Uno strano risveglio
Sono Paolo, ho 22 anni, e questa è la storia di una delle notti più assurde della mia vita. Tutto è iniziato a una festa del cazzo, una di quelle serate in cui sai già che finirai ubriaco marcio. Ero con Marco, il mio amico di sempre, 23 anni, uno che non si tira mai indietro quando c’è da fare casino. La festa era in un appartamento in centro, pieno di gente, birra che scorreva a fiumi e musica che ti spaccava i timpani. Non ricordo granché della serata, solo che a un certo punto ho perso il conto di quanti bicchieri avevo buttato giù. Marco rideva, mi passava altre birre, e io, come un idiota, continuavo a bere.
La mattina dopo mi sono svegliato con un mal di testa che sembrava un martello pneumatico. Ero a casa di Marco, nel suo letto, completamente nudo. E c’era qualcosa che non tornava. Sentivo un fastidio al culo, una pressione strana, e quando ho infilato una mano per capire che cazzo fosse, ho trovato un plug. Sì, un cazzo di plug anale, piantato lì come se niente fosse. Mi sono tirato su di scatto, il cuore che mi batteva a mille. L’ho tolto piano, con un misto di vergogna e confusione, e l’ho nascosto sotto il cuscino. Mi sono rivestito in fretta con i vestiti sparsi per terra e sono uscito dalla stanza, ancora intontito.
In cucina c’erano Marco e un altro tizio, Giacomo, un amico suo che avevo visto alla festa. Stavano bevendo caffè e chiacchierando come se fosse una mattina qualsiasi. Io ero un fascio di nervi, volevo chiedere che cazzo era successo, ma non ci riuscivo. Mi sentivo un idiota, con la faccia che bruciava dall’imbarazzo. Marco mi ha guardato e ha fatto un sorrisetto del cazzo, come se sapesse qualcosa che io non sapevo. “Tutto bene, Paolino? Hai una faccia di merda,” ha detto, e Giacomo è scoppiato a ridere. Io ho borbottato un “sì, sto bene” e mi sono seduto, cercando di non guardarli negli occhi.
L’aria era pesante, e ogni parola che dicevano sembrava un’allusione. Marco continuava a fissarmi, con quel ghigno che mi faceva salire il sangue al cervello. A un certo punto ha tirato fuori il telefono e me l’ha passato. “Guarda un po’ qua, bello,” ha detto, e io ho sentito lo stomaco stringersi. Sullo schermo c’era un video. Ero io, sdraiato su un letto, nudo, che dormivo come un sasso. Marco e Giacomo erano lì, ridevano come due stronzi mentre mi infilavano quel cazzo di plug nel culo. Nel video sembravo quasi sveglio, mugolavo, e loro spingevano più forte, sghignazzando. Mi si è gelato il sangue, ma allo stesso tempo sentivo un calore strano nello stomaco, un misto di rabbia e… non lo so, eccitazione? Mi odiavo per questo.
Marco ha ripreso il telefono e mi ha guardato dritto negli occhi. “Senti, Paolo, facciamo un patto. Se vuoi che cancelliamo questo video del cazzo, vai in camera, rimettiti il plug e torni qua nudo, con quel coso ben visibile. Se non ti eccita, ok, ti lasciamo in pace e cancelliamo tutto. Ma se ti si drizza il cazzo, allora devi fare qualcosa per noi. Deal?” Ero paralizzato. Non volevo, ma allo stesso tempo quella situazione di merda mi stava mandando fuori di testa. La curiosità, la voglia di vedere fin dove sarebbero arrivati, mi stavano fregando. Ho annuito, senza dire una parola, e sono tornato in camera.
Ho preso quel maledetto plug, l’ho guardato per un attimo, e poi, con le mani che tremavano, me lo sono rimesso. Faceva un po’ male, ma il fastidio si mescolava a una sensazione che non volevo ammettere. Mi sono tolto i vestiti, ho preso un respiro profondo e sono tornato in cucina, nudo come un verme, con quel coso nel culo. Cercavo di coprirmi l’erezione con le mani, ma era inutile. Marco e Giacomo sono scoppiati a ridere. “Cazzo, Paolo, guardati. Sei già duro come un palo,” ha detto Marco, e Giacomo ha aggiunto: “Se vuoi che cancelliamo il video, devi fare un ultimo sforzo. Mettiti in ginocchio e succhiaci il cazzo. Tutti e due.”
Mi sono sentito bruciare la faccia, ma ormai ero in ballo. Mi sono inginocchiato sul pavimento freddo della cucina, con il plug che mi premeva dentro ogni volta che mi muovevo. Marco si è slacciato i pantaloni per primo, tirando fuori il cazzo già mezzo duro. “Forza, bello, non fare lo schizzinoso,” ha detto, e io, con il cuore che mi scoppiava, l’ho preso in bocca. Era salato, caldo, e sentivo il suo odore forte, un misto di sudore e pelle. Succhiavo piano, con la lingua che scivolava sulla cappella, mentre lui mi teneva una mano sulla testa, guidandomi. “Cazzo, sì, così,” grugniva, e io sentivo il plug premere ancora di più mentre mi muovevo.
Poi è stato il turno di Giacomo. Si è messo davanti a me, il cazzo già duro, e me l’ha infilato in bocca senza troppi complimenti. Era più grosso di quello di Marco, mi faceva quasi soffocare, ma continuavo, con la saliva che mi colava sul mento. Sentivo i loro gemiti, il suono bagnato della mia bocca che lavorava, e il pavimento duro sotto le ginocchia. Marco, dietro di me, rideva e diceva: “Guardalo, sembra che gli piace.” E la cosa del cazzo era che, in qualche modo, era vero. Il plug nel culo, la pressione, il loro controllo su di me… mi stavano facendo impazzire.
Dopo un po’, Marco mi ha tirato via da Giacomo e si è messo davanti. “Apri bene, Paolino,” ha detto, e ha iniziato a muoversi più veloce, scopandomi la bocca. Sentivo il suo cazzo pulsare, e poi, con un grugnito, mi è venuto in faccia, schizzi caldi che mi colavano sulle guance e sul mento. Subito dopo anche Giacomo ha fatto lo stesso, esplodendo con un gemito rauco, il suo sperma che mi finiva sugli occhi e sul naso. Ero un disastro, inginocchiato lì, con il plug ancora dentro e la faccia coperta di sborra, ma non provavo vergogna. Ero solo… eccitato, svuotato, soddisfatto in un modo che non riuscivo a spiegare.
Marco ha preso il telefono, ha cancellato il video davanti a me e ha detto: “Ecco fatto, siamo pari. Sei stato bravo, cazzo.” Giacomo ha annuito, ridendo piano, e io mi sono rialzato, con il corpo che ancora tremava per l’adrenalina. Non ho detto niente, non c’era niente da dire. È stata una cosa intensa, strana, ma in qualche modo mi ha fatto sentire vivo. E non mi serve altro per giustificarlo.
