Racconti Piccanti
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Svezzato dalla matrigna da sballo

Svezzato dalla matrigna da sballo

11 Marzo 2026·6 min di lettura

Roberto aveva vent’anni, un fisico asciutto da ragazzo che non ha ancora finito di crescere, con spalle un po’ curve e capelli castani sempre spettinati. Viveva in una casa di periferia con suo padre e Debora, la matrigna. Debora, quarantotto anni, era una di quelle donne che ti fanno girare la testa senza nemmeno provarci. Alta, con curve che sembravano scolpite, un seno prosperoso che tendeva ogni maglietta e un culo sodo che sembrava sfidare la gravità. I suoi occhi verdi erano sempre truccati di nero, e il suo modo di muoversi – sicuro, quasi predatorio – faceva capire che sapeva perfettamente l’effetto che aveva sugli altri. Roberto, poveraccio, non riusciva a smettere di pensarci. Ogni volta che la vedeva girare per casa in leggings aderenti o con una camicia sbottonata appena un po’ troppo, gli partiva il cervello. E sì, finiva sempre nello stesso modo: chiuso in camera sua, con la porta bloccata da una sedia, a farsi una sega immaginandola in ogni posizione possibile.

Era un mercoledì pomeriggio, uno di quei giorni grigi in cui non c’è niente da fare. Roberto era a casa da solo, o almeno così pensava. Suo padre era al lavoro, e Debora doveva essere uscita per qualche commissione. Si era infilato in camera, aveva abbassato le tapparelle e si era messo comodo sul lettino sfatto, pantaloni calati alle caviglie. Con il telefono in una mano, scorreva foto di donne che gli ricordavano lei, ma nella sua testa c’era solo Debora. Si toccava con calma, immaginandola che entrava nella stanza, che gli sorrideva con quel ghigno malizioso che aveva a volte, che gli diceva cose sporche. Il cuore gli batteva forte, il respiro corto, quando all’improvviso la porta si aprì di colpo.

“Ma che cazzo…?” La voce di Debora lo colpì come un pugno. Roberto si tirò su di scatto, cercando di coprirsi con le mani, il viso rosso come un peperone. Lei era lì, sulla soglia, con una borsa della spesa in mano, i capelli mossi che le cadevano sulle spalle e un’espressione che era un misto di sorpresa e… divertimento? Indossava una gonna aderente nera e una camicetta rossa, i tacchi che ticchettavano sul pavimento mentre entrava senza nemmeno chiedere il permesso.

“Scusa, io… non pensavo ci fossi…” balbettò Roberto, mortificato, cercando di tirarsi su i pantaloni con gesti frenetici. Ma Debora alzò una mano, bloccandolo.

“Fermo lì, ragazzino,” disse con un tono che non ammetteva repliche, un sorriso storto sulle labbra. “Non fare il timido adesso. Stavi pensando a me, vero?”

Roberto la fissò, incapace di rispondere. Era come se il cervello gli si fosse spento. Lei chiuse la porta dietro di sé con un calcio leggero, poi si appoggiò al muro, incrociando le braccia sotto il seno, che sembrava ancora più evidente in quella posizione. “Dai, non fare quella faccia. Lo vedo come mi guardi. Non sono cieca. E adesso che ti ho beccato, che ne dici di continuare? Voglio vedere.”

Lui deglutì a fatica, il cuore che gli martellava nel petto. “Che… che vuoi dire?”

“Voglio dire che non ti muovi da lì. Toccati. Fammi vedere come fai quando pensi a me.” Il tono di Debora era fermo, ma c’era una luce nei suoi occhi, una curiosità malsana, come se la situazione la eccitasse. Roberto era in preda al panico, ma c’era qualcosa nella sua voce, nel modo in cui lo guardava, che lo fece restare fermo. Era come se non potesse dire di no. Con le mani tremanti, tornò a toccarsi, lentamente, mentre lei lo fissava senza battere ciglio.

“Bravo, così,” mormorò Debora, avvicinandosi di un passo. “Non sei male, sai? Un po’ goffo, ma ci sai fare.” Si sedette sul bordo del lettino, a pochi centimetri da lui, il profumo del suo profumo dolce e speziato che lo avvolgeva. Roberto si sentiva come un animale in trappola, ma non riusciva a smettere. Il fatto che lei fosse lì, che lo stesse guardando, lo mandava fuori di testa.

