Racconti Piccanti
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Smettila di fingere

Smettila di fingere

13 Marzo 2026·7 min di lettura

Eccomi qua, Matteo, ventidue anni, universitario del cazzo che passa più tempo a fissare il soffitto che a vivere davvero. Studio economia, ma non chiedermi perché, tanto non lo so nemmeno io. Vivo in un appartamento minuscolo, un buco di due stanze che puzza di umidità e caffè freddo, appena fuori dal centro. Sono sempre stato il tipo silenzioso, quello che arrossisce se una ragazza gli sorride per sbaglio. Sul sesso? Zero esperienza. Non è che non ci penso, eh, ci penso eccome, ma non ho mai avuto il coraggio di fare il primo passo. Sempre single, sempre a guardarmi allo specchio chiedendomi se sono normale.

Poi, tre mesi fa, è arrivato lui. Gabriele, mio cugino di secondo grado, ventinove anni, grafico freelance con un fisico da nuotatore che sembra uscito da un cartellone pubblicitario. Alto, spalle larghe, braccia definite, un tatuaggio che spunta appena sopra l’elastico delle mutande. E quel carisma da stronzo, sai, quello che ti fa incazzare ma allo stesso tempo ti tiene inchiodato. Si è trasferito da me per un progetto di lavoro nella mia città. “Solo tre mesi, Matte, non ti rompo troppo,” mi ha detto con quel sorriso che ti disarma, anche se sai che sta per sparare una delle sue battute taglienti.

Le prime settimane sono state tranquille, ma lui non ci ha messo molto a iniziare con le prese in giro. Eravamo in cucina, io con un libro in mano, lui che si scaldava un piatto di pasta avanzata. “Cazzo, Matte, sembri un monaco… quando hai scopato l’ultima volta?” mi ha chiesto, con la forchetta a mezz’aria e un ghigno sul volto. Io ho riso, imbarazzato, borbottando qualcosa tipo “Boh, non lo so, non ci penso.” Ma lui ha insistito, appoggiandosi al bancone, guardandomi dritto negli occhi. “Sul serio? Mai? Dai, non ci credo, sembri uno che si sega pensando alle suore.” Ho sentito le guance avvampare, ma non ho saputo rispondere. È andata avanti così, ogni giorno una battuta, ogni giorno un po’ più pesante.

Poi ha iniziato con le provocazioni fisiche. Camminava per casa in mutande, quelle aderenti che gli segnano tutto, e io facevo finta di non guardare, ma cazzo, era impossibile non notare quel pacco. Una volta si è toccato davanti a me, come per “sistemarsi”, ma lo ha fatto lentamente, guardandomi fisso. “Ti vedo che sbavi, cuginetto,” mi ha detto, con quel tono che è un misto di scherno e invito. Io ho negato, ovviamente, “Ma che dici, smettila,” ma la voce mi tremava. La verità? Di notte, chiuso in camera, mi masturbavo pensando a lui. Immaginavo quelle mani forti, quella voce che mi ordinava cosa fare. Mi sentivo un idiota, ma non riuscivo a smettere.

La tensione è cresciuta piano, giorno dopo giorno. Ogni sguardo, ogni battuta, ogni sfioramento “casuale” in corridoio mi mandava il cervello in tilt. Mi chiedevo se stessi impazzendo, se fosse normale provare questa attrazione per uno come lui, per un cugino, per un uomo. Ma più ci pensavo, più il desiderio mi mangiava dentro. Fino a quella sera, quella in cui tutto è esploso.

Ero appena uscito dal bagno, con l’asciugamano intorno alla vita, quando me lo sono trovato davanti in corridoio. Era a torso nudo, i capelli ancora bagnati dalla doccia, l’odore di sapone che mi arrivava dritto al naso. Mi ha bloccato, appoggiando una mano al muro accanto alla mia testa. “Smettila di fingere, Matte… lo vedo come mi guardi. Inginocchiati e succhiamelo, lo vuoi da giorni.” Il cuore mi è salito in gola, ho provato a dire qualcosa, ma le parole non uscivano. Ho scosso la testa, debolmente, ma lui non si è mosso. “Non fare il timido ora,” ha aggiunto, abbassando la voce. Alla fine, con le gambe che tremavano, mi sono inginocchiato. Non so perché ho ceduto, forse perché una parte di me lo desiderava davvero, forse perché ero stanco di resistere. Gli ho abbassato le mutande, e quando ho visto il suo cazzo, duro e grosso, ho sentito un misto di paura e eccitazione. “Bravo… proprio così… succhia come una brava troietta,” mi ha detto, con un tono che era quasi dolce, ma mi ha fatto arrossare di vergogna. E io l’ho fatto, goffamente all’inizio, poi seguendo i suoi gemiti, le sue mani che mi guidavano stringendomi i capelli.

