Una mamma molto golosa (parte 2)
Roberta si svegliò con un sussulto, il corpo ancora caldo e indolenzito dal piacere della notte prima. La luce grigia di novembre filtrava attraverso le tende della camera di Stefano, illuminando il disordine del letto: lenzuola aggrovigliate, il suo vestito buttato sul pavimento, il perizoma strappato abbandonato lì accanto come un trofeo. Il petto di Stefano si alzava e abbassava piano contro la sua schiena, un braccio forte avvolto intorno alla sua vita in un abbraccio possessivo. Il suo respiro caldo le solleticava la nuca, e per un istante lei rimase immobile, il cuore che martellava tra vergogna e un desiderio che non si era spento del tutto.
Erano passate solo poche ore, ma tutto era cambiato. Quella foto sul cuscino, il biglietto, la resa in ginocchio… e poi lui dentro di lei, così profondo, così esigente. Roberta chiuse gli occhi, cercando di scacciare il ricordo del suo seme che ancora le colava tra le cosce, un promemoria viscido e caldo della notte appena trascorsa. “Cosa ho fatto?” pensò, ma il suo corpo traditore rispose con un brivido di eccitazione al solo ricordo della voce di Stefano che la chiamava mammina, troia, puttana. Si mosse piano, cercando di scivolare via senza svegliarlo, ma il braccio di lui si strinse immediatamente, tirandola indietro contro il suo petto.
“Dove vai, mammina?” mormorò Stefano con la voce roca di sonno, le labbra che le sfioravano l’orecchio. Il suo membro, già mezzo duro, premeva contro le sue natiche, un’erezione mattutina che la fece arrossire. “Non abbiamo finito.”
Roberta deglutì, voltando appena la testa. Il volto di suo figlio era lì, vicinissimo: gli occhi scuri ancora appannati dal sonno, ma già accesi da quella stessa fame della sera prima. “Stefano… è mattina. Io… devo andare al lavoro tra poco. E tu hai l’officina. Non possiamo… non è giusto.”
Lui rise piano, una risata bassa e profonda che le vibrò contro la pelle. La mano libera scese lungo il suo fianco, accarezzandole la curva del seno ancora coperto dal reggiseno che non aveva mai tolto del tutto. “Giusto?” ripeté, stringendole un capezzolo tra le dita fino a farla gemere. “Ieri notte non pensavi che fosse sbagliato, quando mi imploravi di venirti dentro. Eri così bagnata, mammina. Così stretta intorno al mio cazzo.”
Le parole crude la colpirono come una scarica elettrica. Roberta sentì il calore risalirle tra le gambe, un umido traditore che le bagnava le cosce. Cercò di opporsi, ma Stefano la girò con facilità sulla schiena, sovrastandola con il suo corpo muscoloso, segnato dal lavoro in officina. Le bloccò i polsi sopra la testa con una mano sola, mentre l’altra scivolava giù, tra le sue gambe, trovandola già scivolosa.
“Vedi? Lo vuoi ancora,” disse lui, infilando due dita dentro di lei con un gesto lento e deliberato. Roberta inarcò la schiena, un gemito che le sfuggì dalle labbra mentre lui le accarezzava le pareti interne, strofinando quel punto che la faceva tremare. “Sei ancora piena del mio sperma di stanotte. La mia troia personale. Non fingere che non ti piaccia.”
“Stefano… ti prego…” sussurrò lei, ma la voce era già spezzata, gli occhi che si chiudevano mentre lui aumentava il ritmo delle dita. Il suo pollice le sfiorava il clitoride gonfio, disegnando cerchi crudeli che la facevano ansimare. Il letto cigolò di nuovo sotto di loro, lo stesso suono della notte prima, e Roberta sentì la resistenza sciogliersi come neve al sole.
Stefano si abbassò, la bocca che catturava la sua in un bacio profondo, esigente. La lingua di lui invase la sua, possessiva, mentre le dita continuavano a scoparla senza pietà. “Dimmi che sei mia,” ringhiò contro le sue labbra, mordendole piano il labbro inferiore. “Dillo, mammina. Voglio sentirlo mentre ti faccio venire di nuovo.”
“Sono tua,” gemette Roberta, il corpo che si tendeva verso di lui, i fianchi che si muovevano da soli contro la sua mano. “Tua… solo tua, Stefano. Nessuno… nessuno come te.”
Soddisfatto, lui ritirò le dita di colpo, lasciandola vuota e disperata. Roberta aprì gli occhi, implorante, ma lui si era già spostato, inginocchiandosi tra le sue gambe aperte. Con un gesto fluido le sollevò le cosce, appoggiandosele sulle spalle, e si spinse dentro di lei in un’unica, profonda spinta. Era ancora più grosso di quanto ricordasse, o forse era lei più sensibile dopo la notte. Roberta gridò, le unghie che gli graffiavano le braccia mentre lui la riempiva completamente, fino in fondo.
“Cazzo, mammina… sei perfetta,” ansimò Stefano, cominciando a muoversi con spinte lente e potenti. Ogni affondo la faceva sobbalzare, i seni che ondeggiavano sotto il reggiseno, i capezzoli duri che sfregavano contro la stoffa. Lui non le lasciava i polsi, tenendola ferma mentre la scopava con un ritmo crescente, il suono umido dei loro corpi che si scontravano che riempiva la stanza. “Guardami. Voglio vederti in faccia mentre ti prendo.”
Roberta obbedì, gli occhi fissi nei suoi, scuri e famelici. Sentiva ogni vena del suo membro scivolare dentro di lei, il calore che la bruciava, il modo in cui la dilatava fino al limite. Stefano si chinò di più, piegandola quasi in due, e le mordicchiò il collo, lasciando segni rossi che avrebbe dovuto nascondere al lavoro. “Sei la mia puttana,” sussurrò, accelerando. “Ieri quelle foto… tutte quelle foto con altri uomini. Ma da ora in poi, solo io. Capito? Solo il mio cazzo ti riempie. Solo io ti faccio urlare così.”
“Sì… solo tu,” singhiozzò lei, l’orgasmo che montava rapido, inevitabile. Le spinte di Stefano erano più violente ora, il letto che sbatteva contro il muro, ma nessuno dei due si curava del rumore. Roberta sentiva il piacere accumularsi nel basso ventre, una palla di fuoco che esplose all’improvviso, facendola contrarre intorno a lui in spasmi violenti. Gridò il suo nome, le gambe che tremavano sulle sue spalle, il corpo scosso da ondate di estasi.
Stefano non rallentò. Grugnì, spingendo più forte, inseguendo il suo piacere. “Brava, mammina… vieni sul mio cazzo. Così… cazzo, sei stretta.” Pochi affondi ancora e si irrigidì, svuotandosi dentro di lei con getti caldi e abbondanti, riempiendola di nuovo, marchiandola. Rimasero così, ansimanti, uniti, il sudore che gli imperlava la fronte e le gocciolava sul petto.
Quando infine si staccò, Stefano si sdraiò accanto a lei, attirandola contro il suo fianco. Le baciò la fronte con una tenerezza che contrastava con la brutalità di poco prima. “Adesso vai a prepararmi la colazione, troia,” disse piano, accarezzandole i capelli. “E stasera, quando torni dal supermercato, voglio trovarti nuda sul mio letto. Con un altro regalo per te. Qualcosa di meglio di quelle foto.”
Roberta annuì, esausta ma stranamente serena, il corpo che ancora pulsava di piacere. Si alzò piano, sentendo il suo seme scivolarle lungo le gambe mentre raggiungeva la cucina. Il caffè iniziò a gorgogliare, e lei si guardò allo specchio dell’ingresso: guance arrossate, capelli scompigliati, segni sul collo. Non era più la stessa donna della sera prima. Era sua. E mentre preparava le uova per Stefano, un sorriso piccolo e proibito le curvò le labbra. Non vedeva l’ora che arrivasse la sera.