Dopo qualche minuto di silenzio imbarazzante, rotto solo dal suo respiro affannoso, Debora si chinò verso di lui. “Vuoi una mano?” chiese, con un tono che era più un ordine che una domanda. Senza aspettare risposta, posò la sua mano sulla sua, guidandolo con movimenti lenti ma decisi. Le sue dita erano calde, curate, con unghie lunghe laccate di rosso. Roberto gemette piano, incapace di trattenersi. Era la prima volta che qualcuno lo toccava così, e il fatto che fosse lei lo faceva impazzire.

“Ti piace, eh?” sussurrò Debora, con un sorrisetto. Poi, senza preavviso, si abbassò e lo prese in bocca, con una lentezza che sembrava studiata apposta per torturarlo. La sua lingua si muoveva con esperienza, avvolgendolo, mentre le sue labbra lo stringevano appena. Roberto si aggrappò alle lenzuola, il respiro che gli si spezzava in gola. “Cazzo…” mormorò, incapace di dire altro. Lei alzò lo sguardo, gli occhi che ridevano mentre continuava, senza fretta, assaporando ogni reazione.

Dopo un po’, si tirò indietro, passandosi una mano sulle labbra. “Dimmi una cosa, Roberto. Sei vergine, vero? Non sei mai stato con una donna.”

Lui annuì, troppo imbarazzato per parlare, il viso ancora più rosso. Debora rise piano, una risata bassa e roca. “Lo immaginavo. Beh, è ora di rimediare. Ti svezziamo per bene.” Si alzò in piedi, slacciandosi la camicetta con gesti lenti, lasciando intravedere un reggiseno di pizzo nero che a stento conteneva il suo seno. Poi si tolse la gonna, rivelando un perizoma abbinato e cosce tornite che sembravano scolpite. Roberto la guardava, ipnotizzato, mentre lei si avvicinava di nuovo al lettino.

“Stenditi,” gli ordinò, e lui obbedì senza fiatare. Debora gli salì sopra, a cavalcioni, le mani appoggiate sul suo petto magro. “Adesso rilassati e lasciami fare,” disse, mentre si abbassava lentamente su di lui, guidandolo dentro di sé con un movimento fluido. Roberto trattenne il fiato, sentendo il calore e la stretta di lei che lo avvolgevano. Era una sensazione che non aveva mai provato, intensa, quasi insostenibile.

“Cazzo, sei stretto,” mormorò lei, con un sorriso soddisfatto, iniziando a muoversi piano, su e giù, con un ritmo che lo faceva impazzire. Le sue mani gli stringevano le spalle, mentre il suo seno ondeggiava a ogni movimento, ancora intrappolato nel pizzo nero. Roberto istintivamente le posò le mani sui fianchi, sentendo la pelle liscia e calda sotto le dita. Il lettino cigolava sotto di loro, un rumore ritmico che si mescolava al loro respiro affannoso e ai gemiti che lei lasciava sfuggire ogni tanto. L’odore del suo profumo si mescolava a quello del sudore, un mix inebriante che gli riempiva i sensi.

“Ti piace, vero? Dimmi quanto ti piace,” gli sussurrò Debora, chinandosi su di lui, i capelli che gli sfioravano il viso. La sua voce era roca, carica di desiderio.

“Sì… cazzo, sì, non smettere,” balbettò Roberto, la voce spezzata. Non riusciva a pensare, poteva solo sentire: il peso di lei sopra di lui, i suoi movimenti che diventavano più veloci, più decisi, il modo in cui lo stringeva ogni volta che si abbassava. Lei rise piano, soddisfatta, e accelerò il ritmo, facendolo gemere più forte.

“Bravo, così, lasciati andare,” lo incitò, mentre si muoveva con più forza, i tacchi che ancora indossava che graffiavano il pavimento ogni tanto quando perdeva l’equilibrio. Roberto sentiva che stava per perdere il controllo, ogni spinta lo portava più vicino al limite. Anche Debora sembrava vicina, il respiro corto, i gemiti più intensi, finché non si irrigidì sopra di lui, lasciando uscire un lungo sospiro di piacere. Quello fu abbastanza per spingerlo oltre: con un ultimo gemito strozzato, si lasciò andare, stringendola con forza mentre tutto il suo corpo tremava.

Rimasero fermi per un momento, ansimando, il sudore che gli bagnava la fronte. Debora si tirò indietro lentamente, scendendo dal lettino con un movimento elegante nonostante tutto. Si sistemò i capelli con una mano, guardandolo con un sorriso storto. “Non male per essere la prima volta, ragazzino,” disse, con un tono che era quasi affettuoso. Roberto, ancora sdraiato, cercava di riprendere fiato, il cuore che gli batteva ancora all’impazzata. Non disse nulla, ma dentro di sé sapeva che non avrebbe mai dimenticato quel momento.

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