Racconti Piccanti
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Riportami le mutandine…

Riportami le mutandine…

11 Marzo 2026·12 min di lettura

Sono le sette di sera e l’ufficio è un cazzo di deserto. Le luci al neon ronzano sopra di me, quel rumore che dopo un po’ ti fa venir voglia di spaccare tutto. Fuori dalle finestre, Roma è già buia, un casino di clacson e fari che si riflettono sul vetro. Io, Noemi, 24 anni e un caratterino che non piace a nessuno, sono ancora qui, a fissare un foglio Excel che non capisco e che non ho nessuna voglia di capire. Ma non è per questo che sono rimasta. No, sono rimasta per lui. Pierpaolo, 37 anni, il nuovo arrivato, quello che sta per sposarsi con una che, a quanto dice, è “dolcissima”. Dolcissima un cazzo. Lo vedo come mi guarda, come si incastra con gli occhi sulle mie cosce quando passo davanti alla sua scrivania con la gonna troppo corta. È timido, impacciato, ma c’è qualcosa in quegli sguardi che mi fa venir voglia di spingerlo al limite, di vedere fino a dove si rompe.

Siamo solo noi due, gli altri se ne sono andati da un pezzo. Lui è seduto a tre metri da me, chino su un mucchio di scartoffie, con la camicia un po’ stropicciata e la cravatta allentata. Ogni tanto alza gli occhi, mi becca che lo fisso e poi distoglie lo sguardo, rosso in faccia. Patetico. Ma anche eccitante, in un modo strano. È come un gioco: io lo provoco, lui cerca di resistere, e io so già che vincerò.

Mi alzo dalla sedia, faccio rumore apposta coi tacchi sul pavimento. Click, click, click. Lui non alza la testa, ma lo vedo irrigidirsi. Mi avvicino alla finestra, fingo di guardare fuori, ma in realtà sto solo mettendo in mostra il culo, sapendo che lui sta sbirciando. Sento il suo respiro cambiare, un po’ più pesante, un po’ più corto. Torno verso la mia scrivania, ma invece di sedermi, mi fermo a metà strada, vicino a lui. Lo guardo dall’alto, con un sorrisetto che dice tutto.

“Non hai ancora finito?” gli chiedo, la voce bassa, un po’ rauca. Non è una domanda vera, è una presa per il culo.

Lui alza gli occhi, finalmente. Ha la faccia di uno che sta cercando di non guardarmi le gambe, ma non ci riesce. “Ehm, no… quasi,” balbetta. “Tu?”

“Io? Io aspetto solo che qualcuno mi dia una ragione per non annoiarmi a morte.” Lo dico lenta, strascicando le parole, e vedo che deglutisce. Forte.

Non risponde subito. Torna a fissare i fogli, ma le sue mani tremano un po’. Io non mi muovo, resto lì, a un metro da lui, con le braccia incrociate sotto il seno, spingendo su la scollatura quel tanto che basta. Sento il cuore che mi batte più veloce, ma non è paura, è adrenalina. È il gusto di vedere quanto ci mette a cedere.

“Pierpaolo,” dico, quasi sussurrando, e lui alza di nuovo gli occhi, spaventato. “Non fare finta di non vedere. Lo so che mi stai guardando da settimane.”

La sua faccia diventa un pomodoro. “No, io… non è vero, io…” Si impappina, e io rido, una risata secca, cattiva.

“Tranquillo, non mordo. Non subito, almeno.” Mi passo una mano sui fianchi, lenta, e vedo che segue il movimento con gli occhi. È fottuto, e lo sa.

È il momento. Lo sento, come un istinto. Voglio spingerlo oltre, voglio vedere se ha le palle di fare qualcosa o se continuerà a fare il santarellino. Mi guardo intorno, l’ufficio è vuoto, le telecamere sono spente da un pezzo. Mi chino un po’ verso di lui, quel tanto che basta perché senta il mio profumo, e poi, senza dire niente, faccio un passo indietro. Mi tiro su la gonna, appena sopra le cosce, e con un movimento rapido e deciso mi sfilo le mutandine. Sono nere, di pizzo, e le tengo in mano per un secondo, guardandolo dritto negli occhi. Lui è pietrificato, la bocca mezza aperta, non respira nemmeno.

