Racconti Piccanti
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La mia prima volta: in campeggio con mio cugino

La mia prima volta: in campeggio con mio cugino

19 Marzo 2026·8 min di lettura

Mi chiamo Sofia, ho diciannove anni e, diciamocelo, sono un casino ambulante. Non che mi importi poi tanto: mi piace fare quello che mi pare, dire quello che penso e mandare a quel paese chi prova a dirmi come vivere. Questo weekend, però, mi sono lasciata convincere a fare una cosa che, sulla carta, sembrava una noia mortale: un campeggio in mezzo al nulla con mio cugino Matteo. Lui ha ventun anni, è sempre stato il tipo figo della famiglia, quello che sa tutto e risolve tutto. Da piccola lo vedevo come una specie di fratello maggiore, uno da ammirare e da cui farsi proteggere. Da un paio d’anni, però, lo guardo con occhi diversi. Non lo so, sarà il modo in cui riempie una maglietta o quel sorriso un po’ strafottente che mi fa venire i brividi. Ma non ci penso troppo, o almeno ci provo.

Siamo partiti ieri con la sua macchina scassata, caricata di tende, sacchi a pelo e un cartone di vino da due soldi che abbiamo comprato al discount. Il campeggio è in una radura vicino a un lago, un posto isolato dove non prende nemmeno il cellulare. Abbiamo montato le tende – o meglio, lui ha montato tutto mentre io lo guardavo fumando una sigaretta – e passato la giornata a fare un po’ di niente. La sera, però, ci siamo seduti attorno a un falò che Matteo ha acceso con una facilità irritante. Abbiamo aperto il vino, che sa di aceto ma scalda comunque, e abbiamo iniziato a parlare di stupidaggini: vecchie storie di famiglia, cazzate del passato, qualche pettegolezzo. Più bevevamo, più ci rilassavamo, e più io notavo il modo in cui la luce del fuoco gli illuminava il viso, gli zigomi alti, la mascella squadrata. Ha i capelli castani un po’ mossi, sempre spettinati, e un accenno di barba che lo fa sembrare più grande di quello che è. Io, con i miei jeans strappati e la felpa oversize, mi sentivo una ragazzina al confronto, anche se i miei capelli neri corti e il piercing al naso mi danno un’aria da ribelle che mi piace un casino.

A un certo punto, la conversazione si è spenta e siamo rimasti in silenzio a guardare le fiamme. Ero un po’ ubriaca, lo ammetto, e sentivo il calore del vino nelle guance. Matteo mi ha passato la bottiglia e, mentre la prendevo, le nostre mani si sono sfiorate. Niente di che, ma ho sentito una scarica lungo la schiena. Ho cercato di ignorarla, ma lui mi ha guardata in un modo che non aveva mai fatto prima, con gli occhi scuri che sembravano perforarmi. “Sai, Sofi, non te l’ho mai detto, ma… ti guardo da un sacco di tempo. Non come un cugino, intendo.” La sua voce era bassa, quasi un sussurro, ma quelle parole mi hanno colpita come un pugno nello stomaco. Ho riso, nervosa, cercando di sdrammatizzare. “Ma che cazzo dici, Matte? Sei ubriaco.” Lui ha scosso la testa, senza staccare gli occhi dai miei. “Non sono ubriaco. O almeno, non tanto da non sapere quello che dico. Sei… diversa. Sempre stata diversa.”

Non sapevo cosa rispondere. Una parte di me voleva ridergli in faccia e cambiare argomento, ma un’altra parte – quella che sentivo pulsare da qualche parte dentro di me – voleva sapere di più. Mi sono accesa un’altra sigaretta per prendere tempo, ma le mani mi tremavano leggermente. Lui si è avvicinato, sedendosi più vicino a me sulla coperta stesa accanto al fuoco. Sentivo il suo profumo, un misto di sudore e fumo del falò, e non mi dava fastidio, anzi. “Non fare la finta tonta, Sofi. Lo sai anche tu che c’è qualcosa.” Non ho risposto, ma non mi sono nemmeno allontanata quando ha posato una mano sulla mia coscia, sopra i jeans. Era un gesto semplice, ma bruciava. Ho tirato una boccata lunga, cercando di mantenere il controllo, ma dentro di me c’era un casino di pensieri. È mio cugino, Cristo. Ma allo stesso tempo… perché mi piace così tanto?

Abbiamo spento il falò poco dopo e siamo andati verso la tenda grande, quella dove dormivamo entrambi per stare più comodi. Una volta dentro, con la torcia che proiettava ombre sulle pareti di nylon, l’aria si è fatta pesante. Mi sono tolta la felpa, restando con una canottiera nera aderente, e ho notato che lui mi guardava il petto. Ho i seni piccoli, ma sodi, e i capezzoli si intravedevano sotto il tessuto sottile. “Smettila di fissarmi,” ho detto, cercando di suonare incazzata, ma la mia voce è uscita più roca del previsto. Lui ha sorriso, un sorriso da stronzo che mi ha fatto incazzare e venir voglia allo stesso tempo. “Non ci riesco,” ha detto, e si è avvicinato. Mi ha preso il viso tra le mani e mi ha baciata. Non un bacio dolce o timido, ma uno di quelli che ti tolgono il fiato, con la lingua che cercava la mia e le labbra che sapevano di vino. Ho provato a resistere per mezzo secondo, ma poi ho ceduto, ricambiando con la stessa fame. Le sue mani sono scese lungo il mio corpo, sotto la canottiera, sulla pelle nuda della schiena. Sentivo il calore delle sue dita, la ruvidezza della sua pelle contro la mia, e mi sono accorta che stavo già ansimando.

“Matte, aspetta… siamo sicuri?” ho mormorato, più per me stessa che per lui, mentre mi toglieva la canottiera con un gesto lento ma deciso. Non mi ha risposto, ma mi ha guardata con quegli occhi che dicevano tutto. Ero nuda dalla vita in su, e la luce della torcia faceva brillare la mia pelle pallida. Lui si è tolto la maglietta, mostrando un torace definito, con un accenno di peli scuri che scendevano verso l’ombelico. Mi ha spinta piano sul sacco a pelo, facendomi sdraiare, e si è chinato su di me. Ha iniziato a baciarmi il collo, mordicchiandomi piano, e poi è sceso sul petto. Quando ha preso un capezzolo in bocca, ho trattenuto un gemito. Erano piccoli, ma duri come sassi, e la sensazione della sua lingua che ci girava attorno mi faceva impazzire. “Cazzo, quanto sei sensibile,” ha detto, con la voce roca, e ha succhiato più forte, facendomi inarcare la schiena. Con le mani mi accarezzava i fianchi, scendendo piano verso i jeans. Li ha slacciati senza fretta, abbassandoli insieme alle mutandine nere che portavo. Ero completamente nuda sotto di lui, e mi sentivo esposta, ma anche eccitata da morire.

Le sue dita si sono fatte strada tra le mie gambe, sfiorandomi prima piano, poi con più decisione. Quando ne ha infilate due dentro di me, ho sentito una fitta di dolore misto a piacere. “Quanto sei stretta, cazzo,” ha detto, con un tono tra lo stupito e l’eccitato, mentre muoveva le dita lentamente, esplorandomi. Ero fradicia, lo sentivo, e il suono bagnato che facevano le sue dita mi imbarazzava e mi eccitava allo stesso tempo. “Ti piace, eh?” ha chiesto, guardandomi negli occhi. Non ho risposto, ma il mio respiro affannoso parlava per me. Ha continuato per un po’, portandomi al limite, ma senza farmi venire. Poi si è tirato indietro, si è tolto i pantaloni e i boxer, e ho visto il suo cazzo per la prima volta. Era grosso, più di quanto mi aspettassi, con la pelle tesa e la punta già lucida. Ho sentito una stretta allo stomaco, un misto di voglia e paura.

“Girati,” mi ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Mi sono messa a quattro zampe sul sacco a pelo, con il cuore che mi batteva all’impazzata. Lui si è posizionato dietro di me, tenendomi per i fianchi con mani forti. Sentivo il suo respiro pesante, il calore del suo corpo contro il mio. “Se fa male, dimmelo,” ha detto, ma non sembrava molto convinto di volersi fermare. Quando ha iniziato a spingere dentro di me, ho sentito un dolore acuto, come se qualcosa si stesse rompendo. Ero vergine, e lui lo sapeva. Ho morso il sacco a pelo per non urlare, mentre il suo cazzo mi entrava piano, centimetro per centimetro, spalancandomi. “Cazzo, Sofi, sei… troppo stretta,” ha grugnito, fermandosi un attimo per darmi il tempo di abituarmi. Il dolore c’era, ma sotto c’era anche un piacere strano, profondo, che cresceva a ogni spinta. Ha iniziato a muoversi, prima lento, poi più deciso, tenendomi i fianchi così forte che sentivo le sue dita affondare nella carne. I suoi colpi erano profondi, e ogni volta che arrivava in fondo sentivo un misto di bruciore e godimento che mi faceva tremare le gambe. Il rumore dei nostri corpi che sbattevano insieme, il suo respiro pesante, i miei gemiti soffocati nel tessuto del sacco a pelo: tutto sembrava amplificato nel silenzio della tenda. L’odore del sesso, del sudore e del vino che ancora ci aleggiava addosso mi riempiva le narici.

“Sto per venire,” ha detto a un certo punto, con la voce strozzata, e ha accelerato, schiacciandomi con il peso del suo corpo contro il pavimento della tenda. Lo sentivo pulsare dentro di me, sempre più forte, finché non ha emesso un grugnito animalesco, profondo, mentre mi veniva dentro. Ho sentito il calore del suo seme riempirmi, e il suo corpo si è accasciato su di me per un attimo, ansimando. Siamo rimasti così per qualche secondo, con lui ancora dentro, prima che si tirasse indietro piano. Mi sono girata, sdraiandomi sulla schiena, con il respiro corto e le gambe che tremavano. Non abbiamo detto niente, ci siamo solo guardati per un istante, con un’intesa che non aveva bisogno di parole.

La mattina dopo, ci siamo comportati come se niente fosse successo. Abbiamo smontato il campo, bevuto un caffè dal thermos, e parlato del tempo come due estranei qualunque. Ma ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano, e in quegli occhi c’era qualcosa di diverso, un segreto condiviso che ci avrebbe accompagnati per tutto il resto della vacanza.

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