Per giorni è andata avanti così. Ogni sera, dopo cena, lui mi cercava. “Vieni qua, Matte,” e io cedevo, sempre in silenzio, sempre con quel mix di imbarazzo e desiderio. Mi sentivo usato, ma allo stesso tempo vivo come non mai. Finché una sera, dopo un paio di settimane, ha deciso di alzare il livello.

Eravamo in salotto, io sul divano con il telefono in mano, lui che mi fissava dall’altra parte della stanza. “Basta giochini, cuginetto. Stanotte vieni in camera mia.” Il tono non ammetteva repliche. Ho provato a dire qualcosa, ma lui ha alzato una mano. “Non fare storie, lo sai che lo vuoi.” E aveva ragione, cazzo, aveva ragione. Sono andato in camera sua con il cuore che mi batteva all’impazzata, non sapendo cosa aspettarmi, ma già eccitato al solo pensiero.

Appena entrato, mi ha spinto verso il letto. “Togliti tutto,” mi ha ordinato, e io ho obbedito, sentendomi vulnerabile ma incapace di dire di no. Ha preso una cintura dalla sedia, me l’ha legata intorno ai polsi, stringendo appena. “Così non scappi,” ha detto con un sorrisetto. Mi ha fatto piegare sul letto, a pancia in giù, il culo in aria, le mani legate davanti a me. Ho sentito il suo peso sul materasso, il suo respiro vicino al mio orecchio. “Rilassati, Matte, ci penso io a te,” ha mormorato, ma la sua voce aveva un tono che mi faceva tremare.

Ha iniziato a sfiorarmi, prima la schiena, poi più giù, con le mani ruvide che mi accarezzavano il culo. Mi ha aperto le natiche, e ho sentito qualcosa di freddo, un lubrificante, credo, che mi spalmava con le dita. “Cazzo, sei stretto,” ha detto, ridendo piano, mentre un dito entrava dentro di me, lentamente, facendomi sobbalzare. “Piano,” ho borbottato, ma lui ha continuato, aggiungendo un secondo dito, muovendoli dentro e fuori con calma, preparandomi. Mi bruciava, ma allo stesso tempo sentivo un calore strano, un piacere che non avevo mai provato. “Bravissimo, così,” mi sussurrava, e io stringevo i denti, cercando di non gemere troppo forte.

Dopo un po’, ho sentito il rumore di un preservativo che si apriva, poi il suo corpo che si posizionava dietro di me. Mi ha afferrato per i capelli, tirandomi la testa indietro. “Adesso ti scopo per bene, Matte. Urla il mio nome, dimmi che sei il mio buco personale,” ha detto, con quella voce bassa che mi faceva impazzire. Ho sentito la punta del suo cazzo spingere contro di me, e quando è entrato, lento ma deciso, ho trattenuto il fiato per il dolore. “Cazzo, Gabriele… fa male,” ho detto a denti stretti, ma lui non si è fermato, spingendo ancora, centimetro dopo centimetro, finché non è stato tutto dentro. “Rilassati, troietta, ci sei quasi,” mi ha detto, dandomi uno schiaffetto leggero sul culo. Poi ha iniziato a muoversi, prima piano, poi più forte, tenendomi per i capelli con una mano e per i fianchi con l’altra. Ogni spinta mi faceva gemere, un misto di dolore e piacere che mi mandava fuori di testa.

“Urla il mio nome, forza,” mi ha ordinato, e io, con la voce spezzata, ho detto: “Gabriele… sì… sfondami… sono tuo.” Le parole mi uscivano a fatica, ma lui ha riso piano, soddisfatto, aumentando il ritmo. Lo sentivo tutto, il suo cazzo che mi riempiva, il rumore dei nostri corpi che sbattevano, l’odore di sudore e sesso che impregnava la stanza. Mi sentivo suo, completamente, e non mi importava di nient’altro. A un certo punto, senza nemmeno toccarmi, ho sentito un’ondata di piacere montare dal profondo, un orgasmo diverso da qualsiasi altro, che mi ha fatto tremare sotto di lui. “Cazzo, sto venendo,” ho gemuto, e lui ha riso di nuovo, spingendo ancora più forte. “Visto? Alla fine hai ceduto… e ora non ti mollo più,” ha detto, mentre sentivo il suo corpo irrigidirsi, il suo respiro diventare un ringhio basso mentre veniva dentro di me, riempiendomi con un ultimo affondo.

È rimasto fermo per un momento, ansimando, poi si è tirato fuori lentamente, lasciandomi vuoto e tremante sul letto. Mi ha slegato i polsi, massaggiandomi la pelle arrossata. “Tutto bene, cuginetto?” mi ha chiesto, con quel tono strafottente ma con un’ombra di cura. Ho annuito, senza guardarlo, ancora con il fiato corto. Non so cosa succederà domani, ma in questo momento, steso qui, con il corpo dolorante e la mente vuota, non mi importa. So solo che lo rifarei.

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