Le appoggio sulla sua scrivania, proprio sopra i suoi fogli, e ci metto sopra un biglietto che ho scritto prima, durante una pausa caffè. Sopra c’è il mio indirizzo e una frase: “Riportale a questo indirizzo, tra un’ora.” Non dico niente, gli faccio solo un cenno con la testa, tipo “capito?”, e poi mi giro, prendo la borsa e me ne vado, lasciando il rumore dei tacchi come unica traccia.

Mentre esco dall’edificio, il cuore mi martella nel petto. Non so se verrà. Forse no, forse è troppo codardo, troppo legato alla sua “dolcissima” fidanzata. Ma qualcosa mi dice che non resisterà. Non può. Cammino per le strade di Roma, l’aria fredda mi pizzica la pelle sotto la gonna, ma non mi importa. Ogni passo è un misto di eccitazione e sfida. Mi fermo un attimo davanti a un bar, vedo il mio riflesso nella vetrina: capelli un po’ spettinati, rossetto sbiadito, ma un sorriso che non si spegne. Sembro una che sa quello che vuole, e stasera lo voglio davvero.

Arrivo a casa con il fiato corto, non per la camminata, ma per l’aspettativa. Chiudo la porta dietro di me e mi guardo intorno. L’appartamento è un disastro, come sempre, ma non ho tempo per sistemare. Mi tolgo le scarpe, i piedi pulsano per i tacchi, e mi infilo in bagno. Una doccia veloce, l’acqua calda che mi scorre sulla pelle, scioglie la tensione ma non l’adrenalina. Mi asciugo in fretta, metto un profumo forte, di quelli che ti restano addosso per ore, e indosso una vestaglia di seta nera, lasciandola aperta. Non mi serve altro. Torno in salotto, sposto qualche vestito dal divano e mi siedo, una gamba sopra l’altra, fissando la porta. Ogni rumore dalla strada mi fa sobbalzare: un motorino, una porta che sbatte, voci lontane. Controllo l’orologio. Otto meno dieci. Ancora tempo. Ma dentro di me c’è una voce che dice che verrà. Deve venire.

Alle otto e dieci, il citofono suona. Mi alzo, lentamente, e rispondo. “Chi è?” chiedo, anche se lo so già.

“Sono… sono io. Pierpaolo.” La voce è incerta, spezzata. Sorrido tra me e me.

“Sali,” dico secca, e apro il portone.

Quando entra, lo vedo subito che è un fascio di nervi. Ha ancora la camicia dell’ufficio, ma la cravatta non c’è più. Tiene in mano una busta di carta, e so già cosa c’è dentro. Mi guarda, e i suoi occhi si spalancano quando vede che sono praticamente nuda. La vestaglia scivola via mentre mi avvicino a lui, lasciandola cadere sul pavimento. Non dice niente, ma il suo respiro è rumoroso, quasi un rantolo.

“Le hai portate,” dico, indicando la busta. Non è una domanda, è una constatazione. Lui annuisce, muto, e me la porge. La prendo, la butto sul tavolo senza nemmeno aprirla. “Bravo. Ma non sei qui solo per fare il fattorino, vero?”

“Non… non lo so,” balbetta, passandosi una mano sulla nuca. “Non dovrei essere qui.”

“Eppure ci sei.” Mi avvicino di un passo, tanto che sento il calore del suo corpo. Ha un odore di sudore leggero, misto a colonia da quattro soldi. Non è spiacevole, è reale. Gli metto una mano sul petto, sopra la camicia, e sento il cuore che gli batte come un tamburo. “Rilassati. Non ti mangio. Non ancora.”

Ride, una risata nervosa, e scuote la testa. “Sei pazza, Noemi. Sul serio.”

“E tu sei un cagasotto. Ma sei qui. Quindi deciditi.” Lo dico guardandolo dritto negli occhi, e vedo che lotta con sé stesso. Vuole andarsene, ma vuole anche restare. E io lo so che vincerà il secondo desiderio.

Gli prendo la mano, la guido sul mio fianco nudo. La sua pelle è ruvida, trema un po’, ma non si tira indietro. “Senti qua,” gli sussurro, vicina al suo orecchio. “Non è quello che guardi da settimane?”

