Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Roberto: uno zio molto sottomesso

Roberto: uno zio molto sottomesso

13 Marzo 2026·6 min di lettura

Giulia era tornata a casa per le vacanze estive, fresca di diciannove anni, con quel piercing al naso che brillava come un trofeo di ribellione. Era una ragazza che non passava inosservata: capelli corti tinti di un rosso fuoco, occhi verdi che ti trafiggevano, un corpo snello ma con curve che sapevano farsi notare sotto magliette aderenti e jeans strappati. Aveva un atteggiamento che gridava controllo, come se il mondo le appartenesse e lei lo sapesse fin dalla nascita. Suo zio Roberto, invece, era l’esatto opposto. Quarantotto anni, professore universitario di letteratura, un uomo alto e magro, con occhiali spessi e capelli grigi che iniziavano a diradarsi. Sempre educato, sempre impacciato, con quel modo di parlare lento e riflessivo che lo faceva sembrare perennemente fuori posto. Era lui ad averla cresciuta dopo la morte della sorella, quand’era ancora una bambina, e per anni era stato la sua roccia. Ma adesso, con Giulia adulta, qualcosa stava cambiando nell’aria di quella vecchia casa di campagna.

Era una sera afosa di luglio, e Roberto era nel suo studio, chino su un manoscritto, quando Giulia entrò senza bussare. Indossava una canottiera bianca che lasciava poco all’immaginazione e un paio di shorts di jeans. Si appoggiò alla scrivania con un sorrisetto furbo. “Zio, che fai sempre chiuso qui dentro? Non ti annoi?” La voce era carica di una malizia che lui non seppe subito interpretare. Roberto arrossì, come faceva spesso in sua presenza ultimamente, e mormorò qualcosa su un articolo da consegnare. Ma Giulia non mollava. Si avvicinò al suo computer, lasciato aperto per distrazione, e con un clic aprì la cronologia. “Oh, guarda un po’… siti di femdom? Ma dai, zio, non me l’aspettavo da te.” Il tono era ironico, ma gli occhi brillavano di qualcosa di pericoloso. Roberto si alzò di scatto, il viso paonazzo, cercando di balbettare una scusa, ma lei lo interruppe. “Zio, sei arrossito… non è che pensi a me nuda quando guardi questa roba?” La frase lo colpì come uno schiaffo, lasciandolo senza parole, mentre dentro di lui si scatenava un misto di vergogna e un’attrazione che non voleva ammettere nemmeno a sé stesso.

Nei giorni successivi, Giulia iniziò a giocare con lui, un gioco lento e crudele. Ogni sguardo, ogni parola era un’arma. Durante la cena gli sfiorava la gamba con il piede sotto il tavolo, guardandolo con un sorriso innocente. “Passami il sale, zio,” diceva, mentre lui si irrigidiva, incapace di ignorare il calore del suo tocco. Roberto cercava di resistere, di ricordarsi che era sua nipote, che l’aveva cresciuta, ma più ci pensava, più si sentiva intrappolato. Lei, invece, si divertiva a spingerlo al limite, a vedere quanto potesse piegarlo. Una sera, mentre erano soli in salotto, gli si sedette accanto sul divano, così vicina che il suo profumo di vaniglia gli arrivava dritto al cervello. “Dai, zio, non fare il timido. Dimmi cosa ti piace di quelle donne che comandano. Non lo dico a nessuno.” La sua voce era un sussurro, ma aveva la forza di un ordine. Roberto, con il cuore che gli martellava nel petto, cercò di sviare, ma lei insistette, ridendo piano. “Non mi freghi. Lo so che muori dalla voglia di confessare.” E alla fine, con la gola secca e le mani che tremavano, lui cedette, raccontandole a mezza voce fantasie che non aveva mai osato dire ad alta voce.

Quella confessione fu il punto di non ritorno. Giulia prese il controllo con una naturalezza disarmante. “Facciamo un gioco,” gli propose una sera, tirando fuori due cravatte dal suo armadio. “Niente di strano, solo per ridere.” Lo convinse a sdraiarsi sul letto, ancora vestito con la camicia e i pantaloni, e gli legò i polsi alla testiera con un nodo stretto. Roberto, sudato e nervoso, non protestò, anche se dentro di sé sapeva che stava varcando una linea pericolosa. Lei si sedette a cavalcioni sulle sue cosce, senza toccarlo davvero, e iniziò a parlargli con quel tono autoritario che lo faceva rabbrividire. “Dimmi quanto ti piace essere sottomesso, zio. Dai, non mentire.” Le sue mani scivolarono lente lungo la camicia, slacciando un bottone alla volta, mentre lui ansimava, incapace di distogliere lo sguardo dai suoi occhi. Poi, con una calma studiata, gli abbassò la zip dei pantaloni, liberandolo. “Oh, guarda come sei già duro,” disse con un ghigno, iniziando a toccarlo con movimenti lenti, quasi pigri. Ogni volta che lui sembrava sul punto di venire, lei si fermava, lasciandolo a gemere di frustrazione. “Non ancora, zio. Devi guadagnartelo.” Questo gioco andò avanti per ore, con lei che alternava carezze e parole dure, portandolo al limite e poi tirandosi indietro. A volte usava la bocca, solo la punta della lingua, sfiorandolo appena, e lui si contorceva sotto di lei, implorando un sollievo che non arrivava.

La notte clou arrivò qualche giorno dopo, quando la casa era silenziosa e vuota, avvolta dall’oscurità. Giulia entrò nella stanza di Roberto senza bussare, indossando solo una maglietta oversize che le arrivava a malapena alle cosce. “Spogliati, zio. Tutto,” ordinò, e lui obbedì, tremando, mentre si toglieva la camicia e i pantaloni, restando nudo davanti a lei. La sua figura alta e magra sembrava ancora più vulnerabile senza vestiti, con il petto leggermente incavato e la pelle pallida. Lei prese una cintura di cuoio dalla scrivania e gliela mise al collo, stringendola appena, come un collare improvvisato. “A terra. Gattona fino alla mia stanza.” La voce non ammetteva repliche. Roberto, con il viso in fiamme per l’umiliazione, si mise a quattro zampe, seguendo i suoi passi mentre lei camminava davanti, senza nemmeno guardarlo. Arrivati al suo letto, Giulia si sdraiò, appoggiandosi ai cuscini con un libro in mano. “Sotto la maglietta non ho niente. Vieni qui e leccami mentre leggo. E fai piano, non voglio essere disturbata.” Lui si posizionò tra le sue gambe, sollevando con mani tremanti l’orlo della maglietta. La vista del suo sesso, liscio e già leggermente umido, gli fece girare la testa. Iniziò a leccarla, con movimenti incerti all’inizio, mentre lei leggeva ad alta voce una poesia, fingendo indifferenza totale. Ogni tanto lo fermava con un colpetto sul collo. “Più piano, zio. Non sei mica un cane affamato.” L’odore di lei, dolce e leggermente muschiato, lo inebriava, e il suono della sua voce calma, mentre lo umiliava, lo mandava fuori di testa.

Dopo un tempo che gli sembrò infinito, Giulia chiuse il libro e lo guardò dall’alto. “Implora la tua nipotina di farti venire, zio. Dimmi quanto sei patetico a eccitarti per una ragazzina.” Le lacrime gli rigarono il viso, un misto di frustrazione, vergogna e desiderio insostenibile. “Ti prego, Giulia… sono patetico, lo so, ma ti voglio così tanto… fammi venire, ti prego.” La voce gli si spezzava, ma lei sorrise, soddisfatta. Si alzò, spingendolo a sdraiarsi sul letto, e si tolse la maglietta, restando nuda sopra di lui. Il suo corpo era perfetto agli occhi di Roberto: i seni piccoli ma pieni, i fianchi stretti, la pelle liscia. Si posizionò sopra di lui, prendendolo dentro di sé con una lentezza esasperante, controllando ogni spinta. “Vieni dentro di me, zio… ma ricorda: da ora il tuo orgasmo è mio,” gli sussurrò all’orecchio, mentre accelerava il ritmo, stringendolo con le cosce. Lui non resistette più, il piacere lo travolse come un’onda, e singhiozzò di sollievo, il corpo scosso da spasmi mentre lei continuava a muoversi sopra di lui, assicurandosi di spremere fino all’ultima goccia. Quando tutto finì, Giulia si sdraiò accanto a lui, accarezzandogli i capelli con una dolcezza improvvisa. “Bravo, zio. Sei stato un bravo cucciolo.” E lui, ancora ansimante, si lasciò coccolare, il cervello annebbiato da un mix di emozioni che non riusciva a decifrare, ma che, in quel momento, non aveva alcuna voglia di analizzare.

Lascia un commento