Racconti Piccanti
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Non ti scopa come meriti

Non ti scopa come meriti

24 Marzo 2026·11 min di lettura

Non avrei mai pensato che una cena di famiglia potesse cambiarmi così tanto. Era una di quelle serate noiose, tutti seduti intorno al tavolo a casa di mia sorella Laura, con il solito chiacchiericcio su lavoro, figli e progetti futuri. Mio marito, Marco, era nel pieno di un monologo infinito su un nuovo contratto che aveva firmato, mentre io annuivo senza davvero ascoltare. Otto anni di matrimonio ti fanno diventare brava a fingere interesse. Di fronte a me, Laura sorrideva come sempre, impeccabile e dolce, mentre suo marito, Riccardo, mi fissava con quel ghigno che ho sempre detestato. Un uomo arrogante, pieno di sé, che non perdeva mai occasione di far sentire gli altri inferiori. Lo odiavo. Lo avevo sempre odiato.

Eppure, quella sera, qualcosa è cambiato. Eravamo tutti stretti intorno al tavolo, le gambe che inevitabilmente si sfioravano sotto la tovaglia. Non ci avevo fatto caso finché non ho sentito una mano sulla mia coscia, un tocco leggero ma deciso, proprio sopra il ginocchio. Ho abbassato lo sguardo per un istante, pensando fosse un errore, ma la mano non si è mossa. Ho alzato gli occhi e ho incrociato quelli di Riccardo. Mi guardava con un’espressione che non lasciava spazio a dubbi: non era un caso. Ho cercato di spostare la gamba, ma lui ha stretto la presa, sfiorandomi appena più in alto. Il cuore mi è salito in gola. Marco, a mezzo metro da me, continuava a parlare, ignaro di tutto.

“Che cazzo stai facendo?” ho sibilato sottovoce, chinandomi verso di lui con la scusa di prendere il vino.

Riccardo ha riso piano, un suono basso e rauco. “Rilassati, Chiara. Non faccio niente di male. Ancora.” La sua mano è salita di qualche centimetro, il palmo caldo attraverso il tessuto sottile del mio vestito. Ho sentito un brivido, non di disgusto, ma di qualcosa che non volevo ammettere.

“Sei un pezzo di merda,” ho bisbigliato, stringendo i denti, mentre cercavo di mantenere un sorriso di circostanza per non attirare l’attenzione.

Lui si è avvicinato, il suo fiato caldo contro il mio orecchio. “So che tuo marito non ti scopa più come meriti. Non fare la finta indignata, lo vedo come lo guardi. Annoiata. Vuota.” Le sue parole mi hanno colpito come uno schiaffo, ma la sua mano era ancora lì, ferma, un peso che mi bruciava la pelle. Non ho risposto. Non ci riuscivo. Ho solo spostato lo sguardo su Marco, che rideva con Laura di qualcosa che non avevo sentito. La mano di Riccardo si è ritirata lentamente, ma il suo sguardo non mi ha mollato per il resto della cena.

Nei giorni successivi, non riuscivo a togliermi quelle parole dalla testa. “Non ti scopa più come meriti.” Era vero? Marco e io non facevamo l’amore da mesi, forse di più. Le giornate erano un susseguirsi di routine, lavoro, cene silenziose. Non c’era più passione, solo abitudine. E Riccardo, quel bastardo, lo aveva notato. Mi aveva letta come un libro aperto. Avrei dovuto ignorarlo, lasciar perdere, ma qualcosa dentro di me si era acceso. Un misto di rabbia, curiosità e… desiderio. Non lo ammetterò mai a voce alta, ma quella sera avevo sentito qualcosa sotto il tavolo. Qualcosa che non provavo da troppo tempo.

Una settimana dopo, ho trovato una scusa. Ho detto a Marco che dovevo passare da Laura per prendere una ricetta che mi aveva promesso. Lui ha annuito distrattamente, come sempre. Ma non sono andata da Laura. Ho chiamato Riccardo. “Devo parlarti. Solo un caffè. Niente di più,” gli ho detto al telefono, con la voce più ferma che potevo.

“Un caffè, eh? Certo. Vieni da me. Laura non c’è, è al lavoro,” ha risposto con quel tono strafottente che mi faceva ribollire il sangue. Ho esitato, ma poi ho accettato. Sapevo che non sarebbe stato solo un caffè. E, in fondo, lo volevo.

Quando sono arrivata a casa loro, Riccardo mi aspettava sulla porta, una camicia bianca con i primi bottoni slacciati, un ghigno stampato in faccia. “Entra, Chiara. Il caffè è già pronto.” La sua voce era carica di sottintesi. Ho fatto un passo dentro, il cuore che batteva forte. L’appartamento era silenzioso, troppo grande per due persone, con un divano di pelle nera che dominava il salotto. Sopra, uno specchio enorme appeso alla parete rifletteva l’intera stanza. Mi sono sentita subito a disagio, come se ogni mio movimento fosse sotto osservazione.

“Allora, di cosa vuoi parlare?” ha chiesto, versando il caffè in due tazze. Era vicino, troppo vicino. Sentivo l’odore del suo dopobarba, un misto di legno e muschio, forte e invadente.

“Di quello che hai detto l’altra sera. E di quello che hai fatto,” ho risposto secca, incrociando le braccia. “Non so che gioco stai giocando, ma non mi piace.”

Ha riso, posando la tazza senza nemmeno berci. “Non è un gioco, Chiara. Ti ho solo detto la verità. E tu sei qui, no? Non sei venuta per il caffè.” Si è avvicinato, il suo corpo a pochi centimetri dal mio. Ho sentito il calore che emanava, il respiro pesante. “Ammettilo, vuoi sapere come sarebbe. Con me.”

Ho aperto la bocca per protestare, ma le parole mi sono morte in gola. Aveva ragione. Ero lì per quello. Per curiosità, per rabbia, per vendetta contro una vita che mi stava soffocando. E lui lo sapeva. “Sei un bastardo,” ho detto, ma la mia voce era debole, incerta.

“Lo so. E tu sei una donna che sta per tradire sua sorella, proprio in casa sua. Non è patetico?” Ha sorriso, un sorriso crudele, e mi ha preso per il polso, tirandomi verso il divano. “Guardati allo specchio mentre lo facciamo. Voglio che tu veda quanto sei caduta in basso.”

Non ho avuto il tempo di rispondere. Mi ha spinto sul divano, con una forza che non mi aspettavo. Ero seduta, le gambe leggermente aperte, e lui era sopra di me, le mani già sotto il mio vestito. “Toglilo,” ha ordinato, la voce dura. Ho esitato, ma poi l’ho fatto, lasciando cadere il tessuto leggero sul pavimento. Sotto portavo un completino nero, semplice, ma il suo sguardo si è acceso. “Cazzo, Chiara, lo sapevi che sarebbe finita così. Ti sei preparata, vero?”

“No,” ho mentito, ma la mia voce tremava. Mi ha fatto sdraiare, il divano freddo contro la mia schiena nuda. Le sue mani erano ovunque, ruvide, decise. Mi ha slacciato il reggiseno con un gesto secco, liberando i miei seni. Li ha guardati per un istante, poi ha abbassato la testa, prendendo un capezzolo in bocca. Il suo respiro caldo, la lingua che lo stuzzicava, mi ha fatto sfuggire un gemito che non sono riuscita a trattenere. “Oh, merda,” ho sussurrato, chiudendo gli occhi.

“No, tienili aperti. Guardati,” ha ringhiato, sollevandomi il mento verso lo specchio. Mi sono vista riflessa, i capelli spettinati, il viso arrossato, il corpo esposto sotto di lui. Era umiliante, ma eccitante in un modo che non riuscivo a spiegare. “Vedi quanto sei disperata? Tuo marito non ti guarda nemmeno, e io sto per scoparti sul divano di mia moglie.”

Le sue parole erano come pugnalate, ma mi stavano facendo perdere il controllo. Ha fatto scivolare una mano tra le mie gambe, sopra il tessuto degli slip, sfregando lentamente. Ero già bagnata, e lui lo ha notato subito. “Cazzo, sei fradicia. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che qualcuno ti ha toccata così?” ha chiesto, la voce carica di scherno.

“Sta’ zitto,” ho sibilato, ma non avevo forza nelle parole. Ha riso e ha spinto di lato il tessuto, infilando due dita dentro di me senza preavviso. Ho ansimato, stringendo i braccioli del divano. Le sue dita erano grosse, si muovevano con un ritmo lento ma deciso, entrando e uscendo, mentre il pollice premeva contro il clitoride. Sentivo ogni movimento, ogni pressione, il calore che si accumulava dentro di me. L’odore del mio stesso desiderio mi arrivava alle narici, mescolato al suo, un misto di sudore e pelle.

“Non sto zitto. Voglio che tu lo senta. Che tu lo ammetta. Dimmi che ti piace,” ha ordinato, accelerando il ritmo. Le sue dita facevano un rumore umido, osceno, che mi imbarazzava ma mi eccitava ancora di più.

“Sì, mi piace, maledetto,” ho sputato fuori, guardandolo negli occhi per la prima volta. Aveva un’espressione di trionfo, come se avesse vinto una battaglia. Ha ritirato la mano e si è slacciato i pantaloni, tirando fuori il membro. Era duro, spesso, più grande di quanto mi aspettassi. Lo ha strofinato contro la mia coscia, lasciando una traccia umida sulla pelle. “Lo vuoi, vero? Dillo.”

“Sì, lo voglio,” ho detto, quasi ringhiando. Non mi riconoscevo più. Ero un’altra persona, spinta solo dal desiderio e dalla rabbia. Ha sorriso e si è posizionato sopra di me, spingendo lentamente dentro. Ho sentito ogni centimetro, la sensazione di essere riempita, allargata. Era una pressione quasi dolorosa, ma allo stesso tempo incredibilmente intensa. “Cazzo, sei stretta. Tuo marito deve essere proprio un incapace,” ha commentato, iniziando a muoversi.

“Non parlare di lui,” ho detto, ma la mia voce era un gemito. Le sue spinte erano lente ma profonde, ogni movimento accompagnato dal suono della nostra pelle che si scontrava. Il divano scricchiolava sotto di noi, e nello specchio vedevo tutto: il suo corpo sopra il mio, i miei seni che sobbalzavano a ogni spinta, le sue mani che mi stringevano i fianchi con tanta forza da lasciare segni. L’odore del sesso riempiva la stanza, un misto di sudore e desiderio che mi faceva girare la testa.

“Dammi di più,” ho detto, sorprendendo persino me stessa. Riccardo ha riso, un suono gutturale, e ha accelerato, le spinte più forti, più rapide. Mi ha afferrato una gamba, sollevandola sulla sua spalla per andare più a fondo. La nuova angolazione mi ha fatto gridare, un suono che non ho potuto trattenere. “Così, brava, fammi sentire quanto ti piace. Sei una troia, Chiara, e lo sai,” ha detto, la voce roca mentre mi guardava con disprezzo e desiderio insieme.

Le sue parole avrebbero dovuto ferirmi, ma invece mi spingevano oltre. Ho sentito l’orgasmo avvicinarsi, un’onda che montava dentro di me, pronta a travolgermi. “Non fermarti,” ho ansimato, afferrandogli le spalle, le unghie che gli graffiavano la pelle. Lui ha grugnito, il ritmo implacabile, il suo membro che scivolava dentro e fuori con una precisione che mi faceva impazzire. Sentivo il calore della sua pelle, il sudore che gli colava lungo il collo, il suo respiro affannoso contro il mio orecchio.

“Guardati, cazzo. Tradisci tua sorella e ti piace pure. Sei patetica,” ha detto, spingendo con ancora più forza. Quelle parole, unite al piacere che mi scuoteva, sono state la goccia. Sono esplosa, il corpo che si tendeva sotto di lui, un urlo strozzato che mi è sfuggito dalla gola. L’orgasmo mi ha travolta, un’onda di calore che mi ha fatto tremare, le gambe che si chiudevano istintivamente intorno a lui. Ogni muscolo si contraeva, e sentivo il mio stesso odore, forte, mescolato al suo.

Riccardo non si è fermato. Ha continuato a muoversi, inseguendo il suo piacere mentre io cercavo di riprendere fiato. “Non è finita, Chiara. Ti voglio vedere crollare ancora,” ha detto, tirandosi fuori per un istante solo per girarmi. Mi ha messo a quattro zampe sul divano, il viso rivolto verso lo specchio. “Guarda come sei ridotta,” ha ordinato, e io ho obbedito. Nello specchio vedevo il mio volto arrossato, i capelli appiccicati alla fronte, il corpo lucido di sudore. Lui era dietro di me, il membro ancora duro, pronto a riprendere.

Ha spinto dentro di nuovo, questa volta da dietro, e la sensazione era diversa, più intensa, quasi troppo. Ho gemuto forte, le mani che stringevano il bordo del divano. “Ti piace così, eh? Dimmi quanto ti piace essere scopata da me,” ha detto, una mano che mi afferrava i capelli, tirandomi indietro per farmi guardare nello specchio.

“Mi piace, cazzo, mi piace,” ho risposto, la voce rotta. Ogni spinta mi scuoteva, il suo bacino che sbatteva contro di me con un ritmo brutale. Sentivo il suo respiro affannoso, i suoi grugniti, il calore del suo corpo contro il mio. Il suo odore, forte e maschile, mi riempiva i polmoni. “Sei mia, Chiara. Tuo marito non ti avrà mai così,” ha detto, e quelle parole mi hanno colpita ancora più forte delle sue spinte.

Siamo andati avanti, cambiando posizione più volte. Mi ha preso di lato, poi in piedi contro il muro, con lo specchio sempre a ricordarmi cosa stavo facendo. Ogni movimento era preciso, ogni parola carica di disprezzo e desiderio. Non c’era tenerezza, solo un bisogno crudo, animalesco. Alla fine, quando sentivo che non potevo più reggere, mi ha riportata sul divano, sdraiata sotto di lui. “Finisco dentro,” ha detto, la voce tesa, e io non ho protestato. Ero troppo persa, troppo sopraffatta.

Ha accelerato, le spinte irregolari, il respiro spezzato. “Cazzo, ci sono,” ha grugnito, e l’ho sentito venire, un calore che mi riempiva mentre il suo corpo si tendeva sopra il mio. Io stessa ho raggiunto un secondo orgasmo, più breve ma non meno intenso, il corpo che tremava sotto il suo peso. Siamo rimasti così per un momento, ansanti, il silenzio rotto solo dai nostri respiri. L’odore del sesso era ovunque, appiccicoso sulla pelle, nelle narici.

Alla fine, si è tirato su, sistemandosi i pantaloni con un ghigno. “Allora, ne valeva la pena, no?” ha chiesto, passandosi una mano tra i capelli sudati.

Non ho risposto. Mi sono rivestita in silenzio, evitando il mio riflesso nello specchio. Sapevo cosa avevo fatto. Sapevo dove ero. E sapevo che, in qualche modo, una parte di me non si pentiva affatto.

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