Lui non risponde, ma la sua mano si stringe un po’, quasi involontariamente. Lo spingo indietro, verso il divano, e lui si lascia guidare, come un burattino. Si siede, goffo, e io mi metto sopra di lui, a cavalcioni, senza toccarlo del tutto, solo sfiorandolo. La sua faccia è a pochi centimetri dalla mia, vedo il sudore sulla fronte, gli occhi che non sanno dove guardare.

“Guardami,” gli dico, e lui lo fa. “Non fare il timido adesso. È troppo tardi.”

“Non è giusto,” mormora, la voce roca. “Sto per sposarmi, cazzo.”

“E allora vattene.” Lo dico con un sorrisetto, ma non mi muovo. So che non lo farà. E infatti non lo fa. Le sue mani salgono sui miei fianchi, lente, come se stesse ancora decidendo. Io mi chino su di lui, gli sfioro il collo con le labbra, sento il suo respiro che si spezza. Gli slaccio la camicia, un bottone alla volta, prendendomi tutto il tempo del mondo. La sua pelle è calda, un po’ appiccicosa di sudore. Gli passo una mano sul petto, scendo verso la cintura, e sento che si irrigidisce, ma non mi ferma.

“Ti tremano le mani,” gli dico, ridendo piano. “Paura?”

“Vaffanculo,” borbotta, ma c’è un mezzo sorriso sulla sua faccia. È la prima volta che lo vedo così, meno impacciato, più incazzato. Mi piace.

Gli slaccio la cintura, faccio scendere i pantaloni quel tanto che basta. Lui mi guarda, il respiro corto, e vedo che sta cercando di mantenere un minimo di controllo, ma è una battaglia persa. Mi chino di nuovo, gli mordo piano il lobo dell’orecchio, e sento un gemito basso, soffocato. “Shh,” gli sussurro. “Non fare rumore. Non ancora.”

Le mie mani scendono, lo tocco attraverso i boxer, e lui si lascia sfuggire un suono strozzato. È duro, lo sento subito, e questo mi fa venir voglia di giocare ancora di più. Mi muovo sopra di lui, sfregandomi piano, senza fretta, guardandolo in faccia per vedere ogni reazione. Ha gli occhi socchiusi, la bocca mezza aperta, e sta stringendo il bracciolo del divano come se fosse l’unica cosa che lo tiene ancorato alla realtà.

“Non stringere così forte,” gli dico, con una risata bassa. “Sembri uno che sta per crollare.”

“Sto bene,” risponde, ma la voce gli trema. “Fai quello che vuoi, tanto…”

“Tanto cosa?” Lo stuzzico, muovendomi un po’ più veloce, sentendo il tessuto ruvido dei suoi boxer contro di me. “Tanto sei già fottuto?”

Non risponde, ma mi tira più vicina, con una forza che non mi aspettavo. Le sue mani sono sui miei fianchi, adesso, mi tengono ferma mentre si muove sotto di me, cercando di prendere il ritmo. È goffo, ma c’è una disperazione che mi fa impazzire. Gli tolgo i boxer, finalmente, e lo sento contro di me, caldo, reale. Non c’è più niente tra noi, solo pelle contro pelle, e il suo respiro è un casino, un misto di rantoli e imprecazioni soffocate.

“Rallenta,” gli dico, prendendogli il mento con una mano, costringendolo a guardarmi. “Non siamo di fretta. Goditela.”

Lui annuisce, ma so che sta lottando per non perdere la testa. Mi abbasso su di lui, piano, prendendolo dentro di me un centimetro alla volta, sentendo ogni movimento, ogni attrito. È una sensazione che mi fa stringere i denti, ma non voglio mostrargli quanto mi sta prendendo. Voglio avere il controllo, almeno per ora. Mi muovo sopra di lui, lenta, con un ritmo che lo fa impazzire, lo vedo dalla sua faccia, dalla tensione nei suoi muscoli.

“Cristo, Noemi,” mormora, la voce spezzata. “Non ce la faccio così.”

“Zitto,” gli dico, mettendogli una mano sulla bocca per un secondo, prima di togliergliela e baciarlo, duro, mordendogli il labbro inferiore. “Lo senti come sono? Lo senti quanto mi vuoi?”

Lui non risponde, ma mi stringe più forte, le sue mani scivolano sul mio culo, mi guidano nei movimenti. Il ritmo aumenta, non lo controllo più nemmeno io. Sento il calore che mi brucia dentro, il suo respiro caldo sul collo, i suoi gemiti bassi che si mischiano ai miei. Mi chino verso il suo orecchio, gli sussurro cose sporche, parole che non direi mai in un altro momento, ma che qui, ora, sono perfette. “Ti piace, eh? Lo so che ci pensi da settimane, che ti fai i film in testa mentre sei con lei. Dillo.”

“Sta’ zitta,” ringhia, ma c’è un sorriso cattivo sulla sua faccia, e mi spinge più forte contro di lui, come per punirmi. Io rido, ansimando, e continuo a muovermi, sentendo che sto per perdere il controllo anch’io. Il divano cigola sotto di noi, il suono si mischia al rumore dei nostri respiri, al battito del mio cuore che mi rimbomba nelle orecchie.

Quando viene, lo sento subito, un gemito strozzato, le mani che si stringono sulle mie cosce con una forza che quasi fa male. Si lascia andare, la testa indietro, gli occhi chiusi, e io rallento, ma non mi fermo del tutto, prolungando il momento, godendomi il modo in cui trema sotto di me. Alla fine, mi fermo, resto sopra di lui, il fiato corto, la pelle appiccicosa di sudore. Nessuno dei due dice niente per un po’. Il silenzio è pesante, ma non è scomodo. È solo… reale.

Alla fine, scendo da lui, mi siedo accanto, senza preoccuparmi di coprirmi. Lui si tira su i pantaloni, un po’ goffo, e si passa una mano tra i capelli, cercando di riprendere fiato. Non mi guarda, ma non c’è rimpianto nella sua espressione. Solo stanchezza, e forse un po’ di sorpresa.

“Beh,” dico, rompendo il silenzio con una risata leggera. “Non male, per un santarellino.”

Lui scuote la testa, un mezzo sorriso sulle labbra. “Sei un disastro, Noemi.”

“E tu sei un ipocrita. Ma ci siamo divertiti.” Mi alzo, prendo la vestaglia dal pavimento e me la infilo, senza chiuderla. “Ora vattene, prima che cambi idea e ti tenga qui tutta la notte.”

Non risponde, ma si alza, si sistema i vestiti e si avvia verso la porta. Prima di uscire, si gira un attimo, mi guarda. “Non dirlo a nessuno,” mormora.

“Tranquillo. È il nostro piccolo segreto.” Gli faccio l’occhiolino, e lui scuote di nuovo la testa, prima di sparire nel corridoio.

Chiudo la porta, mi appoggio al muro e sorrido tra me e me. Non so se succederà di nuovo, e sinceramente non me ne frega. Per stasera, ho avuto quello che volevo. E anche lui. Rimango lì per un momento, ascoltando il silenzio della casa interrotto solo dal rumore lontano del traffico. Mi passo una mano tra i capelli, ancora umidi di sudore, e mi dirigo verso la cucina. Prendo una birra dal frigo, la apro con un gesto secco e bevo un lungo sorso, sentendo il freddo scendere nella gola. Mi siedo sul bancone, le gambe penzoloni, e penso a quello che è appena successo. Non c’è rimorso, solo una sorta di soddisfazione selvaggia. Ho preso ciò che volevo, ho giocato le mie carte, e ho vinto. Pierpaolo tornerà dalla sua fidanzata, farà finta di niente, ma so che penserà a me. Ogni volta che chiuderà gli occhi, vedrà questa notte. E questo mi basta.

Fuori, la città continua a vivere, ignara. Dentro di me, c’è una calma strana, come dopo una tempesta. Spengo la luce della cucina, lasciando solo un bagliore soffuso dal salotto, e mi sdraio sul divano, la birra ancora in mano. Non so cosa porterà domani, se lui tornerà a guardarmi con quegli occhi colpevoli in ufficio o se farà finta di niente. Non mi importa. Stasera è stata mia, e questo nessuno me lo può togliere. Chiudo gli occhi, un sorriso appena accennato sulle labbra, e mi lascio andare al buio, sapendo che, comunque vada, io sono sempre un passo avanti.

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