spalle al mobile, non poteva arretrare. «Dimmi la verità, Ale. Cosa c’è che non va? Da giorni sei strano. Arrossisci, balbetti, ti agiti. È per quello che ti ho fatto vedere?»

Alberto abbassò lo sguardo. «No… cioè… sì… boh…»

Marco inclinò la testa. «Sei vergine?»

La domanda arrivò come uno schiaffo leggero.

Alberto deglutì. Sentiva gli occhi pizzicare. «Non proprio…»

«Non proprio?»

«Cioè… non sono mai stato con un ragazzo. Fino in fondo, intendo. L’unica volta… è stato con il mio migliore amico, al liceo. Eravamo ubriachi. Gli ho… gli ho fatto solo un pompino. Tutto lì.»

Marco rimase zitto per qualche secondo. Poi, con una voce più bassa: «E il mio? Lo prenderesti?»

Alberto alzò gli occhi, incredulo. Marco lo stava guardando con un’intensità che lo inchiodava.

«Io… non lo so… è grosso… però… sì. Proverei.» La confessione gli uscì in un sussurro roco. «È un bel cazzo, Marco. Davvero.»

Marco annuì lentamente, come se stesse registrando l’informazione. Poi si passò una mano tra i capelli. «Sai, io sono etero, Ale. Al cento per cento. Non ho mai guardato un ragazzo in quel modo. Però…»

Fece una pausa.

«Però tu ai miei occhi non sei proprio un ragazzo.»

Alberto sbatté le palpebre. «Come sarebbe?»

Marco scrollò le spalle, con un mezzo sorriso. «Dai, lo sai. Sei… diverso. Hai la voce dolce, i gesti morbidi, ti vesti come una principessina. Quando ti vedo girare per casa coi calzini a cuoricini o con quella felpa rosa pallido… cazzo, non sembri un maschio. Sembri… boh… una cosa carina da scopare.»

Le parole colpirono Alberto come una secchiata d’acqua fredda e bollente allo stesso tempo.

Si sentì umiliato. Profondamente. Eppure, tra le gambe, il sesso gli si indurì all’istante, dolorosamente, spingendo contro la stoffa dei pantaloncini da casa.

Marco se ne accorse. Abbassò lo sguardo, vide il rigonfiamento evidente, e rise – una risata bassa, quasi crudele, ma senza cattiveria vera.

«Vedi? Ti piace pure quando ti dico queste cose.» Si avvicinò ancora, fino a sfiorargli il petto con il proprio. «Ti eccita sapere che ti vedo come una fighetta, vero?»

Alberto tremava. Non riusciva a parlare. Aveva la bocca asciutta, il respiro corto, e un nodo di vergogna e desiderio che gli stringeva lo stomaco.

Marco gli sfiorò la guancia con il dorso delle dita – un gesto quasi tenero, in contrasto con le parole di poco prima. «Tranquillo, nano. Non ti scopo mica… per ora.»

Si staccò, tornò al fornello come se niente fosse, scolò la pasta e la buttò nella padella.

«Mangiamo?» disse, con il tono di sempre. «Ho fame.»

Alberto rimase fermo contro il mobile per un pezzo, con le gambe molli e il cuore che ancora galoppava.

Sapeva che Marco aveva ragione. Quelle parole lo avevano ferito. E lo avevano fatto eccitare come mai in vita sua.

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