Racconti Piccanti
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Rita mi comanda, io la scopo

Rita mi comanda, io la scopo

10 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Tommaso, ho 22 anni, e faccio il cameriere stagionale per eventi. Matrimoni, soprattutto. È un lavoro di merda, ma paga bene e mi tiene fuori casa. Oggi sto lavorando in un casale di lusso in collina, un posto da cartolina con prati perfetti e archi di fiori bianchi. Il matrimonio è uno di quelli grossi, con duecento invitati e un’organizzazione militare. A capo di tutto c’è Rita, la wedding planner. Quarantanove anni, sposata, un corpo ancora da paura sotto quei tailleur stretti, e un modo di fare che ti gela. È cinica, parla come se il romanticismo fosse una barzelletta, ma riesce a vendere sogni d’amore a chiunque. La guardo da stamattina: comanda tutti, non sorride mai, e io… beh, cazzo, mi piace. Mi piace che sia così dura, che decida tutto lei. Non faccio il brillante come certi colleghi che provano a far colpo. Io ascolto, eseguo, sto zitto. E credo che lei l’abbia notato.

Sono le 17:00, il caos è al massimo. Gli invitati arriveranno tra un’ora, fuori stanno montando i tavoli per la cerimonia, tutto dev’essere perfetto. Rita mi chiama con un cenno secco mentre passo con un vassoio. “Tommaso, vai nel deposito abiti, al piano di sotto. Ci sono due scatole con i nastri per i centrotavola. Portale su, subito.” La sua voce è un ordine, non una richiesta. Annuisco, poso il vassoio e scendo. Il deposito è una stanzetta polverosa nel seminterrato del casale, piena di scatoloni, vestiti da sposa appesi e roba varia. Trovo le scatole in un angolo, ma mentre le sollevo sento la porta aprirsi e chiudersi con un clic. Mi giro. È lei. Rita. Ha chiuso a chiave. Il suo sguardo è fermo, quasi incazzato, ma c’è qualcosa che brucia dentro. “Metti giù quelle scatole,” dice piano. Il cuore mi salta in gola. Non capisco se sto per prendere una sgridata o altro. Però cazzo, lo spero.

Mi avvicino, ma non troppo. Lei fa un passo verso di me, i tacchi che ticchettano sul pavimento sporco. “Sai, Tommaso, organizzo matrimoni da vent’anni. Vendo fedeltà, amore eterno, tutte ‘ste stronzate. Ma sai una cosa? Non ci credo più da un pezzo.” La sua voce è bassa, quasi un ringhio. Mi guarda dritto negli occhi, e io sento un calore che mi sale dal petto. Vorrei dire qualcosa, ma non mi esce niente. Lei si avvicina ancora, il suo profumo dolce e pungente mi arriva al naso. Mi sfiora il braccio con la punta delle dita, un gesto lento, come se stesse testando qualcosa. “Tu sei diverso. Non fai il coglione, non parli a vanvera. Mi piace.” Il mio cazzo si sveglia all’istante sotto i pantaloni, ma ho paura di muovermi. E se fraintendo? E se mi manda a fare in culo? Però i suoi occhi non lasciano spazio a dubbi. Vuole qualcosa, e io sono qui per darglielo.

Mi prende per il colletto della camicia e mi tira verso di lei. Non mi bacia, non ancora. Mi guarda, come se stesse decidendo se vale la pena. Poi si china e mi sfiora il collo con le labbra, un contatto leggero che mi fa venire la pelle d’oca. “Non dire niente,” sussurra. Le sue mani scendono sul mio petto, lente, e io mi sento un burattino. Mi lascia fare, ma so che comanda lei. Mi spinge contro una parete, tra due scatoloni, e inizia a slacciarmi la camicia, bottone per bottone. Il suo respiro è caldo sul mio viso, e io non resisto più. Le metto una mano sul fianco, timido, aspettando una reazione. Lei non si tira indietro, anzi, preme il suo corpo contro il mio. Sento le sue curve, il calore della sua pelle sotto il tessuto. “Toccami,” dice, e io obbedisco. Le accarezzo i fianchi, poi scendo piano verso il culo, stringendolo appena. Lei emette un gemito basso, e io capisco che posso continuare.

Le sue mani scivolano sotto la mia camicia, sulle spalle, poi scendono ai pantaloni. Mi slaccia la cintura con un movimento secco, senza smettere di guardarmi. Io le sollevo la gonna, piano, scoprendo le cosce sode. Indossa calze nere, e cazzo, mi manda fuori di testa. Mi inginocchio, senza che me lo chieda, e inizio a baciarle le gambe, salendo piano verso l’interno. Lei appoggia una mano sulla mia testa, guidandomi. “Bravo ragazzo,” mormora, e io sento il sangue pompare più forte. Le tolgo le mutandine, nere, di pizzo, e le butto da parte. Il suo odore mi colpisce, forte, reale, e io non penso più a niente. La lecco piano, sentendo il suo sapore, i suoi gemiti che diventano più forti. Le sue mani mi stringono i capelli, mi spingono contro di lei, e io continuo, succhiando e muovendo la lingua finché non la sento tremare.

“Alzati,” ordina. Mi tira su e mi sbatte di nuovo contro il muro. Si slaccia la camicetta, lasciando vedere il reggiseno, i seni pieni che quasi esplodono. Mi abbassa i pantaloni e i boxer in un colpo solo, e il mio cazzo è già duro come il marmo. Lei lo prende in mano, stringe, e io gemo senza vergogna. “Cazzo, Rita…” dico, ma lei mi zittisce con un’occhiata. Si gira, si appoggia a uno scatolone, piegandosi in avanti. La gonna è alzata, il culo è lì, perfetto, che mi chiama. “Scopami,” dice, senza giri di parole. Mi avvicino, le metto una mano sulla schiena, e con l’altra guido il cazzo dentro di lei. È bagnata, stretta, e io entro piano, sentendo ogni centimetro. Lei ansima, un suono gutturale, e io inizio a muovermi, prima lento, poi più forte. Il rumore dei nostri corpi che sbattono riempie la stanza, insieme al suo respiro spezzato e ai miei grugniti. “Più forte, cazzo,” ringhia, e io aumento il ritmo, spingendo con tutto me stesso. Le afferro i fianchi, la tengo ferma, e sento il sudore scendermi lungo la schiena. L’odore del sesso, il calore del suo corpo, tutto mi manda in tilt.

Dopo un po’ rallento, sto per venire, ma lei si gira di scatto. “Non ancora,” dice. Mi spinge a terra, sul pavimento freddo, e si mette sopra di me. Si abbassa piano, prendendomi tutto dentro, e inizia a muoversi, cavalcandomi con un ritmo che mi fa impazzire. Le sue mani sono sul mio petto, le unghie che mi graffiano appena. “Guardami,” ordina, e io lo faccio, fissando i suoi occhi pieni di fuoco. Veniamo quasi insieme, lei con un gemito lungo, io con un verso strozzato, mentre sento tutto esplodere.

Restiamo così per un attimo, ansimando. Poi si alza, si sistema la gonna e la camicetta come se nulla fosse e torniamo a lavorare